di Francesco Palmieri
Roma, 10 ott. - Lo stradario di Napoli, fra altre singolarità e impudenze, intitola quattro voci ai Cinesi: una salita, un vico, un vicoletto e dei gradini sul declivio che scende da Capodimonte al Rione Sanità. I nomi perpetuano la memoria del Collegio dei Cinesi, facendo della città probabilmente l'unica in Europa con tanta specifica toponomastica al di fuori di una Chinatown.
Quando il geniale sacerdote ebolitano Matteo Ripa fondò il Collegio, quell'area era conosciuta per la presenza di piccoli bordelli periferici che però non lo imbarazzarono. Così il 25 luglio 1732, grazie a un Breve di papa Clemente XII, nasceva la prima istituzione europea per la promozione di scambi culturali con l'Oriente. Successivamente si sarebbe trasformata nel Real Collegio Asiatico e oggi nell'Università L'Orientale, ateneo tuttora glorioso che rivendica quelle radici già nel proprio sigillum.
Ripa ragazzo fu mandato dal barone suo padre a studiare a Napoli, dove però, "gittati in un canto i libri", si diede "ad ogni licenza e vizio giovanile" come riferisce il biografo canonico Gherardo De Vincentiis. Senonché a diciott'anni, ascoltata la predica di un francescano, mutò vita e decise di prendere i voti. Altre anime pie passarono in gioventù per l'irretimento della Sirena Partenope: il futuro San Camillo de Lellis perse tutto al gioco in una bisca del quartiere Porto. Informava l'epigrafe di un tabernacolo abbattuto nel Risanamento di fine Ottocento: "Qui dié Camillo sua camicia al gioco / ed or si adora nell'istesso loco". La vicenda, caduta la lapide, è leggibile in ottave in un poemetto postumo di Ferdinando Russo, modulato sulla cadenza dei cantastorie e illustrato da Vincenzo La Bella (pittore non spregevole ma ormai ricordato per stereotipati Carnevale in costume).
Una sola camicia, afferma il biografo, possedeva il Ripa missionario quando salpò per la Cina, però si guadagnò con un talento portentoso d'incisore i favori dell'imperatore Kangxi (e presumibilmente un minimo di guardaroba). Per esemplificare il loro grado di confidenza, gli atti del processo canonico del sacerdote – cui spetta il titolo di Servo di Dio – segnalano che una volta vide il sovrano dormire senza neppure la camicia. Le distanze tra i due s'erano veramente abbreviate.
Mentre il Ripa cortigiano andava a caccia con Kangxi e incideva le vedute della Villa Imperiale di Jehol, il Ripa religioso soffriva i triboli della "Questione dei Riti" fra la Chiesa e il Trono del Drago. Il conflitto verteva sull'ammissibilità delle pratiche confuciane e degli omaggi agli antenati per i convertiti cinesi. Riti civili conciliabili con la dottrina nell'opinione dei Gesuiti; contrari al cattolicesimo a parere degli Ordini predicatori e per buona parte del clero secolare. Arruolato nel secondo partito, Ripa conseguì l'apprezzamento di Propaganda Fide ma giudicò opportuno rimpatriare dopo tredici anni di permanenza. L'amico Kangxi era defunto e il malmostoso figlio Yongzheng, che gli succedeva scavalcando tre fratelli più grandi, si sentiva convinto che questi complottassero contro di lui subornati dai preti. Dispose perciò rappresaglie nei confronti dei cattolici ma diede licenza al sacerdote artista di andarsene con cinque discepoli. Furono i primi collegiali cinesi che videro il Vesuvio (l'ultimo, Simone Wang, morirà nel 1943). Ne racconta Adolfo Tamburello nel libro La Cina a Napoli (1998). I riferimenti all'operato di Ripa informano di un'epoca che coniugava con naturalezza sapere, religione e azione.
Il Settecento si disse per l'Europa il "secolo cinese". Non fa eccezione Napoli ma in modi alquanto suoi. L'empatia ruffiana con cui tende a ghermire le culture straniere si mostrò ironica verso le differenze e ingegnosa nella cattura di presumibili somiglianze. L'Opera buffa solleticava alla risata esotica – formula sempre garantita – mentre l'arte della seta e della porcellana vellicava vanità più patrizie. Il tè invece, appena assaggiato, dispiacque.
Sprezzando teatri e salotti, comunque meno caotici di quanto casa sua non fosse, Giambattista Vico affilava la penna su un modesto scrittoio di piazza San Gaetano per lacerare ogni venerando mistero cinese (religioso, linguistico, artistico e politico). Il suo punto di partenza è stato individuato dal professor Tamburello nella negazione di una speciale antichità alla Cina. Era piuttosto, per il filosofo, un fossile sepolto da se stesso dietro la Grande Muraglia. Da quest'assalto alla cronologia promana il resto. La scrittura "geroglifica" restava primitiva. La scuola confuciana "rozza e goffa", dedita solamente a "una volgar morale". L'arte peggio, perché "non sanno ancora dar l'ombre nella pittura" e le statuette di porcellana "gli ci accusano egualmente rozzi". Nessuna Provvidenza che davvero li avesse illuminati.
La curiositas suscitata dalla Cina prevaleva però sulla filosofia della storia vichiana negli ambienti intellettuali, sollecitati dal freethinking d'importazione e dall'idea di un Paese governato da saggi letterati. E' lecito tralasciare il caso, allora già sbiadito nella memoria napoletana, del giurista calabrese Giovan Francesco Gemelli Careri, che del Celeste Impero aveva parlato nel suo Giro del Mondo per esserci stato – ma qualche maligno pure provò a dubitare del viaggio. Si può piuttosto pensare a Raimondo de' Sangro principe di Sansevero, celebre alchimista, esoterista e militare, medico e stampatore, inventore e magista. Il suo fascino postumo brillerebbe più fievole sottratte le ombre, perché illuministi regolari e deisti massoni procurano scarsissimi brividi. Quelli come de' Sangro ne suscitano troppi, specialmente tra gli esaltati (che non sono mai pochi).
Scorrendo la Breve Nota di quel che si vede in Casa del Principe di Sansevero, compilata nel 1767 e attribuita allo storico suo amico Gian Giuseppe Origlia, si apprende che "fa il Principe una specie di porcellana bianca", che non si lustra "colle solite vernici" ma nondimeno "è trasparente, come tutte le altre, ricevendo soltanto un lustro più dolce e più bello di quello delle consuete". E che don Raimondo faceva filare "senza alcuna addizione" la "seta vegetabile", così "perfettamente e sottilmente" che "può un uomo vestirsi da capo a piedi, potendosene valere non solo per uso di abiti, di biancherie, di calzette, di cappello, e fino di tomajo per le scarpe; ma conseguentemente per mobiliarsi la Casa, e farne formare della carta da scrivere, la quale verrà per l'appunto come quella della Cina; siccome se ne vede in Casa del Principe".
Una decina d'anni prima, la fabbrica attivata per volontà di Carlo III a Palazzo Reale aveva sperimentato la porcellana a pasta tenera per quel profuso delirio di decori che è il Salottino cinese nella Reggia di Portici.
Una decina d'anni dopo la pubblicazione della Breve Nota, Ferdinando IV avrebbe avviato la manifattura della seta e un certo sogno di élite operaia nella Colonia di San Leucio.
Ma l'interesse per la Cina trascendeva le tecniche artistiche. L'ineffabile propensione del Sansevero per il pensatore irlandese John Toland lo spingeva a sottoscrivere anche un certo passo dell'Adeisidaemon: "Non si trovano oggi nel mondo intero dei mortali che siano più raffinati nel comportamento e più onesti, o più fidati e corretti in tutte le funzioni e cariche dei buoni cittadini, della setta tanto decantata che fra i Cinesi è detta dei Letterati, alla fedeltà e autorità dei quali il sovrano affida tutta l'amministrazione degli affari civili (dalla quale sono esclusi gli addetti al culto della divinità)". Il Principe non s'accontentava di citare appena poteva quell'opera (cui sono abitualmente annesse le Origines Judaicae): l'amò al punto di tirarne dalla sua tipografia d'avanguardia cinquanta copie in quarto nel '50, quando l'Adeisidaemon era da un pezzo sprofondato nell'Index Librorum Proibitorum.
Ben più della chinoiserie, l'Europa gettava dunque le radici al pensiero di Piero Angela e a quell'arguzia circa l'intangibile che mantiene sempre giovani non pochi ex liceali. Inclini all'equazione religione-superstizione, fiacchi per affrontare qualunque libro sacro (ne ha fatto spese addirittura Il Capitale) resteranno paladini di ogni dubbio tranne quelli relativi alle proprie certezze e alla sacralità della parola laico.
La guerra alla creduloneria religiosa si sperimentò per fortuna anche in modo non laico, ma gioioso. Ciò fu in grazia della musica, che si praticava a Palazzo Sansevero come alla Corte borbonica. Nel fascicolo ideale di accuse al Principe imbastito dalla posterità, c'è il reclutamento di imberbi promettenti per cavarne - previa castrazione – abili sopranisti. Magari è falso (né all'epoca era peccato), certo è però che il bel canto affascinò de' Sangro e consorte: Carlotta Gaetani dell'Aquila d'Aragona risulta dedicataria dell'opera L'eroe cinese di Baldassarre Galuppi, con prima al San Carlo nel '53. Fu la musica un persistente amore: per le solennità nuziali nel feudo di Capitanata (1735) si rappresentò il preludio Il tempo felice. Al genio di Pergolesi, cui affidarono la partitura, il titolo suonò beffardo: agli sgoccioli di una fugacissima vita, stava ormai così male che un altro terminò per lui il lavoro.
Sempre acido verso i colleghi, Giovanni Paisiello disse che se Pergolesi fosse vissuto di più mica sarebbe stato così stimato. Però, se non quello della simpatia, a Paisiello s'ascrive il primato di avere sdoganato l'Opera buffa a Corte e da lì nelle corti d'Europa. Fu con L'Idolo cinese del 1767, un successo da compartire col sagace librettista Giovanni Battista Lorenzi e - stando a Salvatore Di Giacomo – con l'insuperabile interprete giocoso Giuseppe Casaccia, capostipite dei casaccielli che durarono quattro generazioni sulle tavole partenopee. Il musicologo Giampiero Tintori, che poi rivide L'Idolo per riportarlo in scena, nel volumetto L'Opera napoletana (1958) esalta il contributo di Lorenzi, come di quegli autori che "operarono con genuina e spontanea lena, capaci di carpire al vernacolo la parola adatta, intraducibile, preziosa". Né peraltro in toscano si poteva cantare l'idea di due napoletani capitati per ventura "in un certo luogo della Cina". Uno usurpa - profittando – le funzioni di gran sacerdote; l'altro usurpa - patendo – le sembianze della divinità adorata. Questa è dotata di occhi, orecchie, naso e bocca come tutti gli idoli cinesi, che "magnano a zeffunno quann'attocca". Ma poi fanno i bisogni? "E che hanno da crepare!". E voi che ne sapete? "O ninno mio! Io sò lo Gran Menisto de lo Tempio, e non buò che lo saccia?". Chi rammentasse l'allegoria della statue sensible - se non altro quale "essere immaginario" borgesiano – giurerà che la biblioteca di Lorenzi ospitava una copia del Traité des sensations del Condillac, di pochi anni anteriore a L'Idolo.
Ridurre a pura invenzione Kam, la deità rappresentata nella commedia musicale, sarebbe il tipico errore cui si trova esposta un'epoca sbrigativa quando misura con il proprio metro un'epoca come quella, che coniugava molta più pedanteria e più brio grazie a una sostenibile contraddizione. Preferendo l'abbaglio personale a uno sbaglio generazionale, supponiamo plausibile, ad esempio, l'ipotesi di Gennaro Maria Filomena Perres, allievo del Collegio Ripa. Introducendo la sua Grammatica chinese, ricordava il percorso del biblico Cam quale venne per secoli tracciato nella cultura occidentale: "Passò Cam figliuolo di Noè le sue genti in Persia, e poi in Battria, luoghi al Mongol vicini. E' da credersi che si recasse nella China per popolarla del pari, in unione di suo figliuolo Ermete Trismegisto il quale fu il primo inventore degli Egizi Geroglifici". Copia autografa del lavoro di Perres (1813) fu reperita nella sezione manoscritti della Biblioteca Nazionale di Napoli dallo studioso Philip W. L. Kwok, il quale ne riferisce nel volume Napoli e la Cina, stampato in quattrocento copie numerate nel 1982.
Costa forse meno fatica, rispetto all'identificazione del dio festeggiato, individuare il senso della festa in cui decorre l'azione scenica. Scrive Lorenzi che il Nume Kam si rendeva visibile "in un tal giorno del mese di maggio", quando i cinesi "celebravano la festa dell'Ovo, così detta per il falso principio, che avevano, che il mondo era nato da un Ovo…". Inequivocabile allusione al mito cosmogonico del macrantropo Pangu, il cui embrione si sviluppò in un uovo con un'incubazione – approssimativa – di 18 mila anni e che con la sua morte, putrefazione e smembramento originò i corpi celesti, i fenomeni naturali e la specie umana medesima. Tanto per testimoniare che il librettista di Paisiello, prima di verseggiare, si documentava. E che la pedanteria può essere tipica generatrice di brio, soprattutto quando si fa la parodia da sola (ma poi, semplicemente, Lorenzi possedeva un'estetica).
Nel diciottesimo secolo un napoletano colto, o del tutto incolto, conosceva la leggenda dell'Uovo di Virgilio poeta mago. Il primo per averla letta quantomeno nella trecentesca Cronaca di Partenope; il secondo per averla ascoltata in una delle molteplici versioni magari dalla culla. Ne era probabilmente all'oscuro un napoletano di decente istruzione, il quale non compulsava la Cronaca né aveva parenti così ignoranti da raccontargli che un giorno, di tanto tempo fa, tale Verginella "consacrò un ovo, il primo che fe' una gallina" e lo ingabbiò con massima cura sotto l'isolotto di Megaride. Quell'uovo (ierofania eliadiana di un Centro del Mondo) determinava magicamente le sorti dell'isolotto e della città stessa, per cui se si fosse infranto, tutto si sarebbe infranto. Il napoletano medio sapeva solo che in quel luogo sorgeva il Castel dell'Ovo, come c'è tuttora, ignorando perché si chiamasse così. Si può congetturare che oggi sotto la fortezza sia rimasto anche l'uovo. Però scheggiato.
Registrando le affinità mitiche tra Napoli e la Cina, il dramma giocoso se ne beffava impastando il falso idolo: "Del resto io giurerei, ch'è lo Policenella degli Dei", sentenzia il (falso) sacerdote. Niente più di un pulcino – anzi, d'un pulcinella – sortiva dall'uovo. Il nunzio pontificio, sospettando una satira anticlericale, sollecitò l'intervento del primo ministro. Inter nos aveva qualche ragione: la commedia era una burla di ogni icona, effigie e rito sacro dai quali neppure risultava esente la Cina degli onesti e raffinati "Letterati", senza affezioni metafisiche, omaggiati (immaginati) da Toland.
Eppure il ministro Bernardo Tanucci si divertì talmente che portò l'opera al Teatro della Reggia di Caserta, per diletto di re Ferdinando IV e forse pure per commettere dispetto. Nello stesso anno di grazia, 1767, espelleva i Gesuiti dal Regno per diletto fra gli altri del principe di Sansevero (il quale naturalmente da ragazzo aveva studiato da loro).
Morto ventun anni prima, il 29 marzo del '46, Matteo Ripa fece in tempo a vedere chiusa la "Questione dei Riti" a discapito della Compagnia di Gesù con la Bolla Ex quo singulari di Benedetto XIV, lo stesso papa che avrebbe scomunicato il Sansevero. Non è tutta combinazione: dire sì alle cerimonie dei confuciani (i "Letterati") avrebbe schiuso, non in Cina ma in Europa, una rischiosa porta di servizio a freethinkers di ogni ordine e grado – massonico e no.
Nel 1982, a 236 anni dal trapasso, le ossa di Ripa furono risistemate dopo i danni subiti dalla chiesa annessa all'Ospedale Elena d'Aosta nel terremoto dell'80. Lo testimonia ancora quel Philip W. L. Kwok, cantonese all'epoca di aspetto giovanile e contenuto, che impartiva lezioni di cinese per un compenso meno contenuto in un quieto appartamento al Vomero. Circostanza forse all'origine di queste note e con cui è quindi perdonabile concluderle.
Nella foto un ritratto di Matteo Ripa.
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