La denuncia di Schwazer: "Resta in piedi solo la manipolazione"

La denuncia di Schwazer: "Resta in piedi solo la manipolazione"

L'atleta parla all'Agi, e per la prima volta in forma ufficiale, di una possibile alterazione del campione delle urine del controllo antidoping dell'1 gennaio del 2016 nella sua abitazione di Calice di Racines in Alto Adige

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Alex Schwazer (afp) 

AGI - "Con una percentuale molto vicina al 100% resta solo in piedi la manipolazione, senza nemmeno prendere in considerazione le e-mail all'interno delle quali si parla di complotto nei miei confronti o i fatti accaduti al laboratorio di Colonia al momento della consegna delle provette contenenti le mie urine di quel controllo". Così in una intervista in esclusiva all'AGI, Alex Schwazer parla per la prima volta in forma ufficiale di "manipolazione" delle sue urine del controllo antidoping dell'1 gennaio del 2016 nella sua abitazione di Calice di Racines in Alto Adige.

Schwazer spiega, alla luce della terza ed ultima perizia presentata da Giampietro Lago, colonnello dei Carabinieri del Ris di Parma e perito del gip di Bolzano, Walter Pelino, alcuni punti chiave sotto l'aspetto dei dati emersi. "Nessuna microdose di doping come più di qualcuno mi ha accusato, nessuna patologia in atto, nessuna squalifica per eccesso di testosterone ma squalificato perché nelle urine sono stati trovati due metaboliti di testosterone. I miei valori sono tutti in una determinata gamma e sono tutti fisiologici, anche del controllo risultato positivo", ha puntualizzato Schwazer, 35 anni, spostato con l'estetista della sua città natale Vipiteno, Kathrin Freund e prossimo a diventare per la seconda volta papà dopo la nascita di Ida nel marzo del 2017.

La denuncia dell'ex marciatore

L'ex marciatore azzurro entra nello specifico e smonta, unitamente a quanto riportato dal perito Lago, le ipotesi avanzate dai genetisti di World Athletics e Agenzia mondiale antidoping che il valore eccessivo di testosterone emerso nel controllo dell'1 gennaio di quattro anni sia anche stato causato da patologie in atto. "Sandro Donati (allenatore di Alex e storico paladino della lotta al doping, ndr), ha documentato tutta la mia preparazione tanto che è stata presentata già a Wada e Iaaf (oggi World Athletics) al processo di Rio de Janeiro e dove emerge che io sono sempre cresciuto in maniera regolare.

Il 31 dicembre del 2015 ho fatto un allenamento molto lungo, 40 chilometri (4'35-4'30" al chilometro), diciamo un allenamentone che dimostra che non stavo per niente male altrimenti non sarei riuscito a fare un simile allenamento - spiega Schwazer -. L'andamento del mio allenamento segnala una crescita continua, non ho mai avuto cali di forma, pause o intoppi, cose classiche in caso di infortunio o patologia".

L'oro olimpico di Pechino 2008 nella 50 km di marcia, vincitore del Mondiale a squadre di Roma nel 2016 dopo essere rientrato dalla prima squalifica, quella del 2012 quando confessò l'assunzione di Epo, entra nel dettaglio in merito al fatto che lui non soffriva di patologie. "Quando un'urina entra in laboratorio è sottoposta ad uno screening e c'è l'obbligo di segnalare uno stato di ematuria, ovvero se ci sono tracce di sangue nelle urine perchè è fondamentale in un test per la ricerca dell'Epo - precisa Alex Schwazer nella lunga intervista all'AGI -. Se hai una patologia, una cistite o prostatite, dove è classico il sangue nelle urine, loro dovevano segnalare e questo nel mio caso non è avvenuto: nelle mie urine dell'1 gennaio non c'era nessuno stato di ematuria".

Sul caso la Wada si affida a genetista condannato per caso Claps

Una nuova puntata del 'caso Schwazer' scoppia nel giorno del 'Golden Galà, l'evento top dell'atletica leggera in Italia al quale assisterà il presidente di World Athletics, Sir Sebastian Coe, un grande ex del mezzofondo. Il giallo legato al secondo presunto caso doping di Alex Schwazer sta ormai entrando nel vivo ed interessa sempre più sia World Athletics che l'agenzia mondiale antidoping (Wada).

L'ultimo colpo di scena riguarda la Wada, già accusata di essere poco collaborativa nella vicenda intricata dello 'Schwazer 2' (catena di custodia, momento della consegna delle urine incriminate e fasi successive). La Wada dopo tre anni e mezzo di indagini preliminari - ora le carte sono ritornate al pm bolzanino Bramante - ha deciso di nominare un suo consulente genetista. Il nome è quello di Vincenzo Pascali. Lo stesso, in merito all'elevata quantità di Dna riscontrata nelle urine di Schwazer, si è già espresso affermando che "non è per nulla anomala".

Pascali, genetista forense romano, è noto perché nel processo dell'omicidio di Elisa Claps si era ritrovato da perito a imputato. Cos'era accaduto? Pascali tre anni fa è stato condannato in primo grado dal Tribunale di Salerno a 18 mesi di reclusione, 5 anni di interdizione dai pubblici uffici e 18 mesi di sospensione dall'insegnamento universitario alla Cattolica di Roma, con l'accusa di falso in perizia. Il professionista aveva escluso di menzionare tracce di Dna umano, quello di Danilo Restivo, sugli abiti della studentessa potentina uccisa il 12 settembre 1993 e il cui cadavere fu ritrovato il 17 marzo 2010 nel sottotetto della Chiesa della Santissima Trinità di Potenza.

Molti dei reperti scartati da Pascali vennero successivamente approfonditi dal Reparto investigazioni scientifiche dei Carabinieri. Nella superperizia dell'allora tenente colonnello Giampietro Lago - oggi perito del gip di Bolzano, Walter Pelino, proprio nel caso Schwazer - furono individuate tracce biologiche qualificate come tracce ematiche. Per l'omicidio Claps, Restivo venne condannato in via definitiva a 30 anni di reclusione mentre nei confronti di Pascali la sentenza venne annullata per intervenuta prescrizione durante il processo d'appello.

La Spy Story

La 'spy story' che vede al centro Alex Schwazer e le accuse di doping ha radici lontane e vi si mescolano vecchi rancori e ripicche tra enti e soprattutto tra persone. è la storia di un uomo, di un marciatore, che non ha paura della fatica, un uomo che lotta e che adesso vuole arrivare alla verità. Di anni ne sono trascorsi parecchi, oltre quattro, ma lui, Alex, un altoatesino che non si ferma alla prima intemperia, vuole giustizia.

Non si accontenta della 'pacca' sulle spalle o del 'dai, sappiamo che sei pulito ma lascia perdere'. Vuole sapere che cosa è accaduto alle sue urine di quel maledetto controllo dell'1 gennaio del 2016. Urine che prima erano risultate 'negativè e poi diventate quasi improvvisamente 'positive' a due metaboliti di testosterone. La sanzione è stata pesantissima ma in piena regola contro il codice antidoping in vigore: otto anni di squalifica per recidiva.

La battaglia legale, però, va avanti e, col trascorrere delle udienze è diventata sempre più misteriosa, opaca, con diversi punti inesplorati e a favore di Schwazer. Nell'ultima udienza, quella di lunedì scorso nell'aula A del Tribunale di Bolzano, è emerso che il valore del Dna presente nelle urine di Schwazer del controllo incriminato è anomalo, troppo elevato.

Successivamente il colonnello dei carabinieri del Ris di Parma, Giampietro Lago, perito del gip bolzanino Pelino, ha spiegato che un dato così elevato non è causato nè dal superallenamento nè da una patologia di Schwazer al momento del controllo. "Se avessi avuto una patologia, una cistite o prostatite e il laboratorio avesse riscontrato lo stato di ematuria, ovvero tracce di sangue nelle urine, lo avrebbe dovuto segnalare: così non è stato perché non c'era nulla di patologico", ha precisato oggi all'AGI, Alex Schwazer. Il colonnello Lago non ha affatto escluso un'ipotesi molto cara da sempre alla difesa e all'allenatore Sandro Donati, l'uomo delle mille e più battaglie contro il doping: quella della manipolazione delle urine, della manomissione delle provette.

"Nelle provette non c'è urina di terzi ma abbiamo appurato che all'interno del laboratorio di Colonia c'erano urine di Alex Schwazer fuori da quella catena di custodia", sono state le pesanti parole di Lago. Si parla sempre più insistentemente di 'manipolazione di urinè: gravissimo se fosse così non solo per Schwazer, ma per tutti gli atleti, e di complotto.

Il vocabolo 'plot' contro 'A.S.' (Alex Schwazer) è noto, lo si legge in uno scambio di e-mail tra il responsabile dell'antidoping dell'atletica mondiale Thomas Capdevielle e il legale della federazione internazionale Ross Wenzel. Documenti hackerati dai russi di Fancy Bears sui quali c'è scritto, "ma a Colonia sanno del 'plot' contro A.S ?'. Colonia è la città sede di uno dei laboratori accreditati Wada nel mondo e dove erano custodite le provette delle urine di Schwazer del controllo dell'1 gennaio 2016.

Il 'caso Schwazer 2' ha una data di inizio certa: il 16 dicembre del 2015. Quel giorno accaddero due cose. Alex accusò in aula l'allora medico della federazione italiana Fischetto - il primo già inglobato nel settore medico di World Athletics - di aver omesso di denunciare i valori anomali degli atleti russi e qualche ora dalla federazione mondiale di atletica leggera partì l'ordine - di prassi gli ordini di controllo non partono due settimane prima - di testare l'azzurro il giorno di Capodanno.

Lo stesso Fischetto in un'intercettazione telefonica del giugno del 2016 apostrofò "'sto crucco deve morì ammazzato". Sul documento del controllo è stato riportato 'Racines', il luogo del controllo che, invece, doveva restare anonimo. Successivamente le provette partirono per Stoccarda e 'riposarono' presso la ditta Gqs della quale almeno sei persone erano in possesso della chiave d'ingresso. Le urine di Schwazer rimasero incustodite per mezzo pomeriggio, una sera e una notte senza nemmeno la videosorveglianza. Il 2 gennaio le urine vennero portate al laboratorio di Colonia. Verso fine mese la certificazione del controllo: 'negativo'. Poi un lungo silenzio.

A maggio Schwazer vinse la 50 km dei Mondiali a squadre alle Terme di Caracalla arrivando poi secondo in una 20 km in Spagna. Nel frattempo Alex proseguiva a prepararsi per le Olimpiadi di Rio fino al 21 giugno quando, alla vigilia della cerimonia della consegna del tricolore all'alfiere Federica Pellegrini dalle mani del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, arrivò la notizia: 'le urine sono positive al doping'. Il 17 gennaio seguente si aprì il processo penale a Bolzano.

La prima richiesta sia del pm che del gip e avere in Italia le urine ma il laboratorio di Colonia rifiuta da subito l'invio. Solo il 7 febbraio del 2018, oltre un anno dopo, il colonnello Lago, accompagnato dall'avvocato del marciatore Gerhard Brandstaetter (che come lui stesso ha ricordato lunedì scorso è stato minacciato), riesce ad ottenere le provette.

Inizialmente il direttore del laboratorio aveva tentato di consegnarli non l'urina B sigillata ma un'anonima urina contenuta in una fialetta di plastica. Dopo una discussione, Lago si fa consegnare l'urina della provetta B per iniziare la lunga ed articolata attività di indagine che hanno portato il colonnello a redigere ben tre perizie dove il concetto manipolazione è stato preso in considerazione.