Una fatica meravigliosa

Come quella di lasciare tutto per scappare a un appuntamento, quello del martedì pomeriggio per unirsi a loro e cantare in una stanza. Loro sono un gruppo di detenuti e la stanza è nel Terzo Raggio di San Vittore

detenuti nave san vittore
Nanni Fontana
il dipinto “Il Tabarin”, parte della mostra “Gianni Maimeri: la musica dipinta” allestita all’interno del carcere di San Vittore.
 

Ci sono fatiche meravigliose. Come quella di lasciare tutto per scappare a un appuntamento, quello del martedì pomeriggio per unirsi a loro e cantare in una stanza.

Prima di arrivarci, la ‘strada’ è lunga. Vieni identificato tramite un badge e poi perquisito. “Vada pure”, ti dice l’agente. Attraversi alcuni cancelli aspettando pazientemente le guardie che ti aprano. Le chiavi sono grandi e il rumore dei cancelli che ti si chiudono dietro alle spalle impossibile da dimenticare. Si susseguono lunghi corridoi imbiancati di fresco, costellati talora da opere d’arte. Rimani subito colpito dalle persone che ti salutano sempre con grande rispetto. Sali scale piuttosto strette e finalmente ci sei.  

La Nave, Terzo Raggio di San Vittore. Un reparto di trattamento avanzato per la cura dei detenuti con problemi di dipendenza inventato 16 anni fa dall’allora direttore di San Vittore, Luigi Pagano, e dalla psicologa Graziella Bertelli della ASST Santi Paolo e Carlo.

Qui i detenuti sono pazienti che si liberano della dipendenza tramite il ‘fare cose’. Tante cose, tra le quali cantare. Quasi nessuno conosce le note, molti hanno una intonazione sgarruppata, ma tutti sono invitati a cantare perché il canto è catartico. Li dirige Paolo Foschini – ribattezzato ‘il grande sognatore’ -  un volontario che li conosce a memoria, quei ‘ragazzi’. Alcuni giovanissimi, altri di mezza età. Tutti con storie di reati, bagatellari ma anche no, molti dei quali con famiglie di cui parlano sempre con gli occhi lucidi.

Lo faccio soprattutto per i miei figli. Sono là fuori che mi aspettano. Non voglio che commettano i miei stessi sbagli”. Famiglie che, se va bene, si presentano a colloquio una volta a settimana. Mamme coi figli, o anche da sole. “Non me li ha voluti portare neanche questa volta. Mi ha detto che, visto che mi hanno dato 9 anni di galera, tanto vale che si dimentichino di avere un padre”. Donne al bivio, queste, costrette a decidere da sole cos’è meglio per i loro bambini. Figli che però sono anche di quei padri, i “ristretti” come li chiamano in carcere. Che li pensano in maniera struggente e malinconica, desiderosi di dar loro un futuro migliore.

Ci penso sempre, quando esco dal carcere. A quelle case in cui da tempo manca un padre e ai figli vengono spesso raccontate menzogne per non esser seppelliti dalla vergogna. Ai giorni vuoti, che volan via da un calendario.  Alle fiabe non lette la sera, alle carezze non date, alle coperte non rimboccate.

A quei padri ‘ristretti’, in una cella colma di speranze. 

 

 

   



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