Gigi Riva compie 70 anni, una leggenda a suon di gol

(AGI) - Roma, 7 nov. - Stare sotto i riflettori non gli piacepiu' da quando ha abbandonato il ruolo di team manager azzurronel

(AGI) - Roma, 7 nov. - Stare sotto i riflettori non gli piacepiu' da quando ha abbandonato il ruolo di team manager azzurronel maggio 2013. E il suo addio ha lasciato comunque un vuotonella Nazionale che, un anno dopo, avrebbe fatto flop aiMondiali in Brasile. Gigi Riva, la leggenda vivente del calcioitaliano, il sardo (d'adozione) piu' famoso nel mondo, compie70 anni. Nativo di Leggiuno, comune del varesotto con meno diquattromila anime, 'Rombo di tuono', come lo soprannomino'Gianni Brera, ha sempre preferito i fatti alle chiacchiere,trascinando a suon di gol (21) il Cagliari di Scopigno allostorico scudetto della stagione 1969-1970, contribuendo inmaniera decisiva alla vittoria degli Europei 1968 la Nazionale,con la cui maglia detiene il record, difficilmente battibilenei tempi moderni, di 35 reti in 42 partite ufficiali (ad unamedia realizzativa di 0,83). Centottanta centimetri per 78chilogrammi, potenza unita alla classe per una miscela unicanel suo genere, Riva occupa la 74esima posizione nella specialeclassifica dei migliori calciatori del XX° secolo stilatadalla rivista World Soccer e deve molto della sua fama proprioai colori rossoblu, ai quali e' cosi' legato da aver assuntoanche la presidenza del club per pochi mesi, nella stagione1986-1987. Mancino naturale, numero 11 stampato sulla pellecome un tatuaggio, ala sinistra di ruolo adattatosi poi almestiere di centravanti, Riva inizio' il suo percorso difuoriclasse nelle giovanili del Laveno Mombello (1960) per poipassare al Legnano (1962), con cui esordi' in pratica nelcalcio che conta. Il salto, ovviamente, nel Cagliari, con cuimilito' dal 1963 al 1976, un'intera vita calcistica, bandiera ecapitano di un popolo cosi' geograficamente distante dalle sueterre ma assai simile alle sue doti di tenacia e abnegazione.Forse ha solo un rammarico, Riva, guardandosi alle spalle. Noncerto il secondo (dietro Rivera) e terzo posto (dietro Muller eMoore) nelle edizioni 1969 e 1970 del Pallone d'Oro, e nemmenol'aver solo sognato Bologna e Inter, le corazzate dell'epoca,prima dell'approdo in Sardegna, che non volle lasciare nemmenoper le lusinghe della Juventus di Boniperti, ma forse quellapiazza d'onore ai Mondiali di Messico 1970. E non tanto per lafinale persa con il Brasile, ma quanto per quelle due retivalide nella sfida con Israele che un guardalinee distratto glitolse. Dandogli pero' la rabbia giusta per la doppietta neiquarti ed il gol in quella semifinale storica con la Germania,quella del momentaneo 3-2. Una delle tante prodezze di una vitasempre in prima linea. (AGI).