Il 24 marzo 1944 l’eccidio delle Fosse Ardeatine: le SS di Kappler e Priebke trucidarono 335 italiani per rappresaglia, dopo che 33 nazisti erano stati uccisi in un attentato a via Rasella il giorno prima. Mai una parola di pentimento per il proprio passato, mai un'espressione di comprensione per le vittime o le loro famiglie: per molti anni (64 dall'epoca dei fatti) Erich Priebke e' rimasto fedele a se stesso, ed a quello che ha fatto. Cioe': aver partecipato al massacro delle Fosse Ardeatine, aver partecipato fin dai suoi inizi alla campagna di soppressione fisica degli oppositori politici del nazismo voluta da Adolf Hitler in Germania, averla proseguita in Italia fino al giorno stesso dell'arrivo degli americani a Roma il 4 giugno 1944. La storia dell'"uomo che spuntava la lista" inizia in un sobborgo di Berlino, negli anni immediatamente successivi alla disfatta nella Prima Guerra Mondiale. Famiglia modesta, studi in un istituto alberghiero, un primo soggiorno a Londra ed uno a Sanremo, come cameriere. Sembra che tutto inizi di li', dall'amicizia con un maestro di sci che lo introduce al verbo del nazionalsocialismo. Lui, Priebke, sostiene invece di essere sempre stato un uomo come tanti, un semplice esecutore di ordini, uno che il poliziotto lo faceva perche' doveva sbarcare il lunario, ed in fondo si trattava di un mestiere onorevole. Una sistemazione dignitosa: il ruolo perfetto in una societa' perfettamente piccoloborghese - quella tedesca dell'epoca - che faceva del decoro apparente l'unita' di misura della rispettabilita'. Il terreno di coltura dove attecchiva, mentre il giovane Erich entrava nelle forze di polizia di Berlino, la banalita' del male. I fatto e' che lui entrava nella polizia di Berlino, e subito dopo confluiva nella Gestapo: la polizia segreta del regime. Di piu': come rivelo' all'epoca del processo l'Agenzia Italia andando a spulciare nei National Archives di Washington, Erich Priebke venne inquadrato nel Gestapa. Il Gestapa ("Geheim Staatspolizei Amt") era l'ufficio preposto all'individuazione ed alla schedatura degli oppositori del regime nazista. Si trattava soprattutto di comunisti, cattolici e socialdemocratici.
A partire dal 1937 le SS, cui Priebke aveva nel frattempo aderito, iniziarono a rastrellarli. Finirono, a decine di migliaia, nel primo campo di sterminio del regime, quello di Sachsenhausen. Sempre nel 1937 il Giovane Erich dette una duplice svolta alla propria vita: sposo' la ragazza di cui era innamorato e se ne ando' a Roma, a fare da interprete ad Adolf Hitler in persona in occasione della visita ufficiale da Mussolini. A Roma sarebbe tornato un anno dopo, questa volta in pianta stabile, alle dipendenze di Villa Wolkonski, ambasciata tedesca presso il Regno d'Italia. Qui conobbe l'uomo al quale il destino lo avrebbe legato: Herbert Kappler, giovane ufficiale delle SS anche lui, anche se di un grado superiore (rispettivamente: Hauptsturmfuehrer ed Oberhaupsturmfuehrer). Cosa facessero in realta' i due a Roma non si sa bene. Si sa che ad un certo punto un autorevole esponente della nobilta' nera romana gli affitto' per pochi soldi una palazzina, uso ufficio, nei pressi di San Giovanni. A Via Tasso, dopo l'Otto Settembre, i capi della Resistenza Romana venivano portati, torturati, qualche volta costretti a confessare. Spesso morivano. In fondo lo stesso mestiere, per Priebke, dei tempi del Gestapa. Lui e Kappler stavano percorrendo a piedi la breve strada che unisce Villa Wolkonski a Via Tasso, il 23 marzo 1944, quando seppero dell'attentato a Via Rasella. Hitler ordino' prima la distruzione di Testaccio e San Lorenzo, poi si opto' per la rappresaglia del
Kappler e Priebke andarono dal prefetto repubblichino di Roma, Caruso, che consegno' una serie di criminali comuni, o solo gente in normale stato di fermo. Alla fine sui camion finirono 335, contro i 330 inizialmente previsti. L'organizzazione di Via Tasso aveva funzionato anche troppo efficacemente. Nemmeno 24 ore dopo l'attentato di Via Rasella quattro camion partirono da Via Tasso e Regina Coeli, presero l'Appia Antica e girarono a destra, sull'Ardeatina. Qui c'erano delle vecchie cave di tufo, utilizzate l'ultima volta alla fine dell'Ottocento. I prigionieri venivano fatti scendere, legati gli uni agli altri per le mani, a gruppi di cinque. Priebke spuntava i loro nomi dalla lista. Loro entravano nella grotta, si avvicinavano cinque SS, puntavano il fucile alla nuca e sparavano. Il gruppo successivo entrava, era costretto a salire sui corpi di quanti erano gia' stati uccisi, poi le cinque SS appoggiavano la canna del fucile alla nuca e sparavano. Gli ultimi entrarono che quasi non c'era piu' posto: la catasta dei morti arrivava fino al soffitto. Furono costretti a salire fino in cima. Uccisi anche loro, i nazisti se ne andarono facendo saltare l'ingresso della cava. Non mancarono di buttarci davanti un mucchio di immondizia, per coprire l'odore. Il massacro venne scoperto, tempo dopo, da un gruppo di bambini che si era avventurato nella zona per giocare. Al processo, cinquant'anni dopo i fatti, Priebke si difendera' dicendo di essersi limitato a spuntare i nomi dalla lista. Ma gia' Kappler, che nell'Italia del dopoguerra era stato arrestato, condannato, ricoverato al Celio e che aveva fatto in tempo a fuggire con la complicita' della moglie per morire libero in Austria, aveva testimoniato che anche gli ufficiali avevano sparato. All'inizio, per dare il buon esempio. Un altro punto della difesa di Priebke era il dovere di ubbidire agli ordini. Quello che impose il massacro delle Fosse Ardeatine era addirittura un Hitlersbefehl, un ordine impartito in persona dal Fuehrer.
Le ricostruzioni storiche, e quelle del processo, provano che ci fu il caso di un caporale, Wetjen, che ad un certo punto si rifiuto' di continuare. Kappler gli mise la mano sulla spalla, lo tranquillizzo', e lo indusse a continuare. Ma per quell'atto di insubordinazione il Caporale Wetjen non venne mai punito. Per ristabilire l'ordine Kappler ordino' un altro giro di esecuzioni anche per gli ufficiali. Tutti spararono una seconda volta. Il 3 giugno successivo si sparse la voce che gli Alleati erano alle porte di Roma. Per tutta la notte gli abitanti del quartiere San Giovanni videro alzarsi lunghe lingue di fuoco dal giardino retrostante la prigione di Via Tasso: erano Priebke a Kappler che bruciavano le carte dell'archivio. La mattina susseguente gli americani entrano dall'Appia e dalla Casilina, loro fuggono dalla Cassia, verso nord. Si dividono. Priebke continuera' nella sua opera prima a Verona e poi a Brescia. Dopo la guerra Priebke spari' di circolazione. Fini' a Bolzano, dove si fece battezzare come cattolico, poi con un passaporto ottenuto probabilmente grazie alla complicita' di Monsignor Hudal (il parroco della Chiesa di Santa Maria della Pace a Roma, che per questo genere di attivita' non venne mai ricevuto in Vaticano da Pio XII) si imbarco' a Genova su una nave diretta a Buenos Aires. Qui il cerchio sembra chiudersi, perche' Priebke torna al mestiere di gioventu': un giornalista italiano lo incrocia per caso, nel
(di Nicola Graziani)