Un razzo italiano sta per essere lanciato nello spazio

Un razzo italiano sta per essere lanciato nello spazio

Il 18 giugno partirà, dalla Guyana Francese, Vega, il lanciatore - progettato e costruito in Italia da Avio, azienda di Colleferro, in provincia di Roma - che sta per compiere una missione inedita: portare in orbita 53 medi e piccoli satelliti. Intervista a Francesca Marletta, 28 anni, ingegnera di Roma

razzo vega avio spazio

Non solo Elon Musk. C’è un altro ‘razzo’ che sta per essere mandato nello spazio: il 18 giugno partirà, dalla Guyana Francese, Vega, il lanciatore - progettato e costruito in Italia da Avio, azienda di Colleferro, in provincia di Roma - che sta per compiere una missione inedita: portare in orbita 53 medi e piccoli satelliti. Si tratta del secondo lancio più numeroso della storia. Abbiamo intervistato Francesca Marletta, 28 anni, ingegnera di Roma, che si trova nella ex colonia francese e che ha dovuto affrontare, con i suoi colleghi, una campagna unica, e una maxi-anomalia: l’emergenza Covid.

Così il razzo italiano, battendo anche il virus, conquisterà lo spazio.

A che punto era la campagna quando è scoppiata la pandemia e che cosa è successo dopo?

La campagna era arrivata agli sgoccioli, praticamente alla finalizzazione. Abbiamo dovuto mettere in sicurezza il lanciatore e tornare in fretta a casa. Non abbiamo mai smesso di lavorare però: durante il lockdown è stato messo in piedi un complesso di attività che ci avrebbe consentito, nel primo momento disponibile, di riaprire la base e tornare operativi. Dovevamo portare velocemente il lanciatore nella fase pre-lockdown e riposizionarci nella ‘fase nominale’, cioè ordinaria, della campagna.

Con la riapertura dei confini siete ripartiti, come è avvenuto il ritorno in base?

Non appena la Francia ha riaperto confini, l’11 maggio, siamo tornati in Guyana e abbiamo ripreso le attività. Anche il viaggio è stato in qualche modo unico: ci siamo imbarcati su un volo charter diretto targato Alitalia, partito da a Roma, e arrivato Cayenne, la capitale della Guyana (di solito si fa uno scalo a Parigi)…con la sorpresa degli operatori dell’aeroporto, che non avevano mai visto un volo italiano atterrare lì. Sull’aereo eravamo una settantina dell’azienda e con noi c’erano anche altri operatori. Ci siamo perfino portati dietro un piccolo satellite e siamo stati i primi ad entrare nella base di lancio a Kourou (sede dello Space Center).

Nella stiva anche mascherine e dispositivi per la quarantena. Come avete affrontato l’isolamento in Guyana?

Avevamo con noi un medico, un carico di mascherine (circa 12mila), guanti, igienizzanti e dispositivi personali per proteggerci durante il periodo di quarantena. Siamo stati isolati appena atterrati, per evitare che entrassimo in contatto con altre persone. Quindi portati un un hotel dedicato. E’ stato difficile per affrontare la distanza da casa e le preoccupazioni per la campagna, chiusi e soli in un albergo, dove persino il pranzo ci veniva lasciato davanti alla porta  Quello che ci ha tenuto attivi, però, è stato l’affiatamento. Siamo ingegneri e siamo abituati a risolvere imprevisti: sappiamo vedere le anomalie non come qualcosa di negativo, ma come eventi che capitano durante un processo produttivo. Oltre a lavorare abbiamo usato i giorni di quarantena per imparare meglio il francese, tramite videolezioni.

C’è stato un momento di scoramento o paura?

La paura c’era rispetto alla situazione mondiale, non solo in relazione alla campagna. Ma la voglia di tornare a lavorare e di finire quello che avevamo iniziato era più forte.

Cosa si prova quando si vede ciò per cui si è lavorato prendere, letteralmente, il volo?

E’ un’emozione indescrivibile: senti di fare parte di qualcosa di più grande, senti che stai per andare fuori dal ‘territorio normale’. In effetti a pensarci bene, stai uscendo dalla Terra, nel vero senso del termine. Anche se non sei tu a volare fisicamente, lo fanno le tue idee, il tuo lavoro, una parte di te. La soddisfazione è tantissima perché vedi concretizzati tutti gli sforzi e tutto il lavoro dei mesi precedenti. Osservi come magicamente tutto quello che è stato fatto ha funzionato, si è incastrato bene, e ha  portato ad un risultato così grande. Penso che la parola più semplice e vera per descrivere i momenti successivi al lancio sia: felicità.

Come è ripresa la campagna post-Covid e a che punto siete?

La campagna è ricominciata, siamo usciti dalla quarantena e siamo rientrati in base, con tutte le precauzioni: mascherine, guanti e gel. Stiamo finalizzando le attività. Io in particolare lavoro a contatto con i satelliti. A inizio marzo abbiamo interrotto bruscamente; ora abbiamo dovuto riassemblare il razzo. E’ un lavoro lungo che parte dagli elementi che compongono il Vega, prodotti a Colleferro (nello stabilimento allestito con l’aiuto dei ministeri di Esteri e Difesa e del comitato interministeriale per le politiche dello spazio della Presidenza del Consiglio, ndr.) e spediti qui, ai satelliti di altre aziende produttrici e che vanno inseriti in una sorta di ‘dispencer’. Quando sarà tutto integrato il lavoro sarà completo. Dopo i test elettrici e di ventilazione ci si prepara alla spedizione. Ora siamo negli ultimi tre giorni di campagna, i più esaltanti.

Come è fatto un ‘microsatellite’ e a cosa serve, a noi, sulla Terra?

Si può immaginare come una scatola di circa 30 centimetri per 30. La funzione principale di quelli che che manderemo nello spazio questa volta è l’osservazione sulla Terra: sono macchine che servono per vivere meglio, e si applicano all’agricoltura, alla ricerca, alle informazioni sul clima. Ne porteremo in orbita 53: sarà il secondo lancio più numeroso della storia. Nella parte bassa del lanciatore ci sono i satelliti più grandi,; sopra, invece, quelli di dimensioni più ridotte. Il Vega ha una capacità di posizionamento e precisione incredibile, quindi siamo in grado di seguire con precisione la messa in orbita di ciascuno di loro. Fino a che l’ultimo non sarà piazzato la gioia sarà altalenante, e si starà col fiato sospeso.

Che cosa ne è poi del ‘razzo’ usato per andare in orbita?

In questo caso non tornerà sul nostro pianeta: i suoi ‘pezzi’ ricadono, perché ad ora lo tecnologia non consente di riutilizzarli. Però stiamo studiano un modo per riportarli qui e riusarli, tramite la localizzazione.

Che cosa significa essere una donna nel mondo dell’ingegneria aerospaziale?

Dal mio punto di vista è totalmente normale, anche perché non sono l’unica donna: ce ne sono altre che partecipano alla campagna. Sono abituata da sempre a vivere in un mondo maschile, come quello dell’ingegneria, anche se il trend degli ultimi anni vede un incremento della presenza femminile. E poi, nello Space Center la diversità è normale: ci sono le nazionalità più disparate, c’è la popolazione locale impegnata sulle attività ‘suolo’ della base. Abbiamo colleghi Avio, sia locali che italiani, che sono residenti a Kourou da anni. Quello che ci fa stare insieme è l’affiatamento per arrivare ad un obiettivo grande.