(di Nicola Graziani)
In una delle teorie classiche sul fascismo vuole che il Regime sia stato l'autobiografia della Nazione. Lo diceva, gia' all'epoca dei fatti, Gaetano Salvemini. Una seconda teoria vuole che il Duce, in realta', non governo' mai. Continuo', piuttosto, a fare per vent'anni l'unico mestiere che sapeva fare: il giornalista. Con la sola differenza che ad un certo punto smise di scrivere degli altri e si mise a far scrivere di se'.
Il bello e' che una ipotesi non esclude l'altra. Lo dimostra chiaramente Pasquale Chessa con il suo "Dux. Benito Mussolini: una biografia per immagini" (Mondadori, 398 pagine, 25 euro). Oggetto della ricerca dell'ex vicedirettore di Panorama il Mussolini immortalato, osannato, adorato attraverso il culto delle immagini, piu' o meno come un'icona bizantina. A cavallo, a piedi, vestito da ricevimento, con la famiglia, con i Grandi della Terra, Con le folle, a Roma, nella Pianura Pontina, ovunque. Un Duce, in altre parole, antesignano di quella politica spettacolo che le democrazie hanno scoperto solo decenni piu' tardi. Non c'e' di che stupirsi, se e' vero come e' vero che fu sempre Lui ad inventare, all'epoca della Guerra d'Etiopia, la figura del giornalista "embedded" che ha furoreggiato in Iraq pochi anni fa.
C'e' da stupirsi semmai del fatto che un libro di Mussolini attraverso le sue foto non sia uscito prima. Un libro che, sottolinea lo stesso autore, "non glorifica nessuno, semplicemente mostra come Mussolini ha costruito la propria immagine, scambiando l’ordine simbolico per l’ordine reale, e che quando sara' messo di fronte alle scommesse della storia scambiera' i labari per baionette, le masse per eserciti, le folle plaudenti per soldati e portera' l’Italia al baratro". Come il Federale impersonificato da Ugo Tognazzi in un memorabile film di Luciano Salce.
Il fascismo, insomma, come "allestimento scenografico della politica", in cui volonta' di potenza e potenza dell'immaginazione si fondono a formare un meccanismo affabulatorio che inganna chi vuole essere facile preda dell'inganno. Ed in questo, almeno fino al 1938, il fascismo fu autentico specchio ed autobiografia della Nazione.
L'altra faccia di questo fenomeno riguarda chi stava dietro la macchina fotografica. Il miglior direttore di giornale del mondo nulla puo' fare senza un buon fotografo. A riguardo Chessa non fornisce un solo nome, ma addirittura due. Al termine di una ricerca che lo ha portato a cercare le foto del Duce in mezzo mondo, fino agli sterminati archivi del New York Times, indica in due fotografi i principali testimoni (ed autori) di questo processo. IL primo e' un nome noto, Adolfo Porry Pastorel, il re delle immagini della Roma elegante e mondana di quell'epoca. Anche lui un antesignano: i paparazzi in fondo non sono nati con la Dolce Vita. Il secondo, meno noto, e' la vera scoperta delle ricerche di Chessa. Si chiamava Vitullo. Vitullo e basta, senza nome di battesimo, anche se forse lo si puo' identificare con un tal Vitullo Mariano "operatore fotografico" che ha a suo nome un intero fascicolo conservato presso l'Istituto Luce.
Il faldone piu' interessante, quello che Chessa ha utilizzato, non e' pero' all'Istituto Luce. Lo conserva l'Agenzia Italia, in tutti i suoi 14.594 negativi in gelatina di sali d'argento su lastra di vetro o su pellicola. Il primo scatto di Vitullo risale al 28 novembre 1929 (per la cronaca: alla vigilia della prima visita del Papa al Quirinale dopo Porta Pia), l'ultimo al 7 giugno 1944 (due giorni dopo l'arrivo degli Alleati a Roma). Non e' certo l'unico archivio fotografico sul tema, ma, come scrive Chessa, "e' particolarmente rilevante sul piano della ricerca storiografica per la sua diligente quotidianita' e la precisione cronistica delle sue didascalie".
Stupisce infatti "la quantita' di manifestazioni che Vitullo riusciva a seguire ogni giorno, una cifra impressionante" sempre al seguito del Duce. Occasioni spesso ufficiali, ma non necessariamente ingessate dal cerimoniale. Al contrario: le cose piu' interessanti sono contenute nei reportage sui sopralluoghi nella Pianura Pontina, in cui Mussolini letteralmente stintignava i responsabili dei ritardi nei lavori, ed in tutta la sequenza degli scatti che testimoniano l'evoluzione dalla propaganda di un Lider Maximo in direzione di un culto della personalita'. Ma dentro certi scatti c'e' anche dell'arte, come dell'arte del resto si produceva in quegli anni tra le pieghe dei lavori di Cinecitta'. "La parte, straordinaria, in cui Vitullo racconta il lavoro degli spalatori dell'Agro Pontino sembra un'anticipazione del neorealismo fotografico dell'Italia del dopoguerra", nota Chessa. Qualcuno voleva fosse propaganda, in realta' erano gia' le prove fotografiche di Riso Amaro.
Gennaio 2009