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L'ANALISI = Il ritorno dei BTS e le ambizioni globali di Seul

Estero

(AGI) - Roma, 21 mar. - L''onda sudcoreana' è un fenomeno talmente perfetto che non può essere frutto del caso. L'attesa su cui è stato costruito il concerto che segna il ritorno dei BTS, la boy-band che contende a Taylor Swift il primato di icona mondiale del pop, ne è la prova. Un evento venduto a Netflix che lo ha trasmesso in streaming, guardato da milioni di spettatori e vissuto 'live' da 250 mila persone, che segna un ulteriore passo in avanti del soft power con cui Seul punta ormai da anni ad accreditarsi sulla scena internazionale, usando cinema, arte e musica come leva di potenza globale.
Attraverso il K-pop, il cinema da Oscar, le serie tv fenomeno globale e l’arte contemporanea la Corea del Sud ha costruito negli ultimi due decenni una delle più efficaci strategie di penetrazione al mondo. Una forma di attrazione capace di rafforzare l’immagine del Paese, sostenerne i brand, alimentare il turismo e accrescere il peso diplomatico di Seul.
A confermare la portata del fenomeno è anche il Global Soft Power Index 2026 di Brand Finance, che colloca la Corea del Sud all’undicesimo posto mondiale, con risultati particolarmente forti nei campi dell’innovazione e dell’influenza culturale. È il segno di una reputazione internazionale che è andata oltre la forza industriale e tecnologica e punta sempre più sulla capacità del Paese di essere percepito come moderno, creativo e desiderabile.
Il concetto di soft power, elaborato dal politologo statunitense Joseph Nye, indica la capacità di un Paese di ottenere risultati attraverso l’attrazione più che con la coercizione. Nel caso sudcoreano questa attrazione ha assunto il volto della Hallyu, la cosiddetta “onda coreana” che ha cominciato a levarsi negli anni '90. Moda, beauty, gastronomia e, sempre più, arti visive con il K-pop è stato il vettore più visibile e dirompente.
Non si tratta soltanto del successo di gruppi come BTS o Blackpink, ma di una macchina culturale che ha costruito comunità globali, linguaggi condivisi e un rapporto emotivo fortissimo con milioni di fan. Secondo dati della Korea Foundation, i fan dell’Hallyu nel mondo superavano i 225 milioni alla fine del 2023, segno di una diffusione che è andata oltre l'Asia per sbarcare in Europa, Americhe, Medio Oriente e Africa.
Il ministero della Cultura sudcoreano ha rilevato nel 2025 che il 70% di coloro che hanno fruito di contenuti coreani ne ha un’impressione positiva, che oltre due terzi sono pronti a raccomandarli ad altri e che il 64,1% degli intervistati indica tra le esperienze più desiderate una visita in Corea del Sud. Ancora più significativo è il fatto che il 22,1% dichiari di aver acquistato prodotti o servizi coreani dopo averli visti in film o serie tv. (AGI)

AGGIORNAMENTO 12:55

(AGI) - Roma, 21 mar. - L''onda sudcoreana' è un fenomeno talmente perfetto che non può essere frutto del caso. L'attesa su cui è stato costruito il concerto che segna il ritorno dei BTS, la boy-band che contende a Taylor Swift il primato di icona mondiale del pop, ne è la prova. Un evento venduto a Netflix che lo ha trasmesso in streaming, guardato da milioni di spettatori e vissuto 'live' da 250 mila persone, che segna un ulteriore passo in avanti del soft power con cui Seul punta ormai da anni ad accreditarsi sulla scena internazionale, usando cinema, arte e musica come leva di potenza globale.
Attraverso il K-pop, il cinema da Oscar, le serie tv fenomeno globale e l’arte contemporanea la Corea del Sud ha costruito negli ultimi due decenni una delle più efficaci strategie di penetrazione al mondo. Una forma di attrazione capace di rafforzare l’immagine del Paese, sostenerne i brand, alimentare il turismo e accrescere il peso diplomatico di Seul.
A confermare la portata del fenomeno è anche il Global Soft Power Index 2026 di Brand Finance, che colloca la Corea del Sud all’undicesimo posto mondiale, con risultati particolarmente forti nei campi dell’innovazione e dell’influenza culturale. È il segno di una reputazione internazionale che è andata oltre la forza industriale e tecnologica e punta sempre più sulla capacità del Paese di essere percepito come moderno, creativo e desiderabile.
Il concetto di soft power, elaborato dal politologo statunitense Joseph Nye, indica la capacità di un Paese di ottenere risultati attraverso l’attrazione più che con la coercizione. Nel caso sudcoreano questa attrazione ha assunto il volto della Hallyu, la cosiddetta “onda coreana” che ha cominciato a levarsi negli anni '90. Moda, beauty, gastronomia e, sempre più, arti visive con il K-pop è stato il vettore più visibile e dirompente.
Non si tratta soltanto del successo di gruppi come BTS o Blackpink, ma di una macchina culturale che ha costruito comunità globali, linguaggi condivisi e un rapporto emotivo fortissimo con milioni di fan. Secondo dati della Korea Foundation, i fan dell’Hallyu nel mondo superavano i 225 milioni alla fine del 2023, segno di una diffusione che è andata oltre l'Asia per sbarcare in Europa, Americhe, Medio Oriente e Africa.
Il ministero della Cultura sudcoreano ha rilevato nel 2025 che il 70% di coloro che hanno fruito di contenuti coreani ne ha un’impressione positiva, che oltre due terzi sono pronti a raccomandarli ad altri e che il 64,1% degli intervistati indica tra le esperienze più desiderate una visita in Corea del Sud. Ancora più significativo è il fatto che il 22,1% dichiari di aver acquistato prodotti o servizi coreani dopo averli visti in film o serie tv. (AGI)

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AGGIORNAMENTO 12:55

(AGI) - Roma, 21 mar. - La cultura diventa reputazione economica e attrattività turistica e si porta dietro una domanda commerciale. Un meccanismo sul quale si sono soffermati diversi studiosi. Il sociologo Doobo Shim, in uno studio considerato tra i più influenti sul tema, ha spiegato il successo della cultura pop coreana con la sua “ibridità”, cioè con la capacità di fondere codici globali e sensibilità locali in una forma immediatamente accessibile ai pubblici internazionali. Il K-pop non conquista perché appare distante o esotico, ma perché sa essere globale senza perdere una forte riconoscibilità. Anche Youna Kim, tra le principali studiose della Korean Wave, ha sottolineato come la cultura sudcoreana sia ormai molto più di un prodotto commerciale. Nei suoi studi, l'Hallyu appare come un fenomeno di comunicazione globale che intreccia industria culturale, identità nazionale e diplomazia informale. In questa lettura, la Corea del Sud si afferma come potenza culturale non tanto imponendo una narrativa ufficiale, quanto entrando nella vita quotidiana di milioni di persone attraverso musica e immagini. Più recente è l’analisi di Dal Yong Jin, altro nome di riferimento negli studi sulla cultura coreana, secondo cui la nuova fase dell’Hallyu è caratterizzata dall’intreccio tra produzione locale e piattaforme globali. In uno studio del 2025, Jin mostra come la Korean Wave si sia adattata all’ecosistema degli OTT e dei social diventando una produzione glocal: radicata in Corea ma pensata fin dall’inizio per la circolazione mondiale.
Questo aiuta a spiegare perché il soft power di Seul oggi non passi più attraverso le grandi piattaforme digitali globali che soltanto i mercati asiatici.
Accanto al K-pop, il cinema ha dato alla Corea del Sud una forma diversa di prestigio. Se la musica costruisce prossimità emotiva e coinvolgimento, il cinema produce autorevolezza culturale. La vittoria di Parasite agli Oscar ha segnato un punto di svolta, consacrando il cinema sudcoreano come fenomeno non più di nicchia o da festival. Non è un caso che, secondo i dati del ministero della Cultura, Parasite sia stato indicato anche nel 2025 come il film coreano più popolare all’estero per il quinto anno consecutivo. (AGI)

AGGIORNAMENTO 12:55

(AGI) - Roma, 21 mar. - Con registi come Bong Joon-ho e Park Chan-wook, la Corea del Sud ha mostrato di poter stare insieme nel mercato e nel canone, nell’intrattenimento e nella critica, offrendo opere capaci di parlare a un pubblico internazionale di disuguaglianze, violenza, famiglia e trasformazioni sociali.
In termini di soft power, il cinema ha consentito a Seul di andare oltre l’immagine di Paese “cool”, aggiungendo complessità e prestigio intellettuale. A questo si aggiunge il ruolo crescente dell’arte contemporanea. Qui il caso più emblematico è la Biennale Gwangju, fondata nel 1994 e oggi considerata una delle principali biennali d’Asia. La sua specificità sta nel legame con la memoria del movimento democratico di Gwangju del 1980 che ne fanno sì una piattaforma espositiva, ma anche uno spazio simbolico in cui la Corea del Sud proietta un’immagine di sé come Paese democratico, aperto e capace di fare della memoria storica un elemento della propria presenza culturale internazionale. Nel 2024, per il trentennale, la Biennale ha coinvolto 72 artisti provenienti da 30 Paesi e ampliato a 31 i propri padiglioni internazionali. L’arte, in questo quadro, svolge una funzione diversa da quella del K-pop e del cinema: meno commerciale, ma molto rilevante sul piano del capitale simbolico. Rafforza l’idea di una Corea del Sud non solo capace di produrre successi di massa, ma anche di partecipare alle grandi conversazioni globali su memoria, diritti, modernità e democrazia. Un fenomeno che non a caso ha avuto il suo culmine con il premio Nobel per la Letteratura ad Han Kang, che in 'Atti Umani' racconta proprio della profonda e dolorosa ferita delle repressioni degli anni '80.
Il soft power sudcoreano, però, non è privo di fragilità. Lo stesso ministero della Cultura ha registrato nel 2025 un aumento delle percezioni negative sull’Hallyu in alcuni mercati, salite al 37,5%. È un promemoria utile: la cultura funziona come strumento di influenza finché conserva spontaneità e desiderabilità. Se diventa eccessivamente istituzionalizzata o percepita come mera operazione promozionale, rischia di perdere parte della propria forza attrattiva. (AGI)

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