(AGI) - Roma, 19 mar. - La nazionale di calcio femminile iraniana, la cui sorte si è drammaticamente intrecciata con la guerra in Medio Oriente, è tornata a Teheran dove le autorità hanno chiamato a raccolta "l'intera nazione" per una cerimonia di benvenuto.
La scorsa settimana, sette membri della delegazione iraniana avevano chiesto asilo in Australia dopo che le giocatrici erano rimaste in silenzio, in segno di protesta, durante l'inno nazionale prima della partita d'esordio alla Coppa d'Asia. Le loro richieste di protezione hanno messo in imbarazzo il regime e scatenato le minacce contro le famiglie delle atlete in patria. Dopo giorni di tensioni, cinque di loro, tra cui la capitana Zahra Ghanbari, hanno cambiato idea e sono partite col resto della squadra in un viaggio la cui logistica è stata complicata dal conflitto in corso nella regione.
Gli attivisti per i diritti umani hanno accusato le autorità iraniane di aver fatto pressioni sulle famiglie delle ragazze, arrivando persino a convocare i genitori per interrogarli. Dal canto suo, Teheran ha accusato Canberra di aver provato a costringere le atlete a disertare. Due calciatrici sono rimaste in Australia, ma il resto della squadra ha completato ieri un lungo viaggio di ritorno attraverso la Malesia, l'Oman e poi Istanbul, per raggiungere il valico di frontiera terrestre di Gurbulak-Bazargan, in Turchia. (AGI)
Iran: calciatrici rientrate, attesa cerimonia a Teheran
AGGIORNAMENTO 13:11
(AGI) - Roma, 19 mar. - La nazionale di calcio femminile iraniana, la cui sorte si è drammaticamente intrecciata con la guerra in Medio Oriente, è tornata a Teheran dove le autorità hanno chiamato a raccolta "l'intera nazione" per una cerimonia di benvenuto.
La scorsa settimana, sette membri della delegazione iraniana avevano chiesto asilo in Australia dopo che le giocatrici erano rimaste in silenzio, in segno di protesta, durante l'inno nazionale prima della partita d'esordio alla Coppa d'Asia. Le loro richieste di protezione hanno messo in imbarazzo il regime e scatenato le minacce contro le famiglie delle atlete in patria. Dopo giorni di tensioni, cinque di loro, tra cui la capitana Zahra Ghanbari, hanno cambiato idea e sono partite col resto della squadra in un viaggio la cui logistica è stata complicata dal conflitto in corso nella regione.
Gli attivisti per i diritti umani hanno accusato le autorità iraniane di aver fatto pressioni sulle famiglie delle ragazze, arrivando persino a convocare i genitori per interrogarli. Dal canto suo, Teheran ha accusato Canberra di aver provato a costringere le atlete a disertare. Due calciatrici sono rimaste in Australia, ma il resto della squadra ha completato ieri un lungo viaggio di ritorno attraverso la Malesia, l'Oman e poi Istanbul, per raggiungere il valico di frontiera terrestre di Gurbulak-Bazargan, in Turchia. (AGI)
AGGIORNAMENTO 13:11
(AGI) - Roma, 19 mar. - "Il Consiglio di coordinamento della propaganda islamica invita l'intera nazionale iraniana a partecipare alla grande cerimonia di benvenuto per la nazionale di calcio femminile che si terrà oggi alle 19:30 (le 17 in Italia) all'incrocio di Valiasr", si legge nella nota diffusa dall'agenzia Tasnim.
In un post su X, il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha affermato che le giocatrici e il loro staff sono "figlie della patria e il popolo iraniano le accoglie a braccia aperte". Tornando a casa, hanno “deluso i nemici dell'Iran e non si sono arresi all'inganno e all'intimidazione degli elementi anti-iraniani”, ha aggiunto.
L'agenzia di stampa Mehr ha pubblicato immagini di un piccolo gruppo di benvenuto che sventolava bandiere sul lato iraniano del confine, con la squadra e lo staff seduti su un palco con un tappeto rosso. "Ci siamo riuniti tutti qui per congratularci con loro ed esprimere il nostro apprezzamento", ha dichiarato Mehdi Taj, presidente della Federazione calcistica iraniana. "Pur essendo donne, hanno dimostrato coraggio e forza da veri uomini", ha aggiunto.
Le organizzazioni per i diritti umani hanno accusato Teheran di esercitare pressioni sistematiche sugli atleti all'estero, uomini e donne, minacciando i familiari con il sequestro dei beni qualora disertassero o rilasciassero dichiarazioni contro la Repubblica islamica. Il silenzio delle calciatrici della nazionale - anche note come "le leonesse - durante l'inno nazionale, che è un'ode alla Repubblica islamica - è stato interpretato come un atto di sfida nei confronti del regime e in patria le ragazze sono state subito etichettate come "traditrici" dai media ufficiali. La pressione è stata tale che nei match successivi della Coppa d'Asia le atlete - che giocano rigorosamente col capo coperto dal velo - hanno ripreso a cantare l'inno, facendo anche il saluto militare. (AGI)