Mutilazioni genitali femminili, la Sierra Leone dice no (ma a termine)

Il veto in vista delle elezioni per impedire ai candidati di comprare voti pagando le operazioni

Mutilazioni genitali femminili, la Sierra Leone dice no (ma a termine)
 Foto: Issouf Sanogo  / Afp
 Sierra Leone

Il 7 marzo si vota in Sierra Leone. E fin qui nulla di strano. Normale esercizio di un diritto sancito dalla Costituzione. E speriamo che tutto si svolga nella calma. Ma ciò che sorprende di più è il fatto che lo scorso febbraio le autorità hanno deciso di vietare le mutilazioni genitali femminili. Una gran bella notizia se non fosse che il divieto è a tempo determinato. Sorprendente. Il divieto è stato imposto per impedire ai candidati di comprare voti pagando queste operazioni.

“Tanti politici usano queste pratiche durante la campagna elettorale per ottenere voti, specialmente quelli delle donne”, ha spiegato l’ex vice ministro degli affari sociali e attivista anti-mutilazioni, Rugiatu Neneh Turay. Un’operazione “barbara” di questo tipo può costare fino a 200 dollari. Il divieto rimarrà in vigore fino al 31 marzo. E’ del tutto evidente che ciò non ha nulla a che fare con la protezione delle donne, “è soltanto una mossa politica”, ha sottolineato Felipe Gitonga dell’ong Equality Now. In Sierra Leone, il 90 per cento delle ragazze è stata sottoposta a forme di mutilazione genitale femminile, uno dei tassi più alti in tutta l’Africa.

Anche nella vicina Liberia, di recente, è stata adottata una misura simile. Qui il divieto, però, è esteso a un anno. Poi si vedrà. La misura è entrata in vigore due giorni prima del giuramento del neo presidente George Weah, come effetto di un ordine esecutivo firmato dalla presidentessa uscente Ellen Johnson Sirleaf. Della cosa, tuttavia, non si è accorto nessuno. Il provvedimento impedisce le mutilazioni genitali femminile sui minori di 18 anni e sugli adulti non consenzienti, mentre la pratica sarà permessa sugli adulti consenzienti. In Liberia circa la metà delle donne ha subito questa pratica brutale e ha a che fare con il rispetto delle tradizioni. Un presidente donna non è riuscita a sconfiggere questo tabù, chissà se ci riuscirà un Pallone d’Oro, cresciuto nel civilissimo occidente. I dubbi, tuttavia, sono molti.

E poi c’è il Mali. Qui, quasi la metà delle donne sposate o che hanno un partner ha subito abusi fisici e sessuali da parte del proprio compagno. “La donna è vista nelle nostre tradizione solo come capro espiatorio”, ha spiegato Fatoumata Harber, insegnante e attivista per i diritti umani in Mali, “una vittima che accetta di essere colpita per la felicità dei propri figli”. Per proteggere le donne vittime della violenza domestica e sostenere il rilancio delle iniziative contro gli abusi, diverse associazioni della società civile chiedono un chiaro impegno, politico, da parte delle autorità. Maimouna Diocounda Dembélé, che appartiene alla rete di Avvocati senza frontiere, ha sottolineato che occorrono “leggi e politiche governative per portare davvero i maliani a cambiare e a combattere l’impunità, perché il problema in Mali è che gli autori di questi atti si sentono liberi di camminare per le strade, proprio perché non esiste un dispositivo legale che posa fermarli”. In Mali, infatti, non c’è una legge che tuteli le donne vittime di violenze domestiche.


 Foto: Issouf Sanogo  / Afp

In Costa d’Avorio, pur non essendo rosea la condizione delle donne e, soprattutto delle bambine, qualcosa in loro difesa si sta muovendo. La ministra, diremmo noi delle Pari Opportunità, della Protezione del Bambino e della Solidarietà, Mariatou Koné, ha lanciato una campagna per mettere al bando il matrimonio delle bambine. “Dobbiamo mettere fine”, ha detto, “al matrimonio delle bambine. Il nostro ruolo è quello di educarle. Tutti noi ci dobbiamo mobilitare per mettervi fine”. Il fenomeno tocca tutte le regioni del Paese: più del 40 per cento delle ragazze si è sposata sotto i 18 anni. La rappresentante della Commissione dell’Unione Africana ad Abijan, Josephine Charlotte Mayuma Kala, ha applaudito l’iniziativa governativa, “il matrimonio precoce priva le bambine della loro infanzia, di una educazione e della possibilità di avere un lavoro decente”. La Costa d’Avorio è il ventiduesimo paese dell’Unione Africana che si impegna nella campagna: “Matrimonio delle bambine: tolleranza zero”.

Solo qualche esempio che ci fa capire come molto debba essere fatto per rendere le condizioni delle bambine e delle donne degne di un essere umano. Questo ci dice, inoltre, che anche noi possiamo fare molto in questo senso. Per esempio sostenendo la campagna #dallapartedinice, oppure promuovendo la campagna dei Terre des Hommes, Indifesa, certamente, chiunque pensi a un futuro per l’Africa, per “aiutarli a casa loro” o per dare dignità a un Continente devastato da dittatori, malattie, mal governo e povertà, non può prescindere dalle donne. Occorre che le società africane si rendano conto che la dignità dei loro paesi passa attraverso quella delle bambine e delle donne.



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