Quello della migrazione cinese in Italia è un fenomeno relativamente recente. Le sue origini, infatti, si fanno risalire intorno agli anni '30 del 1900, anche se i flussi migratori si intensificarono soprattutto a partire dagli anni '70 e '80, in seguito alla politica di apertura promossa da Deng Xiaoping.
I primi settori di interesse per l'imprenditoria cinese in Italia furono quelli della pelletteria e della ristorazione; poi, negli anni '90 conobbero un imponente sviluppo le attività legate all'importazione di prodotti Made in China, soprattutto capi d'abbigliamento, giocattoli e oggettivistica.
Gli arrivi continui di nuovi migranti cinesi, nell'ultimo ventennio, hanno progressivamente saturato il mercato e la concorrenza si è fatta fortissima. Data questa situazione, chiediamo al sinologo Giorgio Trentin quale crede sia la nuova frontiera dell'imprenditoria cinese in Italia.
Sicuramente il terziario resta il settore di maggiore interesse per l'imprenditoria cinese. Quella dei servizi, infatti, è un'attività che permette un grande riflusso di capitali, che dall'Italia vengono poi reinvestiti in Cina. Inoltre, se è giusto dire che la concorrenza si è fatta sempre più aspra, non è altrettanto corretto parlare di mercato ormai saturo: la domanda, sia italiana che europea, infatti, resta molto alta.
Accanto alla piccola e media imprenditoria cinese, in Italia si sta sviluppando sempre di più la formula, adottata da grandi aziende dell'Impero di mezzo, di rilevare imprese italiane in difficoltà, costituendo joint venture con aziende locali o aprendo filiali. Crede che questa possa rappresentare la nuova sfida della Cina nel nostro paese?
Sicuramente. Ci sono due fronti d'impatto del capitale cinese in Italia: il primo è quello delle micro-imprese, che si muovono su binari paralleli all'economia principale; il secondo è quello del grosso capitale cinese, il capitale dell'industria pesante, veicolato e facilitato dai meccanismi dello Stato. Infatti, sebbene si parli spesso del Socialismo di Mercato cinese, non bisogna dimenticare che lo Stato continua a ricoprire un ruolo fondamentale nell'economia cinese.
La presenza, nel nostro Paese, di grandi capitali cinesi, sembra però essere un fenomeno ancora molto sottovalutato dall'Italia. Sono ormai passati più di 10 anni da che la Cosco (China Ocean Shipping Group Company) ha fondato La Coscos Srl, joint venture italo-cinese nata dalla fusione fra la Cosco Europ G.m.b.H di Amburgo e la Fratelli Cosulich Spa di Trieste. A qualche anno fa risale, invece, l'acquisizione della Benelli da parte dei cinesi del Qianjiang Group Co Ltd. Si tratta di fatti estremamente importanti per l'economia italiana, ma di cui, paradossalmente, si sente parlare ancora troppo poco.
Da un'analisi di dati inerenti i motivi del rilascio dei permessi di soggiorno in Italia risulta che una buona percentuale di cinesi li richieda per aprire attività di lavoro autonomo; si tratta di una percentuale che supera quella riscontrabile tra le altre componenti immigrate di diverse origini etniche. Ci sa spiegare le motivazioni di questa inclinazione, tutta cinese, all' "autoimprenditorialità"?
Si tratta di una combinazione di due fattori. Da un lato c'è una componente, diciamo così, genetica: i cinesi hanno da sempre un DNA mercantile, che nel corso dei secoli li ha spinti ad insediarsi lungo le coste. Dall'altro c'è la componente storica: a partire dal 1978, infatti, l'apertura dei mercati fece emergere velocemente imprese a conduzione familiare. Il Boom economico degli anni '80 e '90, poi, spinse i cinesi a considerare l'Europa e l'America come le nuove terre dell'oro, verso cui emigrare per garantirsi un successo imprenditoriale.
Si sente spesso parlare delle condizioni di lavoro disumane in cui versano molti cinesi in Italia, ma pare che spesso questi non percepiscano lo sfruttamento come tale. E' vero che per molti cinesi il rapporto che si stabilisce con il proprio laoban (padrone) è visto piuttosto come una relazione di scambio reciproco? Questa cultura cinese dell'aiuto percepito come scambio reciproco determina, in un certo senso, la diffidenza degli immigrati cinesi nei confronti delle organizzazioni sociali italiane che potrebbero offrire loro un aiuto gratuito?
E' vero, anche se bisogna ricordare che c'è una forte dose di ipocrisia da parte della comunità cinese che tende spesso a celare il fatto che il lavoratore clandestino arrivi in Italia con un forte debito. La necessità di affrancarsi dal debito, così come il bisogno di creare un capitale sufficiente per richiamare altri familiari e mettere in piedi una nuova attività, spingono così tanti lavoratori cinesi ad essere vittime, inconsapevoli, dello sfruttamento. Naturalmente tutto avviene al'interno della comunità cinese, fondata su una serie di guanxi (relazioni) che incidono fortemente sulla chiusura stessa della comunità; accettare aiuto dalla comunità italiana significa uscire dai binari delle guanxi cinesi e perdere così i vantaggi che da esse derivano.
Spesso i piccoli imprenditori cinesi, in Italia, vengono guardati con sospetto e la loro concorrenza ritenuta sleale. Ma non è forse vero che i fenomeni dello sfruttamento e del lavoro in nero (che permettono ai prodotti cinesi di essere venduti a prezzi così stracciati sul mercato) sono, in parte, incentivati dagli stessi imprenditori italiani?
E' del tutto vero. E' la sempre crescente domanda italiana che incentiva queste attività.
La presenza dei cinesi in Italia deve essere considerata non tanto un problema quanto piuttosto una sfida e una risorsa culturale ed economica. Cosa potrebbero fare le istituzioni italiane per garantire un approccio più rispettoso e sensibile alle esigenze degli immigrati cinesi?
E' necessario che gli enti pubblici e le istituzioni culturali siano preparate a fare da tramite con queste realtà. Questo significa che lo Stato deve fare forza sulla formazione, puntando sia sugli studenti italiani che sui cinesi di seconda e terza generazione.
Bisogna abbandonare quelle follie che sostengono la necessità di bloccare l'ondata cinese (ad esempio proponendo forti tasse sui prodotti cinesi). Il vero problema non è come fermarli, quanto piuttosto come conviverci.