“Il mio presente fa il gesto dell’ombrello al passato”, Samuele Bersani parla de 'Il tuo ricordo'

“Il mio presente fa il gesto dell’ombrello al passato”, Samuele Bersani parla de 'Il tuo ricordo'

Il brano racconta di una corsa surreale, ma mica tanto, tra presente e passato; una storia che trasuda dolore e riscatto, la stessa storia che in qualche modo riguarda tutti noi

il tuo ricordo samuele bersani 

© Giuseppe Aresu / AGF  - Samuele Bersani (Agf) 

AGI - “Il tuo ricordo” è il secondo singolo estratto da “Cinema Samuele”, quel non luogo inventato da Samuele Bersani fatto di dieci stanze, o sarebbe meglio dire sale, dove ognuno è libero di trovare la propria storia. In questo senso “Il tuo ricordo”, come già scritto, potrebbe rappresentarle tutte, essendo una corsa surreale, ma poi mica tanto, tra passato e presente, una situazione che a ben vedere riguarda un po' tutti noi; un brano in cui non solo questa corsa pulsa, della quale possiamo quasi sentire la puzza di sudore, i rantoli di fatica di chi vuole a tutti i costi vincere perché in ballo c’è la propria sopravvivenza; ma che da anche la speranza che chiunque di noi possa farcela, così come ce l’ha fatta Bersani, come dirà a seguire, “A fare il gesto dell’ombrello al passato”.

Samuele Bersani, ancora una volta dunque, ci racconta guardandosi allo specchio, compiendo ancora una volta quella specie di meta trasmigrazione poetica che lascia l’ascoltatore a mezz’aria, al centro tra nuvole e asfalto, dinanzi a qualcosa che lo denuda e lo mostra in tutte le proprie fragilità e, allo stesso tempo, la propria potenza dirompente, invincibile, eroica, che trasforma la vita in una avvincente avventura fatta di zig zag tra sorrisi e sgambetti. Bersani fa così con se stesso e la cosa si riflette su di noi, una sorta di magia che da sempre accompagna le sue canzoni, che parlano di lui, certo, e allo stesso tempo di noi, coinvolgendoci in una serie di capriole affascinanti che tutti raccontano e, in qualche modo, tutti salvano. 

Come stai?

Abbiamo fatto uscire un disco nel giorno dei miei 50 anni, nell’anno peggiore che abbiamo vissuto dal punto di vista collettivo. Erano molti anni che non ne usciva uno e nel frattempo sono cambiate tante cose. È cambiato il mondo della musica, la fruizione della musica, mi trovo a volte come se avessi preso una botta in testa e avessi ancora un po' di stelline da fumetto attorno, però anche molto felice, perché poi per molto tempo mi sono isolato a lavorare e il frutto di questo lavoro è una cosa che mi rende fiero, perché lascio canzoni che alle volte mi è sembrato che non fossero centrate, mai come in questo caso invece sento di aver raccontato in modo molto leale e fedele quello che avevo raccolto negli anni.

“Il tuo ricordo” è un brano che guarda al passato…

In realtà il titolo vuol far pensare questo, certo il protagonista del brano è il ricordo e il ricordo è una cosa di ieri se ci pensi, però la canzone in fondo apre la finestra al presente. Perché la canzone non è altro che una rincorsa fisica, come tra due personaggi in carne ed ossa, uno è il passato e uno è il presente, che vede il passato alle spalle che lo insegue, ma alla fine della canzone raccoglie la forza per spuntarla in questa corsa e lasciarsi il passato definitivamente alle spalle. Per cui il titolo è un po' nostalgico ma la canzone vuole essere una storia sulla nostalgia.

Scorrendo mentalmente la tua discografia in effetti mi rendo conto che la tua musica è spesso il risultato di ciò che hai vissuto…

Si, è un po' la mia e un po' quella degli altri, nel senso che è quello che vivo io ma magari c’è un vicino di fianco a me, che non ci siamo mai incontrati, e magari la sta vivendo adesso quella storia. Io non è che penso di essere un paradigma o un esempio per gli altri, non lo voglio nemmeno essere tra l’altro, però per combinazione mi sono reso conto che molti episodi di queste canzoni che ho scritto in questi anni combaciano quelli degli altri. Anzi, secondo me il tema centrale in questo momento è che si parla troppo al personale, sempre io, io, io, io, e il tema dell’altro è sfiorito un pochettino. Perfino quando debuttano sono autoreferenziali, non dopo diversi episodi, al primo episodio sono già autoreferenziali.

C’è qualcosa che lega “Il tuo ricordo” a “Ex e Xanax”?

Si, intanto ho scelto la stessa attrice, che rappresentava la parte femminile in “En e Xanax”. A volte nella vita si scoprono le due facciate del 45 giri, il lato A e il lato B, non che questo sia il lato B di “Ex e Xanax” però in “Ex e Xanax” lo spirito è quello di due che affrontano le paure insieme, nella vita reale poi, a parte l’esempio dei miei genitori che stanno ormai insieme da più di cinquant’anni, in pratica non l’ho ancora vissuto io, quindi racconto questo.

Hai più volte ammesso che l’amore è un elemento importante nella tua vita, in tutto questo meccanismo perverso per cui soffri ma poi sforni capolavori, ora che tra l’altro sei adulto e immagino tu rifletta tanto su ciò che succede nella tua vita, in che modo interviene la musica?

Onestamente il ruolo della musica è sempre stato centrale, molto più del ruolo delle parole. Il ruolo delle immagini e della musica sono stati fondamentali anche prima di cominciare a scrivere canzoni, prima ancora delle frasi che ho scritto volanti al telefono perché ti accorgi che quella cosa può essere musicale. La costruzione in musica dei sentimenti per me è fondamentale, tutte le canzoni di questo disco sono nate scrivendo la musica e poi sono arrivate le parole, forse suggerite dai suoni stessi.

Le tue canzoni per noi hanno un significato, mi chiedevo a riascoltarle cosa provi tu. Le tue canzoni sono in qualche modo degli esorcismi? Oppure forse servono ad inchiodare i ricordi?

No, non le scrivo per non dimenticare, sarebbe come se mi mettessi in casa una gigantografia di quel momento. In questo caso per essermi d’aiuto nel momento in cui le scrivo, per raccontare a me stesso quel che fino a lì è rimasto muto, in silenzio dentro di me. C’è anche il potere liberatorio, ma il gusto, il godimento più forte, è che ti arriva un messaggio che ti fa capire che uno pensa che tu l’abbia inseguito, tanto si sente raccontato dalla tua canzone. Questo è il mistero più grande, anche a me capitava quando ascoltavo le canzoni degli altri, a volte han fatto tombola nel mio cuore perché mi sembrava che parlassero con la mia lingua.

Ma visto che sono canzoni così intime, cosa si prova ad affidarle ad un pubblico che poi inevitabilmente userà quelle storie per costruire le proprie storie, pensieri e parole che poi diventano parte integrante delle storie di estranei…

Ma magari…è una gioia smisurata. Negli anni mi è capitato varie volte di vedere diventare collettivo ciò che era privato e intimo per me, ed è una gioia. Poi per esempio, “Il tuo ricordo” credo che abbia un potere liberatorio, credo sia una canzone che all’inizio fa male e poi via via nel racconto va a prendere luce, anche “Harakiri” aveva questo spirito positivo alla fine.

In effetti una caratteristica dei tuoi brani, in cui racconti evidentemente di storie passate, c’è sempre un riscatto. Mi vengono in mente diverse canzoni di “Nuvola numero 9” come “Complimenti”, “Reazione umana”, “Spia polacca”…

Si, questo è vero assolutamente, è presente ma non è segnato nel titolo prima di svolgere la canzone, non è un intento iniziale, è una cosa che evidentemente sento.

“Cinema Samuele” è un ritorno, in questi sette anni la figura del cantautore sia un po' cambiata, è come se ci fosse una disperata rincorsa alla semplicità, tutt’altro rispetto a ciò che sentiamo in “Cinema Samuele”, ma poi all’unanimità tutti pensano al tuo disco come il migliore dell’anno…la sensazione è che qualcosa nell’ingranaggio non vada, no?

Sicuramente. Nei miei ingranaggi c’è molta sabbia, fanno un po' fatica. Intanto su di me la parola cantautore ha un po' una valenza pesante, per sette anni sono stato fermo e ho visto che tanti si sono messi la spilla del cantautore, non che non lo fossero, del resto scrivevano da soli le loro canzoni quindi è giusto così, però su di loro magari ha avuto un effetto “stella dello sceriffo”. Io faccio questo lavoro dal ’91, per cui quando ho cominciato era sicuramente l’epoca in cui già creavi sospetto usando quella parola, perché venivamo dai veri padri fondatori del cantautorato, quindi un bel ragazzo, giovane, che si dichiara cantautore…be, insomma, dai…perché?

…e adesso?

Adesso sono passati trent’anni, mi riaffaccio con un disco dopo sette anni, è tutto molto molto diverso, se non fai un featuring non sei contemporaneo. Io adoro i primi dischi di tutti però normalmente mi chiedono di farlo con uno che si crede sto c…o a 19 anni e questo un po' mi spiace perché c’è proprio un atteggiamento che si respira, quasi di prepotenza oltreché di supponenza, come nei video che sono pieni di pistole, di potere, di soldi, di macchinone…è tutto molto cambiato. Accanto a me ce ne sono altri che fanno i cantautori nel modo per me ancora autentico della parola, non è una cosa tipo “me la scrivo e me la canto”, è più un’urgenza che si vede.

Ti sono quindi arrivate richieste di collaborazioni?

Ma è ovvio, se non stai attento quando si presentano la prima cosa che ti chiedono è il repackaging con questo nuovo mondo. Che, attenzione, non è un mondo che a me in assoluto non piace, è che è fatto di molta fuffa, ma ci sono dei piccoli diamanti che spero non si facciano del male.

Il riferimento è al mondo dell’hip hop…

Si, non sto parlando del cantautorato, sto parlando del mondo rap/trap, ormai il mainstream è quello. Benedetti siano tutti quelli che, indie o non indie, sono nati in questi anni in cui sembrava che se non fossi un trapper eri anacronistico.

Sono in molti ad essere rimasti incuriositi da questa vena immaginifica delle canzoni di questo nuovo disco, molto simili a piccoli film, ma nella tua carriera hai scritto brani come “Il mostro”, “Spaccacuore”, “Fedina penale”, “Cosa vuoi da me”, “Coccodrilli”, “Senza titoli”, “Il destino di un vip”, “Occhiali rotti”, “Ferragosto”, “Psyco”, per non parlare più o meno di tutto “Nuvola numero 9”….tu hai sempre scritto dei brevi cortometraggi, in “Cinema Samuele” questa cosa semplicemente si palesa…

Si esatto, ho solo messo più a fuoco con un titolo una maniera di intendere le canzoni. Ma a me anche da fan mi sono sempre piaciute le canzoni descrittive, con quelle descrizioni minime che ti fan sentire l’odore della canzone, ad esempio “Innocenti evasioni” che Mogol scrisse insieme a Battisti, quella è una canzone che a momenti senti proprio l’odore della candela che si spegne, o “Meri Luis” di Dalla…non so perché ma le canzoni più descrittive, le canzoni meno criptiche mi piacciono molto, per quanto alle volte anche io sia stato criptico anche per me stesso.

Sappiamo che spesso i grandi artisti instaurano un meccanismo quasi di rifiuto con i loro successi, qual è il tuo rapporto con “Giudizi universali”?

No, anzi, è una canzone del ’97 e a me piace cantarla, non tutte le canzoni che ho scritto col tempo mantengono per me il valore, ma questo non è legato a quanto siano state in radio o quanto siano più o meno conosciute. Mi fa molto ridere quando vado a Roma e Radio Dimensione Suono, che dopo “Spaccacuore” non ha più messo una mia canzone, la trasmette, così è come se quando io vado a Roma sia nel 1995.

In un’intervista che hai rilasciato recentemente un collega ti chiede se dopo averla terminata ti era venuto in mente di aver fatto, cito, “una gran figata”. Tu hai risposto di si, ma anche in altri momenti avevi avuto la stessa sensazione e la canzone poi non aveva avuto lo stesso riscontro. Quali sono quelle altre canzoni? Cioè, quali sono quelle canzoni che secondo te avrebbero meritato più attenzione?

Più attenzione in assoluto forse questa che ho appena fatto uscire, perché è una canzone che se rischi di cogliere l’inizio e basta può sembrarti una canzone triste, quando in realtà costruisce nel rapporto le condizioni perché il presente riesca a fare il gesto dell’ombrello al passato, quindi non è una canzone triste per come la vedo io. Ti direi questa perché all’epoca avevo le bocche di fuoco di mille cannoni su una portaerei, avevamo i canali televisivi che trasmettevano dalla mattina alla sera video musicali, adesso è un paradosso perché abbiamo Spotify dove c’è tutto, ma quando c’è tutto non c’è niente; è un mondo dove tutto viene bruciato velocemente, per cui anche canzoni che pongono una riflessione hanno un altro tipo di reazione secondo me. Però per esempio “Occhiali rotti” per me è una canzone forse non radiofonica, meno conosciuta del mio repertorio rispetto a quanto io pensi sia una bella canzone, la stessa “Psyco” è meno conosciuta rispetto al valore che ha per me.

Qual è il verso che hai scritto che ti ha reso più orgoglioso di te?

È difficile…ma forse ce n’è uno in “Ferragosto”, quando c’è questo personaggio che rimane da solo in città, mentre tutti son partiti, anche lì profondamente malinconica se vuoi, e ad un certo punto dice “e uno straniero che si fida della mia compagnia”, quella è forse la frase della quale sono più orgoglioso, perché ribalta il concetto, siamo noi che abbiamo paura degli stranieri, in fondo come ne’ “Il mostro”, la mia prima canzone, era il mostro che aveva paura. Mentre l’ho scritta la canzone era un mondo diverso in cui ovviamente l’argomento era molto caldo, mi è sembrato di raccontare un po' come son fatto.

Ti chiederei se sei felice, ma credo che la felicità sia troppo sfuggevole come sensazione, allora ti chiedo se sei orgoglioso di ciò che sei?

Si orgoglioso lo sono, felice in punta di piedi, come quando sotto hai le uova. Poi bisogna sempre contestualizzare nella circostanza in cui ci troviamo a parlare oggi, io e te, in termini personali, potrei darti una risposta, in termini di essere umano te ne do un’altra. Non riesco tanto bene a fare una sintesi di queste due posizioni, come essere umano mi trovo né più né meno come te, magari hai lavorato in questo anno, ma totalmente spaesato. Personalmente sono orgoglioso perché mi sembra di essere più che altro sincero con me stesso.

Anche perché tu vivi fortemente questa bipolarità tra l’artista e l’essere umano…è una cosa che pesa?

Ma no, peserà forse quando hai una compagna e tu ti metti a lavorare per due anni e mezzo, racconti magari delle storie che descrivono un passato che lei non ha vissuto, perchè è il tuo passato. Ecco, lì magari può essere pesante, per lei più che altro.

Cosa si prova ad aver scritto parole e musica così importanti, significative, per così tante persone?

Si prova la gioia, la sorpresa, in ogni parola che mi arriva. Oggi ci sono i social network, prima c’erano le lettere portate dal postino, almeno in questo preferisco il presente al passato. Mi arrivano dirette, degli spaccati di vita, e alle volte universalizzano canzoni che magari io ho scritto pensando ad una persona. Però, per esempio, per “Il tuo ricordo” c’è chi mi ha scritto “Sai, mi hai fatto pensare a mio padre che purtroppo da tre anni non c’è più e ci sono delle volte che il suo ricordo mi arriva a tradimento. No che non lo voglia ricordare, ma poi non riesco a fare più il resto”, e questo apre il ventaglio rispetto a quando io ho scritto la canzone. Non è quello che volevo dire ma forse si. A me fa piacere tantissimo, ma rimango sempre molto sorpreso, così come quando ho fatto il primo disco. Rimango male quando non le sento trasmesse in radio, mi spiace, ma quando poi qualcuno mi manda un’emozione sua privata che non si è trattenuto vale come un passaggio sulle radio principali per me.