Un appassionante ed appassionato percorso attraverso l'ultimo secolo letterario: e' il nuovo libro di Walter Pedulla', "Per esempio il Novecento", pubblicato da Rizzoli. Si tratta di una raccolta di 17 saggi scritti negli ultimi quattro anni, quasi tutti inediti (fanno eccezione due dei tre capitoli sul Futurismo e su Marinetti) che risultano peculiari per l'identita' del Novecento. La parte del leone la fanno i narratori: i poeti qui sono solo lo stesso Marinetti e Pagliarani, grazie al loro essere due esponenti di altrettante avanguardie. Se i grandi nomi della narrativa, poi, sono tutti trattati adeguatamente, spicca un elemento di originalita': Pedulla' ripercorre si' gli autori classici del secolo scorso, ma si sofferma nel suo ragionare su correnti, nomi e fenomeni meno esplorati dalla critica consolidata. E cosi' facendo attribuisce loro una dignita' certo mai a nessuno negata, ma considerata spesso in qualche modo 'minore'. Sono molti piu' di quanto non si pensi, i Giganti della Montagna. L'immagine della letteratura del Novecento Italiano che ne emerge e' allora quella di un vero e proprio “secolo d'oro”, in cui la grande tradizione del Paese viene reinterpretata ed arricchita in modo assolutamente creativo. Non e’ un caso, allora, che Pirandello, Svevo, Campanile e Brancati, Flaiano e Manganelli , ma anche Bontempelli e Savinio, Zavattini e Calvino abbiano il loro spazio all’interno di un discorso generale (si tratta di scrittori studiati in altre raccolte dello stesso autore), e che di passaggio in “Per esempio il Novecento” si parli dei movimenti e correnti maggiori. Una delle novita' piu' evidenti del libro e’ contenuta in un’originale attenzione di un oppositore di ogni forma di naturalismo camuffato che ora registra l'approdo alla realta' storica dei vari sperimentalismi. Di fondamentale importanza, poi, il saggio intitolato "Il bello della letteratura", dove si descrive la strategia con cui un critico analizza il testo con tutti gli strumenti d'indagine fino a quando e' possibile esprimere un giudizio di valore sui narratori del Novecento. Con alcune certezze, pero’. Come questa: “Il naturalismo e il simbolismo sono duri a morire, non li ammazza nessuno”.
A Walter Pedulla' abbiamo rivolto alcune domande.
La prima cosa da vedere, in un libro, e’ il titolo. Perche’ quel “Per esempio” riferito al secolo scorso?
“Grande letteratura quella italiana, ma in quale secolo? Per esempio il Novecento, uno dei maggiori secoli della nostra letteratura. Davvero un ottimo esempio. Cio' dovrebbe essere ormai scontato ma c'e' chi ne dubita. E' il momento che il critico si assuma ogni responsabilita' ed emetta il giudizio motivato che fa del Novecento italiano un grande secolo”.
In ogni genere letterario?
“Qui si parla soprattutto di narrativa, ma anche nella poesia il Novecento e' stato esemplare per i modelli e per i risultati. E ci sono altri generi eccellenti della letteratura”.
Le rubiamo il titolo del libro: per esempio?
“La saggistica (si pensi a Debenedetti, un geniale saggista che e' anche un affascinante scrittore) ma non solo, anzi. E la memorialistica, la letteratura di viaggi, la critica militante e accademico. Il secolo comunque e' grande specialmente nella narrativa”.
E' davvero cosi' grande la narrativa italiana del Novecento? Ci sono davvero tanti grandi narratori?
“Vince come squadra anzitutto una narrativa che ha dato risposte pertinenti e urgenti alle situazioni avanzate dal secolo, ma ci sono i fuoriclasse, quelli che hanno la mano e la testa buone. Se ci diamo il limite piu' basso, sono almeno i dieci i narratori italiani che 'hanno aggiunto vita alla vita' di tutti, per dirlo con una formula azzeccata di Antonio Pizzuto. Di questo narratore pero' ho scritto altrove, come pure di Palazzeschi, Pirandello, Svevo, Tozzi, Fenoglio e Primo Levi”.
Cosi' saremmo a sei o sette, e gli altri?
“Gli esempi prodotti in questa mia raccolta di saggi sono Gadda, Landolfi, D'Arrigo, Alvaro, Domenico Rea, Carlo Levi, Testori, Bonaviri e Malerba, Pagliarani. Sono troppi per entrare fra i primi dieci e insieme manca piu' di uno, senza il quale il Novecento non sarebbe il secolo poderoso che e' nella narrativa non meno che nella poesia”.
Anche qui le dobbiamo chiedere alcune esemplificazioni.
“Savinio, Bontempelli, Campanile, Brancati, Calvino e Lampedusa. L'elenco si allunga, eppure sacrifica Moravia, Vittorini, Zavattini, Pavese, Bilenchi, Ortese, Sciascia. Non sono tutti dei grandi narratori, ma sono in molti ad esserci andati vicini con un bellissimo romanzo, per esempio D'Arzo con ‘Casa d'altri’ o Delfini coi ‘Racconti’ o Pea con ‘Moscardino’. Comunque in questo volume non ho cercato solo isole, bensi' specialmente arcipelaghi, come dire linguaggi di base comune e sviluppi individuali diversi. Le correnti contano ma non bastano: il grande artista resta sempre solo”.
Arcipelaghi nel senso di correnti, di linguaggi. C'e' un linguaggio, una corrente, che ce l'ha fatta meglio di un altro? Si legge una forte inclinazione all'espressionismo.
“La maggiore narrativa del Novecento e' espressionista, la deformazione con cui si conosce la verita' dall'interno, dal profondo, che e' stato a lungo il luogo delegato a capire la sorte dell'uomo contemporaneo. Gadda, Tozzi, Savinio passano di la'. Inoltre, attraverso Testori si marcano le differenze con neoespressionisti quali Pasolini, il primo Fenoglio, D'Arrigo, Mastronardi, nonche' Meneghello. Malerba si fa carico della prosa neoavanguardista di Arbasino e Manganelli. Analogamente Pagliarani prende una maggiore statura nel confronto con gli altri poeti 'Novissimi'. Semmai la competizione e' con Amelia Rosselli, la migliore poetessa del Novecento, non solo dalla parte dell'avanguardia”.
Sono davvero cosi' importanti le avanguardie?
“L'avanguardia e' stata determinante per rendere il secolo quello che e', sia dal punto culturale che da quello artistico. Per il Novecento e' quello che il Romanticismo fu per l'Ottocento. Una febbre da cavallo ma quanto ha corso la letteratura da quando le parole furono messe in liberta' dal futurismo. Energia da imbrigliare, ovviamente con l'obbligo per chi venne dopo di trovare nuove briglie o legami o tecniche o strutture linguistiche. Nel Novecento spesso si e' partiti dalle tecniche per andare a trovare i significati di cui sono le forme sono incinte o dei quali si sentiva l'esigenza. Questo e' un secolo interessato a creare piu' che a rappresentare. Ecco uno dei significati della formula che assegna all'arte il compito di 'aggiungere vita alla vita'”.
E' vivo ancora il sospetto che l'avanguardia faccia piu' cultura che arte?
“Bisogna distinguere. C'e' anche un grande arte d'avanguardia non solo nella pittura e nel teatro, ma anche in letteratura, magari piu' che poesia narrativa. Tuttavia ci sono grandi romanzi d'avanguardia. Faccio un solo nome, il Palazzeschi di ‘Perela' uomo di fuoco’, ma pure altri autori, da Bontempelli a Savinio, da Soffici a Campanile e Zavattini. Senza contare i narratori della neoavanguardia, cioe' Arbasino, Malerba e Manganelli. E tuttavia l'avanguardia e' anche un enorme fenomeno collettivo, ma per gli autori viene il momento di affrontare la qualita' individuale. Insomma artisticamente si salvi chi puo'”.
E come se Lei affidasse la qualita’ artistica alla post-avanguardia.
"La spinta piu' forte e' quella del futurismo, quando si disse che tutto era permesso, dopo gli interdetti delle culture che, sul viale del tramonto, diventano piu' repressive quando vedono arrivare i successori. L'avanguardia guarda al futuro, la post-avanguardia al passato prossimo. Piu' bella la seconda, ma funziona meglio la prima: questa crea, quella consuma, quando non si limita a mettere in bella. L'avanguardia attacca, stride, offende, trasgredisce, cerca il proibito, supera ogni confine deliberatamente. La post-avanguardia e' pacificata, sicche' il dramma si risolve spesso in elogio, il riso in umorismo e ironia”.
Andando nel dettaglio?
"Prima del 1920, solo tra il '18 e il '20, quando gia' c'erano stati i futuristi, i dadaisti e gli espressionisti (lo erano davvero i vociani?), sono state scritte molte delle opere narrative decisive: anche ‘La coscienza di Zeno’ di Svevo, ‘Le due Vite’ di Bontempelli, ‘Hermaphrodito’ di Savinio, il ‘Giornale di guerra e prigionia’ di Gadda, nonche' ovviamente D'Annunzio, Palazzeschi, Pirandello, Slataper, Jahier e Soffici. Manca il surrealismo, che fu un modo singolare di ritorno all'ordine, ancorche' fantastico”.
Ritorno all'Ottocento?
“Nessuno torna indietro, nemmeno se indossa abiti anacronistici. Il naturalismo e il simbolismo sono duri a morire, non li ammazza nessuno. Il primo infatti torna come neorealismo - che non fu poca cosa, e non parlo solo del cinema - il secondo rifiora' come neoclassicismo o come ermetismo, che e' un simbolismo consapevole del fatto che nel frattempo c'era stato il surrealismo”.
A proposito di ritorni: oggi non si registra un nuovo interesse per il realismo?
“Dannoso e' il ritorno, non il rilancio con nuovi connotati linguistici. Io parlo di realismi, visto che sono tanti, distinti dall'attributo: visionario, espressionista, magico, integrale o globale. C'e' il realismo che rende figurativo l'informale con cui le avanguardie disintegrano i significati delle ideologie collassate. Ne' Alvaro ne' Moravia negli Anni Trenta tornano a Verga. Gli Anni Settanta hanno fatto nuovo realismo coi significati della controcultura nella quale maturo' la contestazione giovanile. Rea non e' piu' un naturalista, e certamente non lo e' Fenoglio, narratore che mette in pentola ogni linguaggio e ci fa una minestra che non e' indegna di stare a tavola insieme al ‘Pasticciaccio’ di Gadda”.
Parlando, lei fa un'antologia personale. C'e' una strategia o si tratta solo di gusto individuale?
“Il critico farebbe sempre bene a dire chi e' e di cosa e' fatto: punto di vista sociale e politico, gusto, cultura, i rapporti con l'attualita' e con la storia, il metodo preferito e quelli che con esso competono, la ricezioni di notizie dalle scienze, fisiche e umane. Quindi da dove viene e magari dove desidera andare. Insomma cio' che forma un codice col quale interpretare e giudicare opere e autori. Alcuni dalla sua prospettiva non li vede, ma prima o poi li incontra, parlando di altri che insieme concorrono a disegnare in figura essenziale il Novecento. Confesso che alcuni li cerco per gusto personale che provo a far diventare collettivo”.
Domanda inevitabile, a questo punto: chi?
“Gli umoristi e grotteschi, il fantastico e il surreale, per esempio Svevo e Gadda, Savinio e Campanile, Zavattini e Brancati, Flaiano e Manganelli, Fenoglio e Marinetti”.
E' stato cosi' determinante per il Novecento Marinetti?
“Non e' un grande poeta e nemmeno un grande narratore, ma e' stato il fabbro di tanta poesia e narrativa altrui. Una grande opera non l'ha scritta ma sono apprezzabili parecchie sue pagine in versi o in prosa. In ogni modo ha insegnato alla letteratura una liberta' espressiva in virtu' della quale hanno scritto opere bellissime autori ben maggiori di lui, quelli che lui ha pero' liberato da vincoli formali e sostanziali con l'Ottocento. Per esempio, Palazzeschi e Bontempelli, Savinio e Campanile, Soffici e Govoni, Zavattini e Delfini. Magari non D'Annunzio, che anche senza aver letto il ‘Manifesto tecnico della letteratura italiana’, avrebbe scritto i cartigli di ‘Notturno’, ma il primo Ungaretti si' e tanti altri minori che sono comunque maggiori di molti poeti e narratori di oggi. Il futurismo ha coinvolto la letteratura di mezzo mondo nel primo Novecento, nei decenni in cui il secolo ha contratto vizi ma anche virtu'. All'analisi del sangue un po' di futurismo se lo sono ritrovato tutti nella proprie forme, compresi quelli che lo respingevano”.
Qual e' in concreto la principale eredita' del futurismo?
“Anzitutto la strategia. Savinio parlava dell'arte come forma dell'informe e la formula piacque a Debenedetti, al quale non piaceva pero' Marinetti poeta anche se riconosceva i suoi meriti per le ricadute del suo futurismo sulla grafica e sulla musica per il cinema. Ebbene, Marinetti inizialmente opta per l'informe, per lui l'informe e' gia' di per se' una forma con cui si esprime un'energia che ci perde ad essere imprigionata. Non sara' solo la sua, narrativa informale si e' fatta allora e dopo, Delfini, Malerba, Roversi, Leonetti, Ferretti, Tadini. E puo' essere grande narrativa quella che rompe gli argini della sintassi per annegare dentro la materia inconscia. L'informe come trascrizione non mediata ne' pettinata di quell'inconscio che il freudismo rimette in riga, cioe' in una nuova forma”.
Quale lingua parla l'inconscio? Ha un linguaggio preferito?
“La parola in liberta', l'immaginazione senza fili, la simultaneita' lirica dei futuristi come presente e come futuro, come dire avanguardia di un processo che all'inizio e' caotico magma. Questi procedimenti tecnici comportano che da allora in poi nessun tema viene interdetto, per sconcio o blasfemo che sia, e tutte le parole sono consentite. Arrivano dalla tradizione recente o remota e dalla strada, dal profondo e dai discorsi piu' superficiali e vanno a incontrarsi, a cozzare, a combinarsi dentro un testo dove sono saltati i rigidi confini fra registri linguistici, i linguaggi bassi vanno a braccetto coi linguaggi piu' alti, un'espressione colta si trova a contatto con una volgare e cosi' si fa luce o magari cortocircuiti. Insomma illuminazioni o black out”.
Ha fatto tanto per l'arte moderna il futurismo?
“Ha fatto anche di piu', e naturalmente ha fatto pure di meno per chi desiderava capirci qualcosa, e invece questo era impossibile. Tutto questo disordine e' da una parte ipernaturalismo, come dire un doppione delle realta', ma dall'altra e' creazione del diverso. Sembrava riproduzione e invece era creazione. Insomma e' una finzione anche questa apparente replica di una vita che scorre sotto la razionalita' . L'informale e' una tecnica della narrativa che non puo' esprimere in modo figurativo cio' che e' in formazione. Nel senso che e' premessa di quanto in futuro sara' detto con linguaggio figurativo , ma anche nel senso che il linguaggio d'avanguardia e' gia' il risultato massimo che desidera ottenere chi deve comunicare esigenze da esprimere con velocita', asprezza, violenza, aggressivita', il proibito, il sacrilego, l'osceno, il riso e il surreale. E questo negativo generera' tanto positivo per rovesciamento”.
In che modo?
“Le forme dell'innovazione piu' estremistiche non sono vuote ne' innocenti: sono gravide di significati alternativi, dei quale andranno a nutrirsi pure i nemici, cioe' i vari realismi, che spesso sono il contenutismo di forme d'avanguardia. Per esempio, lo sono stati negli Anni Settanta, quando la controcultura degli Anni Sessanta generera' il nuovo realismo dei franchi narratori e l'instaurazione dei significati con cui furono fatte le riforme, per esempio, divorzio aborto Rai e l'apertura dei manicomi. Da quel momento comincia un'altra storia, o meglio comincia subito, se non in contemporanea con la nascita”.
Ma a parte il fenomeno culturale, cosa resta del futurismo e delle altre avanguardie?
“Palazzeschi ha scritto fra il 1909 e il 1910 ‘Il codice di Perela'’ , che e' una favola figurativa nel modo particolare nel quale puo' esserlo un romanzo il cui protagonista e' un uomo di fumo. Dopo c'e' ovviamente il post-futurismo, cioe' la post-avanguardia di Bontempelli della Vita intensa e della Vita operosa, due opere singolari ed effervescenti del primo dopoguerra, di Savinio di Angelica e della Tragedie dell'infanzia, di Campanile delle tragedie in due battute e di Zavattini di Parliamo tanto di me, tutte opere piu' belle di quelle di Marinetti. Che negli Anni Venti avverte il logoramento del formalismo futurista e restaura il giovanile simbolismo, ferma restando che non si torna mai indietro, nemmeno se si approda al neoclassicismo. I rondisti scrivevano bene ma non come D'Annunzio e Dossi”.
Che c'entra Dossi col Novecento?
"In quanto padre dell'espressionismo, come dire del linguaggio piu' fecondo di narratori che mescolano con alto tasso di emozioni italiano e dialetti, fanno urtare registri linguistici incompatibili fra loro. E' espressionista Gadda, che manda a sbattere vocabolari estranei, ed e' espressionista Tozzi, un prosatore in cui lo scontro cromatico e' sostituito da quello psichico. E' un espressionista anche Pirandello e lo e' parecchio anche Savinio, colui che accusava gli espressionisti di essere dei 'veristi dell'anima': come dire dei deterministi dell'inconscio, il territorio dove il prima non condiziona il poi. Poi l'espressonismo va ad alimentare linguisticamente il realismo, impedendogli di restare documento”.
Una parte del volume e' intitolato alle linee di fuga. Di che cosa si tratta?
“Il Novecento, ogni volta che il realismo perde l'impatto di cui lo dotano i fatti, usera' come linee di fuga il fantastico (da Palazzeschi a Savinio, da Zavattini a Landolfi, da Calvino a D'Arrigo) e il grottesco (da Svevo e Pirandello, da Bontempelli a Campanile, da Brancati ad Arbasino, da Malerba a Manganelli). Baudelaire e Dossi avevano profetizzato la supremazia del riso e dell'ironia nel Novecento. E questo secolo gli ha dato ragione. La combinazione di fantastico e di grottesco, liberati del naturalismo dall'informale, ha prodotto una miscela esplosiva di cui ridiamo e tremiamo ancora”.
Dicembre 2008