L'indie ai tempi del lockdown. Intervista ai Pinguini Tattici Nucleari

L'indie ai tempi del lockdown. Intervista ai Pinguini Tattici Nucleari

A dieci mesi dall'exploit sanremese di "Ringo Starr", la band bergamasca torna con "Ahia!", sette tracce per sperimentare e giocare con i generi

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© Facebook - Pinguini tattici nucleari

AGI - Ci siamo soffermati più volte nell’analisi del nuovo cantautorato italiano, abbiamo seguito con passione e sostegno questa piccola grande rivoluzione culturale che ormai per convenzione chiamiamo “indie”. Una nuova generazione di autori che ha letteralmente salvato, riacchiappato per la coda le sorti di una tradizione di chansonnier all’italiana che stava restando affogata nel pantano dei talent televisivi. Poi arriva un gruppo di ragazzi che riesce a sfruttare il potere enorme della rete, riesce ad approfittare di una falla culturale forse senza precedenti, ad intercettare il malumore e disinteresse di un’intera generazione di pubblico, la generazione della “crisi”, e dare linfa vitale ad una scena che non respirava più. Certo, ad intuizioni illuminanti, innovative, si alternavano spesso goffe imprecisioni, perfino qualche stonatura; e ancora, la bolla è scoppiata quasi subito, come se una nuova fonte d’acqua sia stata scoperta da una comunità troppo assetata.

Così quello che era chiamato “indie” a cavallo tra i due millenni, dei quali erano protagoniste erano band come Bluvertigo, Afterhours, Marlene Kuntz, Verdena… Oggi è puro mainstream. Ma, soprattutto, il problema vero è che i nodi sono venuti prestissimo al pettine. Chi aveva indovinato una ricetta continuava a proporre sempre e soltanto quella ricetta che alla fine, com’è normale che sia, stucca. È forse questa la più importante e fondamentale innovazione portata dai Pinguini Tattici Nucleari con questo nuovo “Ahia!”. La loro “ricetta” non solo funzionava ma non aveva stufato neanche un po'; sono passati dieci mesi dal loro exploit sanremese con “Ringo Starr”, ma sappiamo bene tutto quello che è successo proprio all’indomani del festival. I Pinguini conquistano il palco del teatro Ariston uscendone terzi ma ugualmente vincitori assoluti, sicuramente molto più di Diodato, il cui brano facciamo quasi fatica a ricordare, ma questa esplosione di successo viene letteralmente (e giustamente) smorzata da una pandemia che, tra l’altro, colpisce in maniera particolarmente cruenta proprio la loro Bergamo.

Così quello che doveva essere un anno di festeggiamenti in giro per la penisola a collezionare sold out (alcuni, non bisogna mai dimenticarlo, anche precedenti al primo passo su Rai Uno) diventa un periodo di obbligato mutismo, come quello di qualsiasi altro artista in un mondo, quello della musica, maltrattato da questo periodo sfortunato molto più degli altri. Allora “Ahia!” poteva rappresentare semplicemente lo sparo di una pistola segnaletica, di quelle che si usano in caso di emergenza per far presente che siamo ancora qui, siamo ancora vivi. Sette versioni diverse della riuscitissima “Ringo Starr”, o magari di altri loro cliccatissimi successi come “Ridere”, “Antartide” o “Verdura”, avrebbero fatto comodo, squadra che vince non si cambia, ricetta che piace neppure. Invece in “Ahia!” di quei Pinguini lì non c’è alcuna traccia.

In sette canzoni i bergamaschi sfoderano un armamentario di generi musicali buono da riempire un’intera discografia. Strizzano l’occhio con coraggio a sonorità urban, commuovono con ballad struggenti, ci fanno ballare, riflettere, piangere, ancheggiare, bere, svegliare, guardare dalla finestra, chiamare la nostra amata, scuotere, sorprendere e fumare. E tutto questo lo chiamano “Ahia!”, che è il titolo di una delle canzoni e anche il titolo del primo romanzo di Riccardo Zanotti, uscito a inizio novembre, ma che, soprattutto, rappresenta la metafora perfetta per l’inseguimento di qualcosa che sta dentro e non fuori, che segue i ritmi e le esigenze di un progetto musicale vero, le trame di una favola moderna e reale, senza aspettarsi, e nemmeno richiedere, il permesso al pubblico di essere quelli che si è.

Cosa ti affascina della parola “Ahia”?

“Innanzitutto il fatto che sia estremamente semplice, è una parola che anche un bambino può dire, perché non implica l’utilizzo delle consonanti, di suoni strani con la bocca che magari anche un bambino impara più avanti nella vita. È una parola che può dire un neonato letteralmente, come un adulto. È come quelle parole tipo “mamma”, “papà”, “acqua”…sono tutte parole che ci prendono da bambini e ci accompagnano per il resto della vita. Allo stesso tempo ha un grandissimo potenziale pop art che si ricollega all’aspetto fumettistico, e il mondo dei fumetti ci piace molto. “Ahia” è una parola che raccoglie tutte queste cose in quattro lettere”

Sentivate l’esigenza di uscire proprio in questo periodo? Non avete pensato di aspettare? Anche considerate le possibilità limitate che avete in questo momento in termini di promozione…

“Forse non è nell’interesse discografico fare uscire delle cose adesso, cioè, certo, se fai uscire canzoni l’etichetta è felice, è chiaro, però non c’è quell’impianto di promozione che c’è usualmente, che è quello che effettivamente fa bene all’etichetta, anche dal punto di vista economico, come in store e live, che nel mercato del 2020 un’etichetta punta a quello. Ma l’etichetta ci ha supportato molto, perché comunque sono contenti se gli artisti hanno voglia di produrre cose nuove, anche perché effettivamente è un anno difficile anche per loro. Quindi si, a livello discografico forse conveniva aspettare. Però a livello artistico ci sentivamo di non aver finito tutto quello che avevamo da dire con “Fuori dall’Hype”; alcune canzoni allora non erano pronte, e ci sono anche adesso canzoni che non sono pronte, che dovevamo pubblicare all’interno di questo EP e non abbiamo fatto, è sempre un continuo divenire, hai sempre canzoni lì da parte nell’armadio. Dall’altra parte, anche se è un po' romantico, la voglia di non far sentire soli i nostri fan, soprattutto quelli del sud, che non avevano nulla a cui appigliarsi, perché l‘ultima data l’abbiamo fatta nel 2019, allora abbiamo voluto pubblicare qualcosa che ci facesse sentire solidali anche come comunità. I Penguiners, come si chiamano online”

Effettivamente, a riascoltarlo, questi brani con il mood di “Fuori dall’Hype” non avrebbero brillato allo stesso modo; c’è anche qualcosa in più in te, sia come struttura del brano, sia come interpretazione, come consapevolezza…

“”Pastello bianco”, per esempio non è stata reputata adatta a quello che era il mood di “Fuori dall’Hype”, di conseguenza abbiamo detto “Aspettiamo, vediamo…”. All’inizio era nata con un arrangiamento diverso, poi adesso è diventata orchestrale, ai tempi non avevamo ancora il coraggio di fare una ballata perché non ci convinceva ancora, forse perché volevamo essere giocosi e scherzosi, però la realtà è che avevamo anche quest’anima struggente, un po' triste. Semplicemente al tempo abbiamo preferito non buttarla fuori, adesso sì, anche perché ci sentiamo un po' più maturi, ci sono successe tante cose durante l’ultimo anno e abbiamo provato a far vedere che sappiamo fare anche questo. “Pastello bianco” parla di una convivenza, è una canzone scritta quando metà di noi non aveva nemmeno cominciato a convivere, quindi ai tempi non era una canzone da noi, adesso è cambiata la situazione”

Vi siete divertiti tanto a sperimentare, in 7 canzoni c’è dentro quasi un cofanetto, è molto divertente da ascoltare…Volevate provare? Inseguivate questa flessibilità?

“Il modello più grande per me sono i Queen, per me non sono nemmeno una band, sono venti band, sono un organismo che è cambiato cento volte nella propria carriera, e l’hanno fatto da un certo punto di vista per arrivare a tanta gente, questo è certo, perché il pop è anche quello, è soprattutto quello, ma da un altro punto di vista per ricerca artistica, e chi lo nega secondo me è un ignorante che non conosce bene i Queen; anche perché di soldi non è che ne avessero così bisogno, specie a fine carriera, era una ricerca del pubblico e dello sperimentare, per provare a proporre qualcosa di nuovo, hanno fatto prog, hanno fatto funk… Una band che ha fatto “Another One Bites The Dust” e “Bohemian Rhapsody” allo stesso tempo non la trovi.  E l’idea è un po' quella di andare in quella direzione e, ti dirò, nel prossimo album che faremo (che già abbiamo cominciato a pensare addirittura a un album), ci sarà ancora di più questa cosa, in questo senso possiamo fare anche di meglio. In questo momento abbiamo tantissime nuove influenze, abbiamo cominciato ad ascoltare tanti generi, quindi sarà sempre meglio in futuro, ci piace davvero questa cosa di fare generi diversi”

Poi questa curiosità musicale vi terrà in vita. La vostra è stata una scelta molto coraggiosa: avete preso una cosa che aveva avuto anche il benestare nazional-popolare di Sanremo e l’avete messa da parte. Non c’è una sola canzone che ricorda “Ringo Starr” nel vostro EP…

“È esattamente così, c’è solo una canzone pop sulla stessa linea, che è “Scrivile scemo”, ma che si colloca in un altro universo perché è un altro tipo di pop. La cosa bella del pop è che può essere fatto in cento modi diversi. Credo che andremo avanti così, e sarebbe bello se si ritrovasse questa wave, che si tornasse ai gruppi anni ’70, a sperimentare e spaziare, che ce ne fossero di più di progetti così. Fulminacci è uno che ha questa cosa, secondo me anche Calcutta, se si ascolta bene, se si ascoltano tutti gli album, si vede anche lì che c’è il desiderio di fare qualcosa di diverso. Poi magari chi più chi meno, a seconda della sensibilità, però è una grande figata che ci sia fermento musicale in questo periodo in Italia”

C’è molto fermento dentro di te, un libro e un nuovo ep, sei in una fase della tua vita in cui sembri, più che ispirato, pieno di cose da dire…

“Mi sento tanto ispirato, con la voglia di buttare fuori quello che ho dentro. Durante il lockdown all’inizio mi sono fatto prendere male, poi con il tempo invece ho capito che dovevo lavorare, crearmi nuove consapevolezze. È molto strano fare Sanremo, essere sulla bocca di tutti, come tutti quelli che hanno fatto Sanremo, è normale, e poi tempo due settimane il mondo crolla, tutto finisce, non si può più uscire di casa. Sono degli sconvolgimenti grossi nella vita di una persona e da questi sconvolgimenti alle volte nascono anche magari delle canzoni, dei libri, qualsiasi cosa. Vieni sballottato in maniera forte, quando si sbacioccano…"

…“Sbacioccano”?

“Si, da noi significa prendere qualcosa in mano e mescolarla molto forte tra le mani, quindi quando queste cose sbacioccano così dentro di te crei per forza diverse alchimie che devi per forza buttare fuori”

Qual è la tua canzone preferita dei Pinguini? Quella che hai scritto e hai pensato “ho fatto proprio un bel lavoro….”

“Per me non è facilissimo essere un para….lo, onestamente, ti dico, magari farò la figura dello st…o, ma mi è capitato diverse volte di dire “wow, ho scritto un pezzone” e poi non era vero (e ride). La maggior parte delle volte non era vero. Per esempio, secondo me, “Fuori dall’Hype” quando l’ho scritta ho pensato “cavolo, ho fatto qualcosa di diverso…col pianoforte che regge tutta la canzone” e poi alla fine non è andata così bene. Invece con altri pezzi, per esempio “Ringo Starr”, io ero convintissimo; quando ero ancora a Londra a studiare e mi venne quel giro di tromba che avevo dentro da anni ero convinto fosse una canzone fighissima, ma non riuscivo a trovarci un testo. Quando sono riuscito, un giorno a luglio del 2019, a trovare il testo e buttarlo giù in due giornate, mi sono detto “ca…o, questa spacca davvero”, mi ricordava un po' il rhythm and blues americano, un po' di soul, quindi lì ho pensato che potesse spaccare, e in quel caso lì ho avuto ragione”

Quindi la tua risposta è “Ringo Starr”?

“Si, e “Pastello bianco” per quanto riguarda l’ultimo EP. Ho pensato che fosse una canzone con del gran potenziale, ma non posso ancora dire se è vero. A me piace molto da ascoltatore, ma io le ho scritte le canzoni quindi non posso rispondere”

Invece c’è una canzone della quale magari non ti vergogni ma in questo momento terresti fuori dai vostri progetti…?

“Guarda, una canzone che non ci fa proprio impazzire, ma che è bella perché testimonia tempi andati in cui eravamo dei ragazzini e per noi la musica era solo un hobby, è “Italia, Italia”; poi c’è anche “Django” o l’assolo di “Cancelleria”, com’è stato gestito in fase di produzione. Ci sono diverse cose che, ad essere onesto, bisogna ammettere non siano state le scelte giuste, io forse picco di onestà, poi magari i fan diranno “noo, ma quella è la canzone più bella!”. Ci sta, perché testimonia un tempo in cui eravamo ragazzini, poi magari uno si affeziona alla musica perché si affeziona a quello che lui sta vivendo in quel periodo lì, non tanto per la canzone. Però da musicista, tecnico e un po' nerd quale sono, ti dico che alcune scelte sbagliate le abbiamo fatte”

Qual è la canzone di un collega della vostra scena che avresti voluto scrivere e cantare?

“Ce ne sono tante, ma penso che ti direi ‘Gaetano’ di Calcutta, è una delle canzoni più belle degli ultimi dieci anni, per me ha significato tantissimo, la ascoltavo quando andavo al lavoro al bar, quando ancora stavo a Londra, e ricordo che pensavo “Porco cane, io sono qui a Londra e questi qua stanno facendo la rivoluzione in Italia, devo tornare assolutamente, voglio esserne parte anch’io”. E quindi si, anche per qualcosa di personale che stavo vivendo io in quel momento, “Gaetano” è stata importantissima”

A Sanremo non andrete, però ne conoscete il meccanismo, negli ultimi tre anni l’Ariston si è aperto molto anche alla vostra scena, nella prossima edizione dei vostri colleghi chi vedresti bene su quel palco?

“Non mi dispiacerebbe vedere Fulminacci, non mi dispiacerebbe vedere gli Eugenio in Via di Gioia riprendersi un po' quello che l’anno scorso non è andato, quindi mi piacerebbe vederli tra i big e secondo me ci potranno arrivare. Voglio essere realista e quindi non ti dico magari dei nomi che sono troppo piccoli o troppo strani, ma il sogno magari è vedere uno che veramente fa musica geniale, intelligentissima, molto alternativa e molto controcorrente come Truppi. Vedere un Truppi a Sanremo vorrebbe dire che siamo evoluti come società di centomila anni, però è chiaro che forse al momento bisogna aspettare un po'”

Siete stati ospiti della semifinale di X-Factor, ma voi avete una storia particolare con questo talent, vero?

“Si, ci avevano chiesto di partecipare come concorrenti e abbiamo rifiutato con una certa motivazione, e cioè che non ci ritenevamo molto pronti per quel contesto nel 2016/17, quando ce l’hanno richiesto. Anche perché X-Factor era un po' diverso in quel momento, quest’anno ha dimostrato di andare anche su altre rotte e altre strade. Ed era anche un po' la paura del confronto con gli altri, della competizione, che va bene fino ad un certo punto, non ci trovavamo molto a nostro agio perché avevamo paura di competere con altri con voci fantastiche ed io una voce fantastica non ce l’ho, quindi il discorso era anche quello. È chiaro che negli anni è cambiato e in più è anche chiaro che hanno sempre lavorato bene, tant’è che ci hanno scritto quando ancora non facevamo quasi concerti fuori dalla Lombardia. A noi la proposta c’è arrivata un po' come un fulmine a ciel sereno, non ce l’aspettavamo minimamente, ma avevano già visto del potenziale, questo dimostra come comunque anche a X-Factor abbiano sempre lavorato molto bene e per la musica c’è gente che effettivamente di musica ne sa, ne mastica e ci ha fatto solo piacere andare come ospiti”

Il periodo che sta vivendo il mondo della cultura, e in particolare della musica, in Italia è molto complesso…tu che idea ti sei fatto?

“Un‘idea non è neanche semplicissimo farsela perché ci sono messaggi di tanti tipi diversi essendo un governo che non ha una vera e propria identità politica, secondo me. Ti dirò che penso non sia stato fatto ancora abbastanza, lo pensiamo tutti. Abbiamo fatto un po' fronte unito e questa esperienza ci ha aiutati anche come mondo, e non solo della musica, della cultura più che altro, ci metto dentro cinema, editoria, moda, l’arte. Ci ha aiutato a capire che anche noi abbiamo i nostri problemi, io sono un grande fan degli esami di coscienza, secondo me ci sono certe dinamiche, come quelle contrattuali, che vanno riviste, vanno cambiate, che vanno a tutela dei lavoratori. Molte volte si parla di artisti come se guadagnassero milioni, ma non è vero, spesso sono gli stessi artisti ad essere poco tutelati per quanto riguarda certe cose. Magari non hanno ancora ricevuto anticipi, quelli che hanno ricevuto anticipi ne hanno ricevuti molto pochi, ci sono tanti artisti in questo momento che stanno facendo molta fatica. Servirà aspettare ancora un po' prima che le cose cambino, questo è chiaro, perché poi la politica si muove ad un passo lento e molto oculato, il che può anche andar bene, ma in questo periodo ci sono persone che hanno un mutuo da pagare e aspettano risposte, speriamo che arrivino”.