(AGI) - Taranto, 10 lug. - A 14 anni (luglio 2012) dal sequestro dell’area a caldo della fabbrica, poiché per la Procura di Taranto inquinava gravemente e causava malattie e morti, e a due anni (luglio 2024) dal lancio del nuovo bando di vendita per riportare di nuovo l’azienda sul mercato dopo la gestione ArcelorMittal, a cui ne seguirà un altro ad agosto 2025 tuttora aperto, l’ex Ilva è in un altro complicato tornante della sua esistenza. Questo mentre la produzione di acciaio rimane bassa (2 milioni di tonnellate su base annua), la cassa integrazione é elevata e la gran parte degli impianti di Taranto inattivi, tra cui un altoforno, l’1, ancora sequestrato dall’incendio di maggio 2025.
Il 28 luglio il Governo ha convocato a Palazzo Chigi tutti i sindacati, lo ha fatto anche per evitare l’autoconvocazione che le sigle Fim, Fiom e Uilm avevano annunciato qualora la presidenza del Consiglio non avesse dato risposte entro il 15 luglio. Da più parti si ritiene che il confronto del 28 possa essere in qualche modo decisivo e preludio della stretta finale. Questo per vari motivi: perchè sono già due anni che è aperta la procedura di vendita dell’ex Ilva; perché l’azienda deve necessariamente uscire dall’amministrazione straordinaria; perché serve assolutamente un investitore privato che metta mano al rilancio e agli investimenti e perché - ultimo ma non ultimo in ordine di importanza - gli aiuti pubblici stanno finendo. A breve, infatti, lo Stato erogherà gli ultimi 140 milioni del prestito ponte autorizzato mesi fa dalla UE sino a 390 milioni per consentire il passaggio della società al privato.
In pista, sempre più vicino, a quanto pare, all’approdo finale, è il gruppo indiano Jindal, che si era già affacciato mesi addietro con il primo bando dell’estate 2024. Secondo fonti vicine al dossier, Jindal è al momento l’unica proposta concreta presente sul tavolo. Il colosso della siderurgica però assorbirebbe solo una parte degli 8mila addetti di Taranto (circa 4.500) e produrrebbe attraverso un forno elettrico solo 2 milioni di tonnellate importandone 4 milioni dall’acciaieria dell’Oman per farli poi lavorare a Taranto. Una ipotesi di cui si dovrebbe discutere il 28 ma che intanto fa andare sulle barricate i sindacati, i quali, preoccupati per gli impatti di questa proposta, rilanciano la necessità di un intervento dello Stato. (AGI)
IL PUNTO = Ex Ilva: Jindal avanza tra i dubbi, vertice 28/7
AGGIORNAMENTO 18:55
(AGI) - Taranto, 10 lug. - A 14 anni (luglio 2012) dal sequestro dell’area a caldo della fabbrica, poiché per la Procura di Taranto inquinava gravemente e causava malattie e morti, e a due anni (luglio 2024) dal lancio del nuovo bando di vendita per riportare di nuovo l’azienda sul mercato dopo la gestione ArcelorMittal, a cui ne seguirà un altro ad agosto 2025 tuttora aperto, l’ex Ilva è in un altro complicato tornante della sua esistenza. Questo mentre la produzione di acciaio rimane bassa (2 milioni di tonnellate su base annua), la cassa integrazione é elevata e la gran parte degli impianti di Taranto inattivi, tra cui un altoforno, l’1, ancora sequestrato dall’incendio di maggio 2025.
Il 28 luglio il Governo ha convocato a Palazzo Chigi tutti i sindacati, lo ha fatto anche per evitare l’autoconvocazione che le sigle Fim, Fiom e Uilm avevano annunciato qualora la presidenza del Consiglio non avesse dato risposte entro il 15 luglio. Da più parti si ritiene che il confronto del 28 possa essere in qualche modo decisivo e preludio della stretta finale. Questo per vari motivi: perchè sono già due anni che è aperta la procedura di vendita dell’ex Ilva; perché l’azienda deve necessariamente uscire dall’amministrazione straordinaria; perché serve assolutamente un investitore privato che metta mano al rilancio e agli investimenti e perché - ultimo ma non ultimo in ordine di importanza - gli aiuti pubblici stanno finendo. A breve, infatti, lo Stato erogherà gli ultimi 140 milioni del prestito ponte autorizzato mesi fa dalla UE sino a 390 milioni per consentire il passaggio della società al privato.
In pista, sempre più vicino, a quanto pare, all’approdo finale, è il gruppo indiano Jindal, che si era già affacciato mesi addietro con il primo bando dell’estate 2024. Secondo fonti vicine al dossier, Jindal è al momento l’unica proposta concreta presente sul tavolo. Il colosso della siderurgica però assorbirebbe solo una parte degli 8mila addetti di Taranto (circa 4.500) e produrrebbe attraverso un forno elettrico solo 2 milioni di tonnellate importandone 4 milioni dall’acciaieria dell’Oman per farli poi lavorare a Taranto. Una ipotesi di cui si dovrebbe discutere il 28 ma che intanto fa andare sulle barricate i sindacati, i quali, preoccupati per gli impatti di questa proposta, rilanciano la necessità di un intervento dello Stato. (AGI)
AGGIORNAMENTO 18:55
(AGI) - Taranto, 10 lug. - Ma anche dal mondo industriale c’è preoccupazione per l’avvento eventuale di Jindal. Ieri Federmeccanica con il suo presidente Simone Bettini è tornato ad auspicare una cordata italiana per l’ex Ilva, perché, ha sottolineato, l’acciaio è importante per la metalmeccanica, l’industria e in generale la manifattura. Oggi gli ha fatto sponda Confindustria Taranto, con il presidente Salvatore Toma, auspicando in uno sforzo del ministro delle Imprese, Adolfo Urso, che riunisca gli acciaieri italiani.
In questo contesto, si inserisce, tornando a parlare, il fondo americano Flacks, competitor di Jindal nella partita dell’acquisizione dell’azienda, ma di fatto, secondo fonti vicine al dossier, ormai defilato, non avendo sinora espresso una proposta concreta e reale. Flacks oggi ha rilanciato ed ha dichiarato: se venisse confermato e andasse avanti il piano Jindal, “comporterebbe migliaia di esuberi, un significativo ridimensionamento dello stabilimento di Taranto e la trasformazione dell'ex Ilva in una realtà siderurgica di dimensioni molto più ridotte”. In alternativa, Flacks rilancia il piano a cui sta lavorando. “Insieme a partner di primo piano come Metinvest Adria e Danieli, il nostro obiettivo è preservare l'intera capacità produttiva di Taranto, salvaguardare tutti gli attuali livelli occupazionali e sviluppare la produzione di acciai ad alto valore aggiunto” sostiene Flacks.
A latere, ma non tanto, c’è poi la vicenda specifica del Dri, l’impianto del preridotto di ferro che alimenta i forni elettrici, i cui fondi, tramite il decreto legge 107/2026, sono stati trasferiti dal Mase al Mimit ma soprattutto svincolati dal riferimento alla decarbonizzazione del siderurgico di Taranto e inseriti in un contesto più generale e complessivo. Per Confindustria Taranto, se queste risorse, pari a circa 800 milioni - secondo quanto dichiarato da Eugenio Di Sciascio, assessore allo Sviluppo economico della Regione Puglia -, tornassero a Taranto e si unissero al sostegno pubblico per circa 2 miliardi a Jindal, “sarebbe finalmente uno spartiacque fra incertezze di vario genere ed un primo decisivo passo avanti verso la definizione di un possibile accordo”.
Invece la Fiom Cgil dice che con questa operazione il Governo ha cancellato la decarbonizzazione dell’ex Ilva. E anche Aigi, l’associazione delle imprese dell’indotto e dell’appalto siderurgico, manifesta molte critiche sul punto: “La cancellazione del miliardo destinato all’impianto per il preridotto - evidenzia - non è una semplice modifica contabile. È un atto politico pesantissimo. È la rimozione, con un tratto di penna, del progetto simbolo della decarbonizzazione dell’ex Ilva”. (AGI)