(AGI) - CdV - A quarantatre anni dalla "humani generis" di Pio XII, per salvaguardare "il diritto dei fedeli a ricevere la dottrina cattolica nella sua purezza ed integrita'", una enciclica torna a condannare le scuole teologiche devianti rispetto agli insegnamenti del magistero. Con la "veritatis splendor", Giovanni Paolo II dichiara infatti errate alcune delle teorie morali piu' diffuse nei seminari e negli atenei ecclesiastici: quelle che si richiamano ai concetti dell' "autonomia morale", dell'"etica della situazione" e della "opzione fondamentale". Ma anche il "proporzionalismo" e il "conseguenzialismo". E soprattutto dice basta al dissenso dei teologi che mettono in discussione "la competenza del magistero ad intervenire in materia morale, insegnando autorevolmente le esigenze inderogabili dei comandamenti di Dio".
Un richiamo forte, reso necessario dalla constatazione che in scelte importanti come quelle dei metodi per il controllo delle nascite non tutti i cattolici tengono conto delle indicazioni della Chiesa ed in questo sono spesso giustificati proprio dai teologi e da molti sacerdoti. Una situazione da ribaltare e il Papa tenta di farlo impegnando tutta la sua autorita' in un documento che, scrive egli stesso, "per la prima volta espone con una certa ampiezza gli elementi fondamentali della dottrina morale della Chiesa e presenta le ragioni del discernimento pastorale necessario in situazioni pratiche e culturali complesse e talvolta critiche". Un tentativo sicuramente non facile, come dimostrano i contrasti che, alimentati da fughe di notizie parziali ed interessate, hanno di fatto rallentato l'enciclica (fermata ufficialmente dall' attesa del nuovo catechismo). Ma il cui esito e' destinato a caratterizzare le ulteriori fasi di questo pontificato.
Anche nella Chiesa, osserva il Papa, e' penetrato il "relativismo" che, "nel campo teologico diviene sfiducia nella sapienza di Dio, che guida l'uomo con la legge morale". Ed "a cio' che la legge morale prescrive si contrappongono le cosiddette situazioni concrete, non ritenendo piu', in fondo, che la legge di Dio sia sempre l'unico vero bene dell'uomo". una sottovalutazione della norma morale oggettiva da cui derivano gli "errori" della moderna teologia morale. Giovanni Paolo II li analizza ad uno ad uno per confutarli con argomentazioni stringenti.
Il principale, che nelle varie sfumature da' vita a correnti teologiche come il proporzionalismo, l'etica della situazione e quella molto in voga dell'opzione fondamentale (seguita in particolare dai teologi tedeschi) e' respinto con grande fermezza. Non e' affatto vero, chiarisce l'enciclica, che la bonta' di una determinata azione dipende soltanto dall'intenzione retta della coscienza o dalla previsione delle conseguenze, secondo una "valutazione utilitaristica dei vantaggi e degli svantaggi". Un atto e' invece moralmente buono se l'intenzione, il fine e la materia dell'atto sono buoni: un trinomio considerato inscindibile. Al contrario, separare l'orientamento di fondo di un individuo verso il bene dai suoi comportamenti concreti, che diventerebbero semplici "sintomi", significa operare una scissione indebita tra due livelli di moralita', supponendo l'esistenza di una dimensione "premorale" e dimenticando che "la cosiddetta opzione fondamentale, nella misura in cui si differenzia da un'intenzione generica, si attua sempre mediante scelte consapevoli e libere". E che per la dottrina cattolica, "viene revocata quando l'uomo impegna la sua liberta' in scelte consapevoli di senso contrario, relative a materia morale grave".
Sull'autonomia morale, il Papa scrive che "all'origine di questo sforzo di ripensamento si ritrovano alcune istanze positive, che peraltro appartengono, in buona parte, alla migliore tradizione del pensiero cattolico", e vede in esso una risposta alla sollecitazione conciliare al dialogo con la cultura moderna, in quanto "mette in luce il carattere razionale, quindi universalmente comprensibile e comunicabile, delle norme morali appartenenti all'ambito della legge morale naturale". Ma nell'applicare il concetto di autonomia alla teologia morale, lamenta il Pontefice, "alcuni sono giunti a teorizzare una completa sovranita' della ragione nell'ambito delle norme morali", dando vita a "una morale solamente umana, espressione di una legge che l'uomo da a se stesso e che ha la sua ragione esclusivamente nella ragione umana". Altri che vorrebbero mantenere "la vita morale in un contesto cristiano", hanno introdotto una distinzione, "contraria alla dottrina cattolica", tra l'ordine etico, che sarebbe intramondano, e quello della salvezza, che attiene al rapporto con Dio. Una distinzione teorizzata soprattutto in alcune facolta' teologiche americane, dove sono giunti a negare "l'esistenza di un contenuto morale specifico e determinato, universalmente valido e permanente nella rivelazione".
Molti teologi moralisti avevano gia' reagito a queste tendenze, talvolta in modo eccessivo, arrivando a invocare una "dogmatizzazione" della dottrina morale, che l'enciclica avrebbe dovuto addirittura coprire con l'infallibilita' pontificia. Il documento, invece, non stabilisce nuovi "dogmi" anche se mette in chiaro che al magistero del Papa e dei vescovi nelle questioni etiche e di fede e' dovuta obbedienza. Dunque, e' fuori luogo rivendicare il diritto ad esprimere opinioni diverse o sostenere che le posizioni alternative a quelle ufficiali sono seguite da un numero consistente di fedeli, se non dalla maggioranza di essi. Inoltre, non ha nessuna giustificazione il comportamento dei teologi dissenzienti che tentano di portare dalla loro parte l'opinione pubblica.
"Nell'opposizione all'insegnamento dei pastori della Chiesa - afferma infatti il Papa - non si puo' riconoscere una legittima espressione della liberta' cristiana ne' delle diversita' nei doni dello spirito". E mentre "gli incontri e i conflitti di opinione possono costituire espressioni normali della vita pubblica nel contesto di una democrazia rappresentativa, la dottrina morale non puo' certo dipendere dal semplice rispetto di una procedura: essa infatti non viene minimamente stabilita seguendo le regole e le forme di una deliberazione di tipo democratico". Questo per la stessa ragione per la quale in morale non servono le inchieste statistiche, in quanto "l'affermazione dei principi morali non e' di competenza dei metodi empirico-formali".
Secondo il Papa, allora, "il dissenso, fatto di calcolate contestazioni e di polemiche attraverso i mezzi della comunicazione sociale, e' contrario alla comunione ecclesiale e alla retta comprensione della costituzione gerarchica del popolo di Dio". E i vescovi, cui l'enciclica e' indirizzata, "hanno il dovere di agire in conformita' con la loro missione apostolica, esigendo che sia sempre rispettato il diritto dei fedeli a ricevere la dottrina cattolica nella sua purezza e integrita'" e debbono vigilare in particolare sulle istituzioni cattoliche, ritirando "in casi di grave incoerenza l'appellativo 'cattolico' a scuole, universita', cliniche e servizi socio-sanitari che si richiamano alla Chiesa".
Nel contesto delle raccomandazioni rivolte ai teologi e ai pastori, il Papa inserisce le pagine, inedite rispetto alle anticipazioni dello scorso luglio, che esaltano il martirio, una scelta eroica cui sono chiamati "relativamente pochi", ma che testimonia a tutti come per un cristiano sia meglio la morte che il peccato. "una simile testimonianza - conclude Giovanni Paolo II - offre un contributo di straordinario valore perche' non solo nella societa' civile ma anche nelle stesse comunita' ecclesiali non si precipiti nella crisi piu' pericolosa che puo' affliggere l'uomo: la confusione tra il bene e il male che rende impossibile costruire e conservare l'ordine morale dei singoli e delle comunita'".