Gli Zen Circus sono tornati, per una seconda vita

Gli Zen Circus sono tornati, per una seconda vita

Un quarto di secolo di attività per la band fatta di antistar che hanno intenzione di cambiare tutto restando loro stessi

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Gli Zen Circus

È uscito lo scorso 12 novembre “L’ultima casa accogliente”, il disco dalla quale gli Zen Circus, la band livornese protagonista assoluta del passaggio della musica indipendente italiana dagli scantinati alla larga platea (anche sanremese), riparte dopo gli anni di festeggiamenti per i 25 anni di attività.

Una sorta di seconda vita in cui i tre ragazzi di Livorno confermano già da subito però l’intenzione di continuare come con la prima, soprattutto perché è nella natura dei loro personaggi, così caratterizzati eppure così antistar, fare sempre quello che gli passa per la testa.

Questa volta, per esempio, l’intenzione di Andrea Appino, Karim Qqru e Massimiliano "Ufo" Schiavelli, era quella di mettere da parte il rock più duro per mettere in bella mostra l’aspetto cantautorale e poetico della loro musica. Ne viene fuori un disco maturo, forse uno dei più belli degli Zen, in cui la scrittura di Appino esplode meravigliosamente in brani come “Non” e “Appesi alla luna”. 

Partiamo dal titolo, una casa accogliente in questo momento torna utile, no?

“Lo so, sembra fatto quasi apposta, il contesto in cui è uscito il disco sembra quasi che parli di questo momento quando in realtà è tutto scritto, a parte una canzone, prima del primo lockdown. La “casa accogliente” noi l’abbiamo inteso come il corpo, è figlio di due anni intensi e, intorno a noi, corpi a noi cari sono venuti a mancare, altri si sono ammalati, altri sono guariti. Non sappiamo benissimo perché, ma dato che questa infornata di canzoni è nata in questo periodo e hanno tutte un tratto comune, la casa e il corpo, allora ci siamo sentiti in dovere, come facciamo sempre, di dagli un senso. Gli abbiamo dato il nome di un pub qui a Livorno che si chiama “L’ultima casa accogliente”, dove tra l’altro sono stato anni fa ma non sono più andato, ma già a quel tempo mi innamorai del nome non sapendo che era un nome usato nel Signore degli Anelli, noi non ne sapevamo nulla, non ce ne vogliano gli appassionati di fantasy” 

In questo periodo capita spesso che escano canzoni scritte molto prima dell’inizio di questa pandemia ma che sembrano raccontare alla perfezione questo momento che stiamo vivendo…

“Credo che questa cosa abbia un motivo molto semplice, ovvero che la musica si occupa di aggregazione, tutto quello che noi facciamo, dallo scrivere canzoni ai motivi per cui lo facciamo, i concerti, poi con una band ancor di più, ha a che fare con l’aggregazione. Noi di mestiere provochiamo raggruppamenti di persone, è proprio quello che facciamo, quindi questo momento ci ha tolto quella che per me è la vita, la comunione tra gli altri, è normale che la musica tratti di argomenti che, nel bene e nel male, sono eliminati. Anche perché questo periodo ci insegna a guardare indietro a quello che avevamo e quanto cavolo è importante. Credo che sia involontariamente questo”

Secondo me in questo disco c’è una forte volontà di comunicare in maniera chiara qualcosa, un po' com’è stato per diversi vostri lavori, ma cosa?

“Alla base, il messaggio, anche se cerchiamo di non averne il più possibile, lasciando che siano le canzoni a prenderci e portarci nei posti, di sicuro c’è l’accettazione di sé; Non so di cos’altro parli se non di questo…e di amore, sicuramente, amore romantico, come sempre, anche se a sto giro più del solito”

Infatti qualcuno ha storto il naso…

“Si, ‘Oh Dio, le canzoni d’amore in un disco degli Zen’, in realtà le abbiamo sempre fatte, le facciamo a modo nostro.

Un’accettazione che passa anche da una maturità diversa…

“L’accettazione della realtà, cominciare a vivere per davvero, come se non l’avessimo fatto precedentemente. Probabilmente chiudo un cerchio, ma anche una trilogia involontaria che è partita con “La terza guerra mondiale”, “Il fuoco in una stanza” e questo disco, potrebbe essere vista in questa maniera. È tutto un percorso che parte dall’esterno, come se fossimo su Google Maps, si guarda l’Italia, poi ti avvicini e vedi la provincia, le città, poi ti avvicini ancora e vedi le stanze e le persone, e poi vedi il corpo trasparente, abbiamo zoommato fino a sotto la pelle. E adesso vediamo che succede”

L’impressione da questo lato è che questa maturità abbia portato a guardare ed affrontare in maniera diversa la vita, quello che prima risolvevi “mandando aff...” oggi lo risolvi con la poesia…

“Sicuramente, anche se “Andate tutti affanculo” parlava di noi in primis, lo dicemmo anche noi ai tempi che i primi ad andare affanculo siamo noi. Credo che sia inutile cercare nelle persone, ancor prima che nei musicisti, tracce di quelle persone che si conoscevano dieci anni fa. Sembrano un po' quei matrimoni dove a un certo punto lui o lei dice ‘non sei più quello di una volta’, e fa ridere perché la cosa più bella è crescere insieme ed è quello che volevamo fare. La rabbia non è scomparsa, sono ben contento che episodi di estrema rabbia in questo disco sono stati esclusi per motivi positivi, ovvero saranno riproposti a tempo debito, però non è sicuramente quello che muove questo disco, questo disco è mosso da altro, perché nella vita c’è anche altro”

In questo disco i vostri fan cosa possono trovare dei vecchi Zen Circus e quanto di nuovo, inedito…?

“Non credo ci sia da cercare cose vecchie o nuove, di sicuro ritrovano i tre stronzi di sempre, di vent’anni fa, che stavano in giro a bere birra chiedendosi se avrebbero mai trovato una strada per far qualcosa; e quelli sono sempre lì, non se ne esce da questa mentalità, te l’assicuro. D’altro canto trova anche persone che a modo loro, nella loro maniera, nella maniera più rocambolesca possibile, viaggiano per i 50, non siamo più dei ragazzini, ma è una frase del cazzo, non vuol dire niente, anzi le peggio marachelle le fanno gli adulti, non i ragazzini. Quello che si trova è tutta la verità e nient’altro che la verità, se un tempo era “cazzo”, “figa”, “culo”, “merda”, come i ragazzini, adesso può essere “tumore”, “aborto”, senza nascondersi dietro a facili lirismi ma parlarne direttamente. E oggi tutta la verità è che stiamo cambiando come persone all’interno di noi stessi, sarebbe ridicolo se facessimo finta di essere quello che non siamo”

Oltre 25 anni di carriera, oltre 10 dischi, qual è il segreto per restare sempre se stessi in un mercato discografico che invece muta ad una velocità incredibile?

“Restare se stessi è impossibile infatti, ma questo vale per la musica quanto per la vita in generale. Come si fa è molto semplice: si fa continuando a fare quello che si è sempre fatto. Era il 1987, in televisione guardavo in videocassetta un live dei Queen a Wembley nell’86, lo vidi due volte di fila murato lì davanti, e mia madre mi chiese: “Cosa fai?” ed io risposi “Voglio fare quello!”. Non che io voglia fare la rockstar, poi mi sono reso conto che non mi si confaceva, però il calcio in culo è stato quello, è quello che ci ha salvato la vita. Quindi, come si fa…come si fa a smettere, quello è il problema! La musica è l’unica cosa che mi tiene a contatto col mondo, non credo che smetterò mai, non vi libererete di noi”

Avete pensato all’idea di rimandare l’uscita?

“C’era questa possibilità ma non ci sembrava il caso, perché mi sembrava ingiusto. Poi tutte le canzoni invecchiano e quanto ti invecchiano sottomano, sottovetro, è una cosa brutta, è una cosa inspiegabile a chi non fa il muscista. E poi secondo me è bellissimo farlo uscire in questo periodo, perché è di conforto, molto di conforto, i messaggi che ci arrivano sono dei grandi abbracci, abbiamo portato un po' di gioia in questo periodo di merda, poi un giorno verranno urlate faccia a faccia, quindi no, abbiamo deciso di proseguire dritti” 

Mancano tanto i live, vero?

“Io soffro. Soffro più per la mancanza dei concerti altrui che la nostra. Cioè, voglio suonare, noi avevamo già programmato di fermarci con i concerti nel 2020, abbiamo forse azzeccato l’anno giusto per la prima volta in vita nostra; però ero murato di biglietti, io quando non sono a suonare, quando non sono a registrare, quando non sono a fare musica mia, sono a vedere quella degli altri. E mi manca, mi manca da morire andare nei club piccolini dove vado, mi bevo le mie birrette, mi guardo i concerti, conosco musicisti nuovi, giovani…energie, quello mi manca da morire. A questo giro lo accuso molto di più della prima ondata, ma attendo, attendo con una voglia che appena riparte tutto è finita! (e ride)”

Secondo te come si è mosso il governo nei confronti della cultura in questa emergenza? Il messaggio che arriva è che la cultura non sia un bene prioritario… Hai avuto la stessa impressione?

“Si, lo avuta ovviamente, come tutti quelli che lavorano nel mio mondo, che sia musica, che sia teatro, che sia cinema…io credo che, a prescindere da questo, nel momento in cui i numeri sono arrivati a quelli che sono con questa seconda ondata, che cazzo devi fare? Il messaggio, non è niente di più di quello che è sempre stato, non mi sembra che sia cambiato molto, la cultura dalla quale provengo io non è una cultura sovvenzionata dallo stato, noi paghiamo le tasse come se vendessimo frigoriferi, da sempre, anche quando suonavamo per strada, non ho mai visto nello stato qualcosa di agevolante, sempre e solo rotture di cazzo, quindi non mi aspettavo molto altro. Per il resto io, essendo un musicante, tendo a non capirci una sega di virologia, quindi mi affido a chi ha passato tutta la vita a studiare quello, io so riconoscere una Stratocaster e loro sanno riconoscere meglio come gestire una pandemia globale e non cambierei nemmeno pagato”.