Renzi chiama Conte e conferma di voler abbandonare il Pd. La scissione in 10 punti

Cosa succederà al partito di Zingaretti e all'intero centro-sinistra? Quali numeri ha a disposizione l'ex premier? Cosa accadrà al governo giallorosso? Abbiamo fatto il punto ora che la scissione diventa realtà

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FILIPPO MONTEFORTE / AFP
Matteo Renzi

Matteo Renzi ha ufficializzato al premier Giuseppe Conte in un colloquio telefonico la sua decisione di abbandonare il Pd per creare gruppi autonomi. L'ex premier democratico, riferiscono fonti parlamentari, ha ribadito al premier che continuerà a sostenere convintamente il governo. Qui dieci domande per capire cosa potrebbe succedere ora.

1) RENZI PUÒ DAVVERO FARE LA SCISSIONE?

Non solo Renzi può fare la scissione, ma non sarebbe certo il primo dei grandi leader dem a lasciare il Partito democratico. È accaduto almeno due volte in passato. La prima con Francesco Rutelli, che è anche uno dei fondatori del partito: corre l'anno 2009, Pier Luigi Bersani vince le primarie e diventa leader del partito. Rutelli, come promesso prima delle consultazioni ai gazebo, il 27 ottobre lascia il partito alla ricerca di "una nuova strada per i moderati del Pd". Fonda ApI, Alleanza per l'Italia. Più recente è, invece, l'addio di Pier Luigi Bersani e della componente del Pd che andrà a formare i gruppi di Liberi e Uguali (Leu) alla Camera e al Senato. In questo caso a far deflagare il Pd sono le divisioni sulla cancellazione dell'Articolo 18 contenuta dal Jobs Act di Renzi, della riforma costituzionale Renzi-Boschi e, in ultimo, anche della riforma elettorale del Rosatellum.

2) SU QUALI NUMERI PUÒ CONTARE?

Non è facile dire su quali numeri Renzi possa contare in Parlamento per dare vita ai suoi gruppi. Stando alle dichiarazioni degli esponenti della minoranza dem - quella che non ha votato per il segretario Nicola Zingaretti - la componente di Base Riformista facente capo a Luca Lotti e Lorenzo Guerini conta 48 deputati e 28 senatori; Sempre Avanti, la corrente dei fedelissimi di Renzi, una quindicina di deputati e cinque senatori. Dunque, stando a questi dati, Renzi non avrebbe i numeri per fare un gruppo autonomo alla Camera e porterebbe con sè pochissimi senatori. Tuttavia, come dimostrato anche dalle dichiarazioni delle ultime ore, lo scenario all'interno del Pd è in fermento e potrebbero esserci defezioni e adesioni anche clamorose.

3) RENZI PUÒ CREARE GRUPPI AUTONOMI ALLA CAMERA E AL SENATO?

Se troverà venti deputati disposti a seguirlo, Renzi potrà formare un proprio gruppo alla Camera. A Palazzo Madama, invece, il senatore di Rignano non può creare un proprio gruppo. Nella Camera alta, infatti, ogni Gruppo dev'essere composto da almeno dieci Senatori e deve rappresentare un partito o movimento politico, anche risultante dall'aggregazione di più partiti o movimenti politici, che abbia presentato alle elezioni del Senato propri candidati con lo stesso contrassegno, conseguendo l'elezione di Senatori. Una possibilità, quindi, sarebbe quella di associarsi a gruppi già esistenti o confluire nel gruppo Misto.

 4) CON LA SCISSIONE DI RENZI, IL GOVERNO RISCHIA?

Stando alle dichiarazioni dell'ex premier e di chi sta lavorando all'operazione renziana, a cominciare da Ettore Rosato, il governo non dovrebbe correre dei rischi: la mossa di Renzi non mira a far cadere il governo che lui stesso, aprendo al Movimento 5 Stelle, ha contribuito a far nascere. Per Luigi Zanda, invece, la mossa di Renzi "condanna il governo, e di conseguenza il Paese, a restare sospesi nel limbo: in una situazione di incertezza che fa male a entrambi".

5) PERCHÉ FA LA SCISSIONE?

Sui motivi dell'imminente addio di Renzi al Pd le interpretazioni sono molte. Roberto Giachetti, annunciando le sue dimissioni dalla direzione dem, ha spiegato di non poter rimanere dopo essersi battuto contro l'accordo M5s-Pd. Ma non può essere questa la ragione che spinge Renzi fuori dal partito, visto che l'ex premier è uno degli artefici di quell'accordo e del governo che ne è nato (e che conta 8 esponenti di area renziana).

Una ipotesi che si fa nei corridoi dei Palazzi è che Renzi si voglia tenere le mani libere per futuri accordi e alleanze, già in vista delle prossime regionali che, probabilmente, vedranno Pd e M5s sostenere insieme delle liste civiche. Una seconda ipotesi è che Renzi, consapevole di andare progressivamente perdendo la 'golden share' sui gruppi parlamentari (a favore dei zingarettiani) che gli consente di avere ancora voce in capitolo sulle scelte del partito, voglia congelare la situazione attuale così da poter fare da ago della bilancia nelle scelte della maggioranza di governo.

6) COSA SUCCEDERÀ ORA NEL PD?

Il Pd perderà dei parlamentari, il numero dei quali è ancora da valutare. Esisterà ancora una componente di minoranza, se è vero che Base Riformista rimarrà nel partito. E avrà un interlocutore alla sua destra, la nuova "cos" renziana, e uno alla sua sinistra, Leu. Questo, sempre che Carlo Calenda non si lanci nell'impresa - più volta evocata - di un nuovo soggetto riformista e liberale di centro.

7) COSA SUCCEDE NEL CENTROSINISTRA?

Con l'addio di Renzi, i più tra i renziani doc danno per scontato un ritorno degli esponenti di Leu nel Partito Democratico. Ipotesi percorribile, ma non scontata: nell'idea originaria di Zingaretti c'era un "campo largo di centrosinistra" che comprendeva più partiti, ma soprattutto realtà politiche nate da esperienze civiche (come Italia in Comune). Il segretario dem potrebbe riprendere il discorso di una federazione della sinistra di ispirazione civica. Il Pd, inoltre, non potrà trascurare l'alleanza "a destra" con i renziani, con i quali il dialogo continuerà ad andare avanti.

8) COME CAMBIA LO SCENARIO IN VISTA DELLE REGIONALI?

Lo schema delle alleanze alle regionali è il primo vero rebus da risolvere in caso di addio di Matteo Renzi al Pd. I dem sembrano ormai arrivati a un accordo con il Movimento 5 Stelle perché si trovi in ciascuna regione un candidato espressione delle realtà civiche. Se l'operazione di Renzi dovesse arrivare a completarsi con il varo di un soggetto politico autonomo prima del 27 ottobre, giorno del voto in Umbria, il Pd dovrebbe ripensare lo schema considerando anche le scelte dell'ex segretario.

9) QUAL È IL TIMING DELLA SCISSIONE?

I tempi per completare l'operazione sono strettissimi, anche perché ad ogni giorno che passa aumentano i dubbi dei parlamentari che potrebbero essere coinvolti dall'operazione. Domani l'ex segretario è atteso nello studio di Bruno Vespa dove potrebbe sciogliere gli ultimi dubbi sui gruppi parlamentari. Prima della Leopolda, dal 18 al 20 ottobre, l'operazione potrebbe essere completata.

10) COME SARÀ IL "PARTITO DI RENZI"

Matteo Renzi sta lavorando al nuovo soggetto politico da almeno un anno: all'ultima Leopolda sono stati lanciati i comitati di azione civile "Ritorno al Futuro" che dovrebbero costituire la struttura territoriale del partito. Da quel bacino Renzi pescherà candidati e dirigenti, riducendo al minimo i nomi dell'establishment che lo ha sostenuto fino a questo momento. 



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