Pippi Calzelunghe e la maledizione di Norovirus. Diario olimpico del 17 febbraio

Ester Ledecka vince a sorpresa il superG mentre centinaia di atleti finiscono ko per un virus intestinale

Pippi Calzelunghe e la maledizione di Norovirus. Diario olimpico del 17 febbraio
Han Yan / NurPhoto 
 Yuzuru Hanyu

Tu chiamale se vuoi emozioni. Tante, diverse, uniche, come solo lo sport e ancor più un’Olimpiade, con la sua cadenza quadriennale, sa creare, vivere, regalare. PyeongChang le riassume in un giorno solo: dalla sorpresa all’estasi, dalla redenzione alla delusione, dalla speranza alla disperazione, alla rabbia, alla gioia. Chi pensava che i Giochi invernali fossero davvero freddi? Anche la temperatura in Corea è salita, facendo impazzire pure l’ultima variabile…

Pippi Calzelunghe rivoluzionaria

Quando taglia il traguardo e guarda istintivamente il tabellone, Ester rimane attonita, a lungo, con la bocca aperta, cercando conferme sulle facce di avversarie e genitori in tribuna, con gli occhi fissi su quei numeri da sogno, che non cambiano. Non ci crede, è convinta che ci sia un errore clamoroso, magari atroce, pazzesco, come quel centesimo in meno che il cronometro le assegna su Anna Veith, campionessa olimpica uscente, più nota col cognome da nubile, Fenninger. Un centesimo col quale Ester costringe clamorosamente sui gradini inferiori del podio anche un altro nome altisonante, come Tina Weirather (figlia d’arte di Harti Weirather e Hanni Wenzel). E lascia a Lara Gut la medaglia di legno.

Pippi Calzelunghe e la maledizione di Norovirus. Diario olimpico del 17 febbraio
TOBIAS HASE / DPA 
 Esther Ledecka 

Possibile? Lei, Ester Ledecka, che guarda, riguarda e riguarda ancora il risultato elettronico, piantata in mezzo al traguardo, aspettando una correzione, una retrocessione, un ritorno alla realtà rimarrà un’immagine simbolo della storia, non solo di questa Olimpiade, ma dello sport tutto. Ester è la prima che proprio non ci crede, non può aver vinto lei il superG olimpico, non può aver beffato la mitica Lindsey Vonn - che taglia male una curva a destra e butta via l’oro - e, soprattutto, la legge di questo sport che impone una scelta ben precisa: o sci o tavola. Mentre lei, la 22enne ceca con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così da Pippi Calzelunghe, in quest’Olimpiade ha già stabilito il record di prima a gareggiare in tutt’e due le discipline, da bi-campionessa del mondo di snowboard di gigante parallelo, in testa alla classifica di coppa del Mondo di specialità, ma con anche 19 gare di coppa del Mondo di sci (settima anche 7° nell’ultima discesa di Lake Louise in dicembre). “I miei allenatori dicono che scio come una snowboarder e che vado sulla tavola come una sciatrice”.

Musica, beach-volley, e poi?    

Ester la ribelle, fa spallucce e tira diritto, convinta dai geni sportivi di nonno Jan Klapac (argento a Grenoble 1968 e bronzo a Innsbruck 1964 nell’hockey olimpico) e di mamma Zuzana, ex pattinatrice, galvanizzata dai risultati giovanili (due ori mondiali nel 2013), stimolata dal talento poliedrico che la spinge a dedicarsi due mesi l’anno al beach volley a Lefkada in Grecia, agli allenamenti invernali in Colorado e alla passione per pianoforte e chitarra, imitando papà Janek Ledecky, cantante famoso a Praga, dove s’è trasferita dalla natìa Spindleryv Mlyn (già tappa di coppa del Mondo femminile). Ester che, con la tuta di gara disegnata dal fratello stilista, scrive la sorpresa più grande  dello sci alpino ai Giochi. E si guadagna anche il premio di miglior battuta olimpica. «No, gli occhiali non li tolgo: non mi sono portata il trucco, non pensavo di vincere». 

Record sì e record no

Sabato, col gigante Snowboard, Ester Ledecka può diventare la prima donna a vincerne due di ori, alle Olimpiadi Invernali, in due sport diversi. Come solo Johan Grøttumsbråten, campione in combinata nordica e sci di fondo nel 1928! “Sono un super-eroe”. Lara Gut vince un’altra medaglia della sfortuna: ha perso il bronzo per un centesimo, ed è scoppiata in lacrime: “Ho la sensazione che tutto quello che faccio non serve a niente, tutto il mio mondo mi è sparito attorno”. Quattro anni fa, a Sochi, era stata ancora quarta nel superG, a 7 contesimi dal podio, ed aveva preso il bronzo nella libera. 

Il principe diventa re

Il “povero” principe del Galles, Carlo, ha passato una vita nell’inutile attesa che mamma Elisabetta gli lasciasse il trono d’Inghilterra. Ma, sulla pista olimpica di pattinaggio artistico di PyeongChang, il principe di Sochi 2014, Yuzuru Hanyu, bissa l’oro e diventa il re della specialità. Un re buono, che regala in beneficienza le centinaia di peluche Winnie the Pooh, che i tifosi gli lanciano dagli spalti, sapendo che è il suo portafortuna. Un re elegante e bellissimo, flessuoso e fortissimo, sempre in controllo di movimenti ed emozioni, che s’impone col totale di 317.85 punti, trascinando in scia l’altro giapponese Shoma Uno (306.90), con quale sigla un’accoppiata storica, e sull’amico del cuore, lo spagnolo Javier Fernandez (305.24), col quale divide l’allenatore Brian Orser. Un re generoso e sentimentale, che si commuove e abbraccia amorevolmente gli altri medagliati.

Pippi Calzelunghe e la maledizione di Norovirus. Diario olimpico del 17 febbraio
Han Yan / NurPhoto 
 Yuzuru Hanyu

Un re che è un esempio nazionale di abnegazione, sofferenza e capacità di reazione: a novembre, aveva la caviglia destra ko per una lesione a un legamento, ha potuto riallenarsi sul triplo Axel (una rotazione e mezza, con chiusura delle braccia e posizione della vite) appena tre settimane fa, eppure, pur controllato in certe ricadute sul ghiaccio, ha vinto alla grande il titolo. Un re che ha eguagliato il bis olimpico di Gillis Grafstron (Svezia, 1920, 1924, 1928), Karl Schafer (Austria, 1932 e 1936), Dick Button (Usa, 1948 e 1952). Un re, campione del mondo in carica, che firma la medaglia d’oro numero 1000 dei Giochi invernali (dal via a Chamonix 1924) ed entra nella storia del sport giapponese anche come il terzo di sempre ad aggiudicarsi due ori olimpici, dopo Kenji Ogiwara e Takanori Kono, nella combinata nordica 1992 e 1994. Un re sorridente che però non s’inchina mai: anche se Nathan Chen sfodera un miracoloso esercizio nel programma libero con addirittura 6 salti quadrupli, come mai nessuno prima, ottenendo quasi 9 punti più di Hanyu ma non riuscendo a recuperare dopo il 17mo posto nel programma corto.

Wojtek un oro ce l’aveva già

Se 16 mesi prima dei Giochi ti rompi l’osso del collo sbattendo contro un armadietto a bordocampo, se passa un bel po’ di tempo prima che i medici sciolgano la prognosi, se nella testa ti passano domande angosciose, come: “Potrò camminare ancora con le mie gambe? Che sarà d’ora in poi della mia vita? Riuscirò a giocare ancora coi miei figli?”, se impazzisci di felicità quando finalmente il verdetto non solo è il ritorno a una vita normale, ma addirittura il ritorno allo sport agonistico. Se ti succede tutto questo, hai già vinto il tuo oro olimpico. Figurati se ricevi anche la convocazione ai Giochi in una nazione-guida come il Canada.

Pippi Calzelunghe e la maledizione di Norovirus. Diario olimpico del 17 febbraio
Grigoriy Sokolov / Sputnik 
Wojtek Wolski 

Perciò Wojtek Wolski era già abbondantemente uno degli atleti più felici, e lo è diventato ancora di più quando ha segnato due dei cinque gol contro la Svizzera. “Frattura della settima e della quarta vertebra cervicale, un livido del midollo spinale cervicale, commozione celebrale, più tagli ed abrasioni in faccia: ero davvero conciato male”. Ma quand’è stato sicuro che non c’erano danni seri alla spina dorsale, ha avuto soltanto un pensiero: “Posso anche tornare sul ghiaccio, quando, come, che devo fare?”. A giugno, ha ricominciato ad allenarsi, a settembre, rigiocava già nel campionato russo e, l’11 gennaio, “un anno e un giorno dopo l’operazione”, gli è arrivata la convocazione ai Giochi, a 32 anni, dopo 9 stagioni nella Nhl con 99 goal e 267 assist, ma anche un periodo di depressione. Ha reagito, come il padre che, quando lui aveva un anno, emigrò dalla Polonia nella terra promessa, in Canada. Che, per la cronaca, dopo 11 partite di fila, perde all’Olimpiade per la prima volta dal 2010, contro la Repubblica ceca. E la Russia umilia gli Usa 4-0.

“Signora di ferro”, record

Com’era prevedibile, la 37enne Marit Bjorgen ha vinto l’oro nella staffetta 4x5 km donne di fondo e, con 13 medaglie ai Giochi invernali (7 ori, 4 argenti, 2 bronzi) eguaglia il primatista assoluto di sempre, il connazionale norvegese Ole Einar Bjoerndalen.

Il virus impazza

Secondo gli organizzatori di Pyeongchang, ci sono stati altri 17 casi di norovirus, per cui il totale dei colpiti sale a 261. Di cui 44 sono ancora in quarantena e 27 sono stati dimessi, inclusi i due atleti svizzeri. Che sono alloggiati vicino Phoenix Snow Park, ma non nel villaggio degli atleti.

Azzurre senza gloria 

“Non ne avevo più. L’obiettivo era la finale e poi vedere come andava, ho ancora una gara individuale, i 1000, e la staffetta che ci dà sempre la carica. Sono sicura che mi riprenderò”, commenta Ary Fontana, oro dei 500, che si blocca dopo metà finale dei 1500 di short track chiusa al settimo e ultimo posto. Peggio le azzurre del biathlon che sperano invano nel riscatto nella 12.5 km mass start: 4a Lisa Vittozzi, 6a Dorothea Wierer. 

Il bob è un regalino… alcolico

Sandra Prokoff Kiriasis se n’era andata sbattendo la porta. Da ex atleta più medagliata del bob, oggi allenatrice di grido, la tedesca non poteva accettare di essere stata degradata ed umiliata dalla Federsci giamaicana alla vigilia dell’Olimpiade al femminile che tanto aveva contribuito ad approntare. E s’era portata via anche il bob che aveva preso in affitto in Germania, malgrado le rassicurazione dei dirigenti che tentavano di nascondere la cosa: “La sua rinuncia non avrà alcun impatto sul progetto”. Ma Red Stripe ha captato il tacito, drammatico, S.O.S. e, via tweet, ha offerto giovedì una cima di salvataggio, aggiungendo anche il numero di telefono da contattare. A caval donato non si guarda in bocca, e per salire su quei missili che volano in una galleria sul ghiaccio bisogna essere un po’ su di giri, per cui una sponsorizzazione alcolica, quasi in tema, è stata subito accolta. “Siamo in possesso del bob, è un regalo di Red Stripe”, hanno detto gli uni. “Come birra nata e lavorata nella stessa isola di questi atleti, vogliamo assicurarci che abbiano quello di cui hanno bisogno per gareggiare con orgoglio”, hanno aggiunto gli altri.
Carrie Russell e Jazmine Fenlator-Victorian hanno fatto la storia come le prime bobbiste donne dei Caraibi a qualificarsi alle Olimpiadi invernali. Con questo aiutino da 50mila dollari dello sponsor extra, hanno cominciato nella notte le gare, col sostegno e il tifo di tutte le altre squadre. 

“Woooooow”, firmato Roger

Aveva molto altro a cui pensare, a Rotterdam, con una partita che lo separa dallo storico ritorno al numero 1 del mondo, ma Roger Federer si è confermato un grande sportivo e un grande sostenitore degli connazionali. E così ha salutato il tris d’oro olimpico consecutivo di Dario Cologna nella 15 km di fondo con un tweet, semplice quanto efficace: ”Woooooow”, corredandolo con la medaglia d’oro e la bandiera rosso crociata. Cologna ha dribblato con classe e umiltà qualsiasi paragone col connazionale: "Federer è più grande di me”.

Kim + Kim: gli sms del curling 

Ben 34 dei 121 atleti sudcoreani ai Giochi si chiamano Kim, il 28% pieno. Il fenomeno non è ovviamente specifico solo allo sport. Secondo uno studio, i dieci nomi più popolari in Sud Corea, Kim, Lee e Park, accomunano circa il 64% della popolazione, e caratterizzano circa la metà del contingente di atleti all’Olimpiade.  In particolare, Kim è proprio di circa 10 dei 50 milioni di abitanti del paese. Ed è davvero singolare la situazione nella squadra di curling donne che il c.t. raggiunge coi messaggini sms utilizzando le iniziali per riassumere i loro nomi: Eun Jung è quindi più semplicemente E.Kim, Seon Yong è S.Kim, e via andare per Kyeong Ae Kim, Yeong Mi Kim, Chohi Kim e Min Jung Kim. Con due sole sorelle,  le altre nemmeno parenti. Per la cronaca, il c.t. è Kim Min Jung, che tutti chiamano  M. Kim.

Sveglia Gigante

Riuscirà Marcel Hirscher ad aggiudicarsi l’oro olimpico del Gigante? La risposta all’alba. “Il cannibale” austriaco, dominatore di coppa del Mondo si gioca il titolo nel testa a testa col campione uscente, Ted Ligety. Grande attesa per il bob a due uomini, sulla scia della tragica scomparsa a maggio dell’olimpionico del 2010, Steven Holcomb, morto nel sonno ma con tracce di medicinali e di alcolici nel sangue. I cui due bronzi di Sochi 2014 sono diventati argenti dopo lo scandalo doping dei russi. Attesa una gran battaglia nella 15 km mass start maschile: Johannes Bo, dominatore degli ultimi 3 anni, lotterà con Martin Fourcade, candidato al terzo oro a Pyeongchang, dopo la doppietta di Sochi 2014. Attesi anche gli azzurri Windisch e Hofer.

www.sportsenators.it



Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it