Chi è Vasco Brondi e perché ha spento le Luci della Centrale Elettrica

Brondi canta la provincia, riporta in musica le sue atmosfere piatte, surreali e indispensabili

vasco brondi luci centrale elettrica
Cristiano Minichiello / AGF 
 Vasco Brondi

Bentornati con la vostra rubrica preferita, quella che vi inchioda alla realtà dei fatti, al tempo che passa, a guardare negli occhi i vostri figli, a vederli più avanti a voi di circa vent’anni rispetto a quando vent’anni di vita li avevate voi. Triste eh? Accorgersi che ieri eravate voi, soli, che non dovevate rispondere a nessuno, e ora invece, se siete riusciti a conservare un minimo di decenza, vi siete praticamente dissolti, di voi non è rimasto altro che una macchietta colorata, come quella sui marciapiedi lasciata da un gelato cascato dalla bocca di un bambino qualche ora prima, e di voi, appunto, non resta che il ricordo sbiadito delle gioie che potevate regalare a qualcuno prima di diventare qualcosa che si evita per strada mentre si cammina.

Una visione irreale? Può darsi. Effettivamente più si va avanti più ci si rende conto è la realtà è molto molto peggio. Ma per fortuna i vostri figli esistono e probabilmente rappresenteranno la cosa migliore mai fatta. Che strano. Se i figli che mettiamo al mondo sono sempre migliori di noi, il mondo dovrebbe progressivamente migliorare, no? E allora come i siamo arrivati qui? Vuol dire che ‘sta storia dei figli non dev’essere poi così vera. Pardon. Fatto sta che, se non avete proprio messo al mondo futuri dittatori fascisti, in linea di massima, eseguendo un ragionamento fortissimamente ottimista, tutti i ragazzi, prima di diventare uomini, quindi prima di peggiorare esattamente come siamo peggiorati noi, attraversano un periodo di introspezione.

Avete presente quel periodo in cui non riusciamo a fare altro che star dietro ai testi di Franco Battiato? Quel periodo in cui non possiamo proprio fare a meno di badare alla bellezza, quella fine a se stessa, quella che non ci fa esultare per un gol o guadagnare del denaro o eiaculare disperatamente. O fare tutte e tre le cose contemporaneamente. Ecco, se avete messo al mondo figli che il destino ha voluto adolescenti negli ultimi dieci anni è possibile, se non molto probabile, vederli girare per casa tristi bofonchiando parole apparentemente senza senso. Non allarmatevi, chiudete la chiamata inoltrata al terapista di famiglia o a quel vostro lontano zio parroco, trattasi dei testi de’ Le luci della centrale elettrica; e questa settimana vi spieghiamo di cosa si tratta.

Dov'è la Centrale Elettrica?

Intanto le luci in questione sono quelle della centrale Montedison di Ferrara, dalla quale proviene Vasco Brondi che è leader di un progetto che lo vede in realtà unico protagonista, cioè, come quegli sfigati su Facebook che si definiscono “capo di me stesso”, lui è leader di una band dove è unico membro fisso, frontman di se stesso. Una cosa che potrà farvi sorridere e alla quale infatti lo stesso Brondi, con un post sui suoi social e un libro in prossima uscita, pone fine decretando la morte de’ Le luci della centrale elettrica e l’inizio della sua carriera con nome e cognome. Non cambierà nulla, intendiamoci, quindi possiamo tranquillamente parlarne al passato così come al futuro.

Nel passato di Brondi, identifichiamo un destino praticamente già segnato, passa pochissimo tempo infatti per coinvolgere nel suo progetto delle Luci alcuni tra i più bravi musicisti del panorama italiano. Gli basta una demo, pubblicata nel 2007, dal titolo, ca va san dire, “Le luci della centrale elettrica”, per attirare le attenzioni di pubblico, critica e soprattutto di Giorgio Canali, una delle personalità di spicco della storia del panorama indipendente italiano, che gli produce l’anno dopo il primo disco “Canzoni da spiaggia deturpata”, ed è subito Targa Tenco come migliore opera prima. Nel suo primo tour viene accompagnato dallo stesso Canali, Rodrigo D’Erasmo (Afterhours), Alessandro “Asso” Stefana (chitarrista da anni con Vinicio Capossela) e Davide Toffolo (frontman mascherato dei Tre Allegri Ragazzi Morti) che disegna dal vivo i suoi favolosi fumetti. Mica male. E ancora Premio MEI, Premio FIMI, il disco considerato da Rolling Stones al sesto posto tra i migliori 25 dischi dei primi dieci anni di questo secolo; e ancora tour, aprendo, tra gli altri, Subsonica e Capossela, e partecipando come ospite a cinque date del tour teatrale degli Afterhours.

Questo giusto per darvi due coordinate sull’effetto dirompente riuscito a creare da questo ragazzo, che proseguirà su questa scia per tutta la carriera, riuscendo a creare attorno a sé una specie di aurea mistica talmente coinvolgente da espandersi a macchia d’olio con una velocità impressionante.  È il 2010 ed esce “Per ora noi la chiameremo felicità”, altra caterva di premi, altra caterva di date, alle quali si aggiungono quelle di Jovanotti, che vuole sto fenomeno per aprire i concerti dell’Ora tour, uno dei più fortunati del ragazzo fortunato. Brondi canta la provincia, la sua noia, la sua piattezza, la rabbia del viverla e, al contempo, la straordinaria bellezza dei suoi segreti, della semplicità della perfetta linearità di certi frangenti dell’esistenza. Tant’è che per il suo terzo album, Costellazioni, decide di allontanarsi, prima un mese a Londra, poi tre a New York, tutto molto bello, si, ma non scrive una riga, per trovare ispirazione deve rientrare nella sua Ferrara. Non può proprio evidentemente fare a meno di quell’atmosfera alle volte vuota e insopportabile, di quell’aria pesante che ti prende intorno al plesso solare per spremerti come un tubetto del dentifricio ormai morente.

Arriviamo così al 2017, quando esce l’album “Terra”, che si apre con un capolavoro assoluto “A forma di fulmine”, e non è un caso se è l’unico pezzo citato finora, come infatti scrive qualche anno fa Andrea Scanzi “Brondi divide brutalmente. Per alcuni è un genio, per altri un sopravvalutato. (…) Ogni volta che comincia una canzone, sembra la prosecuzione della precedente. Si somigliano tutte: partenza lenta, progressione urlante”, ha ragione. Non gli si può proprio dar torto. I pezzi di Vasco Brondi sembrano (sembrano eh) tutti uguali, ricordano sempre la stessa (bella) melodia; venendo dal punk forse si è abituato a produrre musica che giri su pochi accordi e a puntare molto di più sui testi, tra i quali ne riconosciamo alcuni effettivamente di rara fattezza. “I continui calembour – continua Scanzi - e cut-up alla William Burroughs (…) lambiscono l’effetto autoparodistico involontario.

Non a caso, in Rete, esistono esilaranti generatori automatici di testi di Vasco Brondi”. Già, i generatori. Per chi, bontà sua, avesse poco tempo da dedicare ai prodigi del web segnaliamo la presenza di alcuni siti assolutamente imperdibili, da inserire tra i preferiti per tutte le volte che ci sentiamo un po' giù, che generano tramite un algoritmo divertente, trame di film o testi di canzoni di autori particolarmente ridondanti nel loro operare. Esiste un generatore di trame di film di Paolo Sorrentino, di Gabriele Muccino, un generatore di testi di Vasco Rossi, Franco Battiato e Le luci della centrale elettrica. Si tra gli autori, talmente unici nella loro opera, meritevoli di un tale, perché no?, onore, c’è anche il nostro Vasco Brondi. Approfittiamo per invitarvi a provare, non ve ne pentirete.

Ma le Luci si spengono qui, come abbiamo già detto, il progetto finisce. “Non so ancora spiegarmi del tutto il motivo, - recita l’annuncio - ma è una cosa che percepisco con grande sicurezza e serenità. Sento oggi di poter chiudere un progetto nato all’improvviso e con stupore dieci anni fa e che si è evoluto tantissimo nel tempo, cambiando insieme a me, regalandomi anche un futuro inverosimile”. Che i vostri figli non si autoflagellino, che non si cancellino da Instagram o rinuncino a YouPorn per il dolore nel non poter più acquistare un biglietto con scritto su “Le luci della centrale elettrica”, intanto perché c’è ancora un tour a disposizione, e poi perché Brondi continuerà a contribuire attivamente ad una certa nonché sanissima disconnessione mentale. L’adolescenza è un periodo complicato che necessità della giusta complicatezza.

I vostri figli la inseguono per raggiungere una propria unicità, per sentirsi speciali, per distinguersi, ma non in mezzo ad un oceano di stronzetti insensibili che avranno l’impressione che esistano solo per rendergli la vita impossibile, ma proprio davanti allo specchio, come succede anche a noi, tutti i giorni, che procediamo a tentoni con l’unico scopo, in fondo, di cercare un senso alle cose, di non vivere semplicemente per uno stipendio, un affitto, un cinema e una pizza. Perdendo, purtroppo, quella fame vorace di particolarità, quella voglia di contraddistinguerci in un mondo che ci vuole sempre uguali a noi stessi. Manipolabili. Quindi gestibili. E questa sarebbe la vita? Molto meglio allora i tempi delle canne ascoltando Le luci della centrale elettrica, sognando che non si spengano mai, come la canna che fumiamo e come la vita. È un’illusione, lo so, ma in fondo abbiamo il sospetto che più in là di un’illusione non esista davvero niente di interessante.

Questo essenziale manuale è rivolto a quei genitori che non vogliono restare indietro, che vogliono capirci di più del mondo dei loro figli attraverso ciò che, come accade per tutte le generazioni, li crescerà e formerà più di quanto loro, mammà e papà, ne avranno mai capacità e potenzialità. La musica. La loro musica. Prima di partire allacciate bene le cinture, mettete da parte i vostri dischi dei Beatles, Adrianone Celentano, Mina e Battisti, la tv in bianco e nero, Berlinguer, e ogni vostro singolo pregiudizio su quanto tutto ciò che avete vissuto e ascoltato voi fosse infinitamente più “giusto” del loro e, già che ci siete, eliminate per sempre anche l’utilizzo del termine “giusto”, che non credo abbia mai significato alcunché a parte tirare una linea rispetto a ciò che è “sbagliato”. Antitesi che potrebbe contribuire non poco a formare una generazione di iscritti a Casa Pound.



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