Gli insulti di un ospite a Falcone e Borsellino: il caso Realiti, spiegato

Lo tsunami che si è abbattuto dopo la diretta del programma è finito su tutte le prime pagine

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Mimmo Chianura / Agf
Giovanni Falcone

Leonardo Zappalà detto Scarface, cantante neomelodico, quasi 9 mila follower su Instagram, dove mostra muscoli, tatuaggi e catenone. Idoli personali: Al Capone e, appunto, Scarface. Icone antimafia collettive di cui farebbe a meno: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, come ha fatto chiaramente capire, il 5 giugno scorso durante la prima puntata di Realiti, il Truman show dell’informazione di Raidue condotto da Enrico Lucci. A scatenare il finimondo a  viale Mazzini, nel 2016, quando a Porta a porta si parlava di mafia, era stato Salvo Riina, figlio del superboss Totò, invitato da Bruno Vespa su Raiuno a raccontare suo padre scomparso l’anno seguente.

Stavolta è bastato il molto meno famigerato Zappalà, il 19enne catanese che con le sue esternazioni in studio contro Falcone e Borsellino (“Queste persone che hanno fatto queste scelte di vita le sanno le conseguenze. Come ci piace il dolce ci deve piacere l’amaro”, tradotto: “se la sono cercata”) ha provocato lo tsunami che si è appena abbattuto sulla Rai, finito sulle prime pagine di tutti i quotidiani. Con l’apertura di un’indagine interna sulla prima puntata di “Realiti” e le pubbliche scuse dell’ad Fabrizio Salini ai familiari di Falcone e Borsellino, a tutte le vittime di mafia e ai telespettatori, seguite all’ondata di sdegno (protagonisti la commissione di Vigilanza Rai, l’Usigrai, Fabio Trizzino, genero di Borsellino, e Paolo Borrometi, come ricostruisce Repubblica) provocata dalle esternazioni di Scarface, ospite della puntata e da quelle del suo collega Niko Pandetta, 34 anni, detto “Tritolo”, reduce da 10 anni di galera, nipote di Turi Cappello, boss mafioso condannato all’ergastolo.

Nel servizio sui neomelodici trasmesso prima dell’intervista a Zappalà in studio, Pandetta aveva spiegato che i testi delle sue canzoni erano dedicate allo zio in carcere, per poi minacciare su Facebook, postando un video in cui brandisce una pistola dorata condito dall’avvertimento “Io le pistole d’oro ce l’ho”, il consigliere regionale dei Verdi in Campania Francesco Emilio Borrelli, presente in trasmissione, che aveva condannato  il fenomeno dei neomelodici che inneggiano alla mafia.

Mica l’unico a condannare: il conduttore Lucci, davanti a quegli orrendi sproloqui del “pischello”, così come lo definisce, aveva reagito in modo netto, invitandolo ad andare a studiarsi la storia, elencandogli chi sono i veri eroi siciliani (“Piersanti Mattarella, Peppino Impastato, Pio La Torre, i carabinieri ammazzati dalla mafia) e, sostiene con Agi, obbligandolo ad applaudire quando sullo schermo dello studio sono comparse le immagini dei due giudici uccisi dalla mafia. Il riluttante battimano non ha impedito però a Zappalà-Scarface di dire la sua orribile frase su Falcone e Borsellino.  

L’orribile da una parte, il bene dall’altra. E’ questo che rivendica Lucci dal 10 giugno, quando a cinque giorni dalla messa in onda è scoppiato il finimondo, cominciato quando  Borrometi ha pubblicamente stigmatizzato che “è inaccettabile vedere insultare in un programma Rai i giudici Falcone e Borsellino o sentire inneggiare a clan che vorrebbero realizzare attentati contro di me e la mia scorta”.

Lucci ha messo il pischello a posto più volte, definendo, ha spiegato all’Agi “ciò che è bene e ciò che è male”. E chiarendo di non aver invitato in studio  “Totò Rina ma un pischello 19enne che mafioso non è ma, come ha spiegato, si atteggia ad esserlo per guadagnare follower, perché io con i mafiosi non ci parlo”, difende la decisione (non sua, precisa , che di Realiti è solo il conduttore) di invitare quel ragazzo in un programma “Truman show” che racconta tutto ciò che avviene nel web: “Nel web ci sono le donne nude, Matteo Salvini e i neomelodici. Non me lo invento certo io che nella vita coesistono il bene e l’orribile. L’importante è definire in studio cosa è il bene e cosa è l’orribile. Io l’ho fatto, invitando quel ragazzino di 19 anni  a studiare la storia, ma credo che in pochi l’abbiano visto” .  In effetti la prima puntata, appesantita anche dalla lunghezza ha registrato appena il 2,45 per cento di share, poco più di 400 mila telespettatori. Si è arrabbiato parecchio per il linciaggio mediatico anche Carlo Freccero, il direttore di Raidue che Realiti l’ha fortemente voluto: “Quello che i media percepiscono solo ora è stato analizzato in trasmissione, con veemenza, subito, da tutti noi, indignati e costernati. Lucci aveva prontamente reagito” ha dichiarato al Corriere della Sera e al  Messaggero, dove si è anche scusato pubblicamente, precisando di aver posto “con veemenza il problema già durante la pubblicità”.  

Freccero e Lucci, insomma, credono che le tante proteste e i tanti articoli sdegnati provengano da chi quel pezzo incriminato di Realiti non l’ha visto, tanto che informa il conduttore, ne riparleranno ancora, il 12 giugno nella seconda puntata di Realiti. Che, attenzione, andrà in onda non più in diretta e in prima serata come la prima, ma in seconda serata e registrata, per recuperare audience ma anche per  tagliare eventuale nuove pericolose esternazioni, come quella di Scarface. E dove è probabile che non ci saranno ospiti a rischio, perché la nota Rai che annuncia l’apertura dell’istruttoria chiarisce anche che “direttori di rete, conduttori e autori sono stati ampiamente sensibilizzati sulla necessità di porre la massima attenzione sulla scelta degli ospiti, delle tematiche e sulla modalità di trattazione degli argomenti sensibili”. Difficile insomma, che a Realiti si riparli di mafia, nonostante Lucci sostenga che svergognare in diretta quel ragazzo pazzo di Al Capone sia servito a sensibilizzare i giovani telespettatori attratti dal suo fascino maledetto. 

In Rai, insomma si può  parlare di temi sensibili, e come? Serve davvero nascondere il male, ed è giusto mostrarlo in un programma di infotainment, fiero di mixare  “idiozia e intelligenza”? Per la puntata di Porta a Porta, l’allora direttore dell’offerta editoriale Carlo Verdelli, oggi numero uno di Repubblica se la cavò invitando Vespa a far precedere l’intervista a Salvo Riina da un’introduzione del conduttore che prendeva le distanze dalle sue parole (“quella che state per vedere è l’intervista a Rina Junior, un mafioso che parla da mafioso, figlio di un mafioso con nove ergastoli”).  Precisazione che non  bastò comunque a fermare le polemiche politiche né quelle degli editorialisti. Adesso Maurizio Crippa, sul Il Foglio se la prende più che con Zappalà, con Lucci (definito nel titolo “il neomelodico vero”) che, anziché insegnargli la storia in diretta, avrebbe dovuto avere la decenza, sostiene, di non invitare quel 19enne in studio

Una delle poche voci fuori dal coro di condanna è quella del direttore de Il Fatto quotidiano, Marco Travaglio che nel suo editoriale difende Lucci & Co.  chiarendo che compito della Rai dovrebbe essere anche quello di mostrare “quegli angoli bui di società che molti fingono di non vedere e molti ignorano del tutto salvo poi meravigliarsi se le elezioni danno risultati inaspettati”. Un programma che si occupa dei fenomeni più popolari sui social, considera Travaglio “non può ignorare i neomelodici, ingaggiati a peso d’oro anche nei matrimoni dei clan mafiosi”, scrive Travaglio, con una chiusura pesante del suo editoriale: “ma ciò che si vuole a rete unificate è altro: la facciata edificante e pulitina delle istituzioni che ogni 23 maggio e 19 luglio corrono a Palermo a deporre corone di fiori a Capaci e in via D’Amelio. Il solito derby ipocrita e oleografico tra Stato e Antistato, giudici buoni (quelli morti) e mafiosi cattivi”.



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