Uno, nessuno e Cento Città: la nuova vita di Gianluca Semprini

Intervista con il giornalista ex Sky, passato da Politics a Rainews24 e ora nella nuova Radiouno di Luca Mazzà. "La radio ha un fascino a parte, e poi è stata fondamentale nella mia formazione, ci ho lavorato nei miei primi nove anni di carriera"

Uno, nessuno e Cento Città: la nuova vita di Gianluca Semprini
Maria Laura Antonelli / AGF
Gianluca Semprini (AGF)

Non si può certo dire che negli ultimi due anni Gianluca Semprini si sia annoiato. Nel bene e nel male.

Clamorosamente traghettato nel 2016 da Sky a Raitre per un’infatuazione professionale dell’allora direttore Daria Bignardi che presentandolo come 'l’erede di Bruno Vespa' lo volle alla guida dello sciagurato talk Politics ("non la conoscevo, mi scrisse un sms dicendomi “Ciao, ci prendiamo un caffè?”. Non la sento più da un pezzo, non eravamo amici prima e non lo siamo sicuramente ora", chiarisce), dopo la sbrigativa chiusura del talk per penuria di ascolti era finito in punizione nel turno notturno di Rainews 24. Riuscendo a  ritirare fuori testa e busto nel giugno scorso, con la conduzione de La vita in diretta estate.

Adesso che  ha pure recuperato un diurno e umano turno a Rainews, il caporedattore Semprini si è tolto lo sfizio di tornare in radio, il suo primo amore. Dal 7 gennaio, su Radio1, con Ilaria Amenta e Duccio Pasqua, dalle 9,30 alle 10,30 conduce “Cento città. In diretta con l’Italia”, dove racconta le grandi storie locali: "Mi sono innamorato, ad esempio, di quella del comune di Bari che paga chi va in lavoro in bicicletta".

Pure qui, come successe con la Bignardi per Raitre, Semprini racconta di esserci arrivato per caso, attraverso il direttore: "Nella mia testa c’era l’idea di tornare a fare radio, al bar ho incontrato il nuovo direttore del Gr Rai e di Radio1 Luca Mazzà, poi gli ho scritto una mail e lui mi ha proposto il programma".

Meglio metterci la voce che la faccia?

"La radio ha un fascino a parte, e poi è stata fondamentale nella mia formazione, ci ho lavorato nei miei primi nove anni di carriera. Ho cominciato suonando al campanello di Radio Rock. Il direttore prima mi accolse con il sopracciglio alzato, poi mi mise a fare intrattenimento e giornali radio e mi affidò pure una trasmissione sportiva, un programma dedicato allo sport per disabili. Venne come ospite Luca Pancalli, oggi presidente del comitato italiano paralimpico, e mi chiarì le idee: 'Guarda che quando gareggiamo noi siamo anche più cattivi dei normodotati'. Allora mi pagavano con il cambio merci, perfino fette di ciambellone. Poi c’è stata Italia radio seguita da soli 40 giorni di contratto con Stream. La mia fortuna perché poi arrivarono quelli di Sky, mi fecero un provino e mi presero. Tutto molto meritocratico. Ci dissero 'Non ci interessa da quanto siete qui, quella è la telecamera, fateci vedere quello che sapete fare'".

In Rai è stato attaccato peggio di un orso del  tiro al bersaglio per Politics e per la sua assunzione da conduttore a tempo indeterminato. Si è mai pentito di aver lasciato la sua comfort zone a Sky, dove era campione di confronti elettorali?

"Se è per questo mi sono beccato anche una lettera di richiamo dall’azienda per la mia esternazione durante l’ultima puntata di Politics. In diretta mi presi le colpe del fallimento ma dissi pure che “per fare una rivoluzione non ci si può arrendere alle prime difficoltà”. Del resto quel talk show politico era un progetto ambizioso collocato in una fascia oraria difficile. Ma la Rai non gradì la mia esternazione. Non mi sono lasciato però abbattere, neanche dal turno notturno: il lavoro non mi ha mai spaventato, dico sempre di essere calvo e calvinista e a 15 anni dopo la scuola già davo una mano a mio padre nel suo cantiere edile. A Sky stavo benissimo, certo, però quella è un’azienda molto rigida. Se cominci con la conduzione del Tg fai quello per anni. In Rai ci sono più occasioni di diversificare, in due anni e mezzo, pur tra mille casini ho fatto un sacco di cose"

A proposito di diversificazioni, lei è entrato nell’allora Rai renziana con l’etichetta di renziano di ferro chiamato a sostituire l’eretico Massimo Giannini e adesso deve nuotare in un’azienda gialloverde.

"Ma io Renzi l’ho avuto al massimo come ospite a Politics. Mai incontrato fuori. Questo lavoro mi ha portato a essere superpartes e, soprattutto, nessun partito mi ha mai convinto, tant’è che in vita mia sono andato a votare solo due volte, una per Marco Pannella e una per Alfredo Reichlin, capolista del Pci alle amministrative romane del lontano ’89". 

Ma le piacerebbe tornare alla guida di un programma politico, magari con la striscia serale in stile Biagi annunciata da Carlo Freccero  per Raidue?

"Il direttore ha detto che sarà affidata a risorse interne del Tg2 ed è giusto così. Da dentro la Rai ho capito perché i colleghi avevano preso così male il mio arrivo. Però è anche vero che se l’azienda vuole stare sul mercato, combattere la guerra dello share, qualche innesto deve farlo".

Più che nella politica lei crede nel calcio, i suoi tweet sono un inno alla Roma. 

"Vado sempre allo stadio, rigorosamente in curva, in tribuna stampa non potrei lasciarmi andare, ho pure litigato con dei colleghi. Adesso ho cominciato a portarci anche la mia primogenita che ha 17 anni. Senza paura, sa che deve starmi vicino. So capire il clima che tira, mi sono laureato in Sociologia con una tesi sulla comunicazione degli ultrà, per scriverla ho passato un anno con loro". 

È d’accordo con il ministro degli Interni Matteo Salvini, convinto che per opporsi alla violenza che sta divorando il calcio non serva chiudere gli stadi?

"Non servirebbe a niente. La chiusura è una misura trita e ritrita di cui si parla di anni. Non so dove sia la soluzione, probabilmente nella cultura sportiva, da diffondere nelle scuole e nelle famiglie. Nella mia, con me romanista e mia moglie laziale, vige al massimo lo sfottò, è questo il messaggio che vogliamo far passare ai nostri quattro figli a cui dedico tutto il mio tempo libero. A scapito del mio nuovo libro, a cui non riesco ancora a lavorare". 

Che libro?

"Sarebbe il mio quarto, dopo i  tre dedicati alla strage di Bologna e al terrorismo di destra. La questione cominciò ad appassionarmi quando Luigi Ciavardini venne ospite da me in radio. Per ora c’è solo l’idea. Racconterà il pool di poliziotti che negli anni Settanta combattevano il terrorismo". 



Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it.
Se invece volete rivelare informazioni su questa o altre storie, potete scriverci su Italialeaks, piattaforma progettata per contattare la nostra redazione in modo completamente anonimo.