Lo straordinario ingegno di un gesuita siciliano

Prospero Intorcetta di Piazza Armerina fu celebrato come "primo traduttore europeo" di Confucio 

Lo straordinario ingegno di un gesuita siciliano
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Prospero Intorcetta 

Si deve alla felice iniziativa di Giuseppe Portogallo, presidente della Fondazione Prospero Intorcetta Cultura aperta, con sede in Piazza Armerina, di pubblicare assieme all’ICOO (Istituto di Cultura per l’Oriente e l’Occidente) di Milano una nuova edizione dell’opera di Paolo Beonio Brocchieri Confucio e il  cristianesimo. Traduzioni di opere di Prospero Intorcetta S.J. (Milano, Luni Editrice, 2017).

Prospero Intorcetta (1625-1696), nativo di Piazza Armerina, è annoverato come uno dei più insigni  gesuiti siciliani della quindicina che operavano in Cina fra Sei e Settecento. Arrivato a Macao nel 1657 e dedicato­si agli studi della lingua classica e di testi filosofi­ci, tra­duceva in collaborazione con altri gesuiti opere del canone confuciano, pubblicando nel 1662 e 1669 Sa­pientia sinica e Sinarum scientia politico-moralis.

Per disporre di una traduzione delle due opere nella nostra lingua, l’Italia ha dovuto aspettare che Giulio Vincenzo Bona dell’omonima tipografia torinese preparasse la preziosa strenna natalizia 1972-73 indirizzata “Agli amici di Casa Bona”, pubblicando entrambi i testi, confezionati in due tomi a mo’ di libri cinesi, nella traduzione di Paolo Beonio Brocchieri e preceduti da una introduzione di questi. Peccato che l’odierna riedizione sia stata defalcata della presentazione dello stesso Bona che informava fra l’altro dell’Intorcetta: “Molti suoi scritti giacciono inediti nelle biblioteche a Fulda, a Roma (Biblioteca Vittorio Emanuele), a Parigi (Biblioteca di Sainte Geneviève): il lungo elenco che ne fa R. Streit nell'A­siatische Missionsliteratur della monumentale Bibliotheca Mis­sionum edita dall'Herder fa nascere il desiderio che di questo valoroso siciliano qualche studioso si interessi a fondo”.

Francesco D’Arelli segnalava anni dopo che nella sezione manoscritti della Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III di Napoli era pure conservato un esemplare apografo della Compen­diosa narrazione dello Stato della Missione Cinese, dal 1581 al 1679 del P. Intorcetta ancora inedito.

Magnetismo cinese

Personaggio ben poco studiato fino ad allora in Italia, di Intorcetta era disponibile a mia conoscenza nella nostra lingua il vecchio saggio di V. Di Giovanni, “P. Intorcetta ovvero il primo traduttore europeo di Confucio” (Atti dell'Accademia di Scienze, Lettere e Arti di Palermo, IV, 1874). A distanza di un secolo, Beonio Brocchieri recuperava la memoria del missionario e della sua opera e,  nonostante l’edizione del Bona fosse a tiratura molto limitata, la sua risonanza fu tale da suscitare subito nuovi interessi di studio e far sì che la bibliografia sul gesuita ricominciasse a infoltirsi di titoli italiani dal Convegno Scienziati siciliani gesuiti in Cina nel secolo XVII, i cui Atti uscivano nel 1983. Ad attivare ulteriori studi su Intorcetta interveniva la summenzionata Associazione poi Fondazione a opera e merito di Giuseppe Portogallo.

Figura al contrario ben nota agli studi mondiali, quella di Intorcetta grandeggiava nei circoli intellettuali di Parigi fin dal 1687 come coautore con altri gesuiti del Confucius Sinarum Phi­lo­sophus con traduzioni della ‘Grande Scienza’, del ‘Giusto Mezzo’, dei ‘Dialoghi’ e con una biografia di Confucio e un saggio di letteratura classica cinese e del confucianesimo. L’opera costituiva la prima magnetica presentazione del confu­cianesi­mo all'Eu­ropa e influiva sul nostro nascente movimento illumini­stico.

Paolo Beonio Brocchieri (1934-1991), specialista di studi giapponesi e di relazioni internazionali, a lungo membro dell’ISPI e poi professore ordinario nelle Università di Venezia e Pavia, si era dotato negli anni universitari e post-universitari, oltre che di un’iniziale conoscenza del giapponese e del cinese, anche di una preparazione filosofica formata alla scuola di Antonio Banfi e affrontava problemi di carattere comparatistico: era lo studioso primo in Italia a proporsi di valutare la dimensione filosofica della cultura giapponese e più in generale dell’Asia orientale anche nella sua dimensione religiosa: nel 1965 pubblicava a Milano Religiosità e ideologia alle origini del Giappone moderno, con la quale affrontava un campo di studi che lo avrebbe visto impegnato per molti anni nell’analisi religiosa e filosofica del Giappone Tokugawa (1603-1867) e per la quale si impegnava in una rilettura dell’intero arco di sviluppo del pensiero estremorientale. Nel 1977 pubblicava l’opera La filosofia cinese e dell’Asia Orientale, che vedeva accoglienza all’interno della monumentale Storia della Filosofia diretta da Mario Dal Pra per la Casa editrice Vallardi di Milano.

L’attuale riedizione si apre con l’Introduzione al volume di Pier Francesco Fumagalli e col vecchio saggio introduttivo dell’autore dal titolo “L’incontro del pensiero europeo con la filosofia cinese alle soglie dell’illuminismo”. Nella prima è dato opportuno cenno alla lunga e difficile fase politica di riconoscimento della “nuova” Cina in cui Beonio Brocchieri curava e pubblicava la sua opera: “caratterizzata da profonde tensioni – le “Cortine di ferro” e di bambù, il declino del maoismo e l’ascesa della “Banda dei Quattro’, la resilienza del ‘piccolo timoniere’ Deng Xiaoping, la Rivoluzione culturale – e da speranze di pace suscitate dall’ingresso della Cina Popolare nell’Assemblea delle Nazioni Unite…”.

L’atmosfera era tale da far leggere l’opera come un atto provocatorio e contro corrente di Beonio Brocchieri, persino erroneamente nel senso che intendesse dare un volto religioso e cristiano a un campione della laicità qual’era stato in Cina Confucio; al contrario l’autore intendeva ripercorrere e riproporre alla lettura quanto di validamente laico già alcuni nostri missionari avevano scorto nei testi confuciani consono col cristianesimo, e come ciò fosse stato validamente accolto dal mondo intellettuale che faceva allora della Cina un “modello per l’Europa”, mentre altri missionari e la stessa Chiesa cattolica si erano posti anche per questo  tenacemente a negarlo.

Tra i Ming e i Qing

Di più, l’epoca che vivevano in Cina Intorcetta e gli altri missionari che raccoglievano l’eredità degli studi sui classici confuciani lasciati da Michele Ruggieri e Matteo Ricci era quella della drammatica transizione dinastica dai Ming ai Qing sotto conquista mancese. Il timore di molti gesuiti era l’alea di “barbarie” che incombeva sulla Cina e il conseguente salvataggio della classicità cinese che loro spettava come onere e responsabilità a fruizione del mondo. Clima analogo di apprensione viveva a metà Novecento l’Occidente alla Rivoluzione cinese di Mao Tze-tung.          

“… oggi,”, leggiamo ancora  nell’Introduzione, “nel rifiorire della tradizione confuciana in Asia, tornano di grande attualità questi studi sui testi canonici confuciani […]. Anche l’autorità politica cinese contemporanea è sensibile a questa istanza di rinnovamento, cercando di orientarla verso ideali e programmi di una “società armoniosa” (Hu Jintao), nella quale le esigenze scientifiche, sociali ed etiche trovino un equilibrio dinamico per realizzare il “Grande sogno cinese” (Xi Jinping)”. D’altra parte, v’è l’apparente riconciliazione di tutto il cattolicesimo con Confucio, e a proposito di cattolicesimo e Cina, Il Sole 24 Ore titolava recentemente:”Accordo storico: il Vaticano coinvolto nella nomina dei vescovi cinesi”.   

Il volume contiene, come nell’edizione originale, le traduzioni in italiano con testi a fronte in cinese e latino di Sapientia Sinica e Sinarum scientia politico-moralis, intercalate dalle tavole di “La vita di Gesù illustrata ai Cinesi” e seguita da una “Vita di Confucio”. Chiude il volume un’appendice a cura di Evira Dell’Oro e Isabella Doniselli Eramo: “Indice dei nomi cinesi e conversione della traslitterazione dal sistema Wade-Giles al sistema Pinyin”, secondo la felice scelta, come avverte la nota editoriale, “di non aggiornare  le traslitterazioni dei nomi e dei termini cinesi e ci si è limitati a riportarne in Appendice la corrispondente traslitterazione secondo il sistema ufficiale pinyin”.

Ricordiamo che tale sistema fu adottato in maniera crescente in Italia dopo il riconoscimento ufficiale della Repubblica Popolare cinese e l’accordo di cooperazione culturale e scientifica del 1978. Da allora trascrivere il cinese in Wade-Giles  e non in pinyin era considerato da noi un atto reazionario borghese e di mancanza di rispetto per il “Grande Timoniere”.



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