Salvini e Bannon, tutta la storia

Il segretario della Lega e l'ex consigliere strategico di Donald Trump si sono visti a Milano l'8 marzo, dopo la vittoria elettorale e prima dello scandalo di Cambridge Analytica, di cui Bannon è stato uno dei fondatori. È la Lega il partito italiano con cui la società che ha usato i dati di 50 milioni di account Facebook a fini politici ha collaborato? Abbiamo ricostruito tutta la storia e abbiamo trovato la risposta. Ma non finisce qui

Salvini e Bannon, tutta la storia
AFP-AGF
Bannon Salvini (AFP-AGF)

La mattina dell’8 marzo 2018, il giorno dell’incontro segreto con Steve Bannon, il segretario della Lega Matteo Salvini si è presentato al mercato di via Pietro Calvi, a Milano, per ringraziare gli elettori del trionfo elettorale del 4 marzo. Aveva con sé una decina di volantini con il suo mezzobusto sorridente, l’indice della mano destra puntato verso chi guarda in segno di amicizia e in alto la scritta cubitale “grazie”. Aveva una giacca a vento di una nota marca di abbigliamento da sci, di un arancione sparato piena di marchi. Impossibile non notarlo. Ha fatto molti selfie, qualcuno come al solito lo ha insultato senza scalfirne l’ottimo umore, ha mandato un ciaone al calciatore Balotelli che si era detto indignato per il successo della Lega, ha giurato di andare d’amore e d’accordo con Berlusconi e ha fatto gli auguri alle donne brandendo un mazzetto di mimose, “ma non vi auguro cortei e scioperi, vi auguro lavoro, sicurezza e diritti per tutte”. Il tutto naturalmente in diretta su Facebook dove il leader della Lega è seguito da più di due milioni di persone.

Poi si è diretto all’appuntamento con Bannon, cinque minuti in macchina dal mercato di via Calvi.

La mattina dell’8 marzo, il giorno dell’incontro segreto con Matteo Salvini, Steve Bannon, l’ex consigliere di Trump, l’uomo che ha contribuito a fondare e a dirigere Cambridge Analytica e che ha giocato un ruolo chiave nel successo della corsa alla Casa Bianca, si è svegliato in un hotel a cinque stelle nel centro di Milano. Arrivando dagli Stati Uniti nel weekend elettorale, Bannon era atterrato a Roma dove aveva preso una stanza all’hotel Raphael, dalle parti di piazza Navona, famoso per il lancio di monetine che il 30 aprile 1993 inseguì l’allora segretario socialista Bettino Craxi. Si sa poco delle sue giornate romane a parte il fatto che si era fatto fotografare come un turista a piazza di Spagna e davanti alla Fontana di Trevi, inseguito dai corrispondenti dei grandi giornali internazionali, incuriositi da questo improvviso tour europeo dell’uomo che era stato considerato la mente nera di Trump prima di venire cacciato dalla Casa Bianca (era chief strategist) e aver perso così anche la guida di Breitbart, il sito dell’estrema destra americana in cui Bannon ha lavorato a lungo contribuendo a disegnare la prospettiva di una rete populista che avrebbe finalmente sconfitto le elite.

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 Steve Bannon e Marine Le Pen a Lille

Il tour europeo dell'ex consigliere di Trump

Con il risultato delle elezioni italiane quel sogno riprende vigore!, aveva detto fra gli applausi il 6 marzo a Zurigo ad un evento organizzato da un settimanale di estrema destra, Die Weltwoche, che era andato sold out con dieci giorni di anticipo. A Zurigo aveva incontrato anche alcune leader di AfD​, il partito di estrema destra della Germania, Alice Weidel e Beatrix von Storch, note alle cronache per aver sfidato la decisione della polizia di fare un annuncio anche in arabo, con un tweet di questo tenore: “Vogliono per caso lusingare le orde di stupratori musulmani?”.

Era atteso a Parigi, da Marine Le Pen, dove avrebbe infiammato la platea del congresso del Fronte Nazionale (“Vi chiamano razzisti? È una medaglia!”), ma prima aveva voluto tornare in Italia. A Milano. La mattina in albergo si era concesso per due interviste che non per una coincidenza aveva condotto sedendosi nel salotto dell’hotel, tappezzato di un tessuto rosso, su una poltrona sotto un grande ritratto del Tiziano del Duca di Mantova, un maestro di intrighi del Rinascimento. 

Poi si è diretto al suo appuntamento con Salvini. Cinque minuti a piedi dall’hotel Principe di Savoia.

Chi era presente all'incontro?

Salvini e Bannon si sono visti allo Spazio Pin di via Montesanto. Si tratta di un posto dove è possibile affittare uffici e sale temporanee e che funge spesso da base per Armando Siri, il responsabile economico della Lega, considerato il papà della Flat-Tax. Che naturalmente era presente. C’erano anche altre tre persone che hanno un ruolo importante in questo momento per la Lega. Uno è il professore di diritto dell’università di Torino Giuseppe Valditara: in passato è stato senatore per alcuni legislature (2001-2013) in diverse formazioni del centrodestra, poi ha virato decisamente sulla Lega ed è il fondatore di Logos, una rivista di cultura politica che è considerata uno dei think tank salviniani.

C’era poi il giornalista Marcello Foa: si considera “di scuola montanelliana” (in riferimento al grande Indro Montanelli), ha un blog su Il Giornale, dirige il Corriere Ticinese e insegna all’università di Lugano. Qualche anno fa fece un certo clamore la sua presa di posizione in favore della Russia sulla questione Ucraina; in quell’occasione Beppe Grillo lo ospitò con tutti gli onori sul blog ma successivamente Foa ne prese nettamente le distanze per appoggiare l’ascesa di Salvini. Dopo il 4 marzo a caldo sul blog aveva parlato di “elezione storica perché dopo la vittoria di Macron l’establishment si era illuso che la cosiddetta onda populista avesse esaurito la sua spinta”.

Il terzo invitato a questo incontro era uno storico collaboratore di Bannon: Thomas D. Williams, 54 anni, elegante, un ex prete con tre lauree e una cattedra in etica che guida l’ufficio di Breitbart a Roma e che lo scorso anno diceva: “Trump guarda a M5s e Lega”. I tre sono molto legati, anche nella copertina del libro che Valditara ha pubblicato a gennaio, “Sovranismo, una speranza per la democrazia”: la prefazione è di Thomas D. Williams, la postfazione di Marcello Foa. 

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Salvini e Bannon (AFP)

Perché l'incontro è rimasto segreto?

Questi i sei partecipanti dell’incontro del 8 marzo (in realtà erano presenti un altro paio di persone almeno). Il patto fra di loro era che dovesse rimanere segreto. E così quando un giornalista del New York Times aveva chiesto se in qualche modo Salvini e Bannon si fossero visti, la risposta era stata che avrebbero voluto ma non avevano trovato il modo di far coincidere le agende. Perché negare? Perché questa segretezza? Quando a Salvini è stata fatta questa domanda, la risposta è stata più o meno: quando ci si incontra per raccontarlo bisogna essere in due. Un modo di lasciar intendere che sia stato Bannon a preferire questa strada più riservata. Non se ne capiscono i motivi però.

È in qualche modo legato all’oggetto dell’incontro milanese? Secondo quanto abbiamo appreso, allo Spazio Pin non si sarebbe parlato affatto di Cambridge Analytica: non che la società di gestione dei big data a fini elettorali non fosse già assurta all’onore delle cronache per alcuni articoli molto duri, ma l’inchiesta del New York Times e del Guardian che ha fatto il giro del mondo e ha messo in ginocchio Mark Zuckerberg per la cattiva gestione dei dati degli utenti da parte di Facebook, sarebbe uscita solo dieci giorni dopo. Insomma, non era certo un tema all’ordine del giorno. Al New York Times Bannon dirà che lo scopo del suo tour europeo era “costruire una nuova infrastruttura per un movimento populista globale”. Un’altra Breitbart insomma. Quel che è certo è che due giorni dopo, dal palco di Lille, in Francia, galvanizzando la platea dei delegati del Fronte Nazionale, si riferirà a Salvini in modo insolitamente affettuoso. “Brother Salvini”, dirà. Fratello Salvini. Segno che l’incontro di Milano deve essere andato alla grande.

Il misterioso partito italiano è quindi la Lega?

E insomma, alla fine, nella ricerca di quale sia il partito italiano di Cambridge Analytica, siamo finiti a Milano, una mattina di marzo, in una saletta anonima di un centro dove affittano uffici ad ore: da una parte il nuovo leader del centro destra italiano con una scioccante giacca arancione, dall’altro l’ideologo mondiale del populismo con una camicia bianca button-down sopra una polo blu. È questa la prova che è la Lega il partito di Cambridge Analytica? No. E anche se lo fosse va detto subito, per onestà intellettuale, che non significherebbe automaticamente una colpa: un conto è aver usufruito dei servizi di Alexander Nix (prostitute ucraine nel letto degli avversari e abuso dei dati social degli elettorali, per fare due esempi); un altro aver avuto una consulenza per gestire meglio il rapporto con il digitiale.

Anche il Financial Times, per dire, è stato un cliente di Cambridge Analytica: li ha chiamati per profilare meglio i propri abbonati, probabilmente, e oggi nessuno si indigna per la scelta del grande quotidiano finanziario britannico. Ciò detto, non vi è alcun dubbio che sono tanti gli indizi che fanno pensare che sia stata proprio la società di Alexander Nix il segreto nel motore del successo elettorale leghista: oltre all’incontro “segreto con Bannon”, c’è sicuramente l’irresistibile ascesa sui social di Matteo Salvini, che oggi in Europa è secondo solo alla Cancelliera Angela Merkel in termini di seguito su Facebook; e poi il giochino elettorale “Vinci Salvini”, un sito web dove ci si registrava su Facebook (dando i propri dati, quindi) e in base a quanto uno si era speso per diffondere le idee di Salvini vinceva “una telefonata col Capitano” (gli ultimi vincitori sono stati premiati proprio l’8 marzo). Ma la vita e la politica non sono un romanzo di Agatha Christie dove un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza e tre indizi sono una prova. Anche perché in questa vicenda accanto agli indizi, ci sono anche circostanze che fanno crollare qualunque facile conclusione. 

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 Afp
 Cambridge Analytica

La prima è nella definizione stessa che Cambridge Analytica sul suo sito dà dell’operazione italiana. Queste le parole esatte: “CA ha realizzato nel 2012 un progetto per un partito italiano che stava rinascendo e che aveva avuto successo per l’ultima volta negli anni ‘80”. Usando - prosegue la nota - l’Analisi della Audience Target, CA ha rimesso gli attuali e i passati membri del partito assieme con i potenziali simpatizzanti per sviluppare una riorganizzazione della strategia che soddisfaceva i bisogni di entrambi i gruppi. La struttura organizzativa moderna e flessibile che è risultata dal lavoro di CA ha suggerito riforme che hanno consentito al partito di ottenere risultati molto superiori alle aspettative in un momento di grande turbolenza politica in Italia”. 

Bene, chiaro che questa definizione sembra calzare a pennello per la Lega per vari motivi. Ma nel 2012 Cambridge Analytica non esisteva. Verrà fondata – con sede nel Delaware e soci Robert Mercer, Steve Bannon e Alexander Nix – il 31 dicembre 2013 alla vigilia della corsa per la Casa Bianca del 2016. Esisteva il misterioso gruppo SCL, Strategic Communication Laboratories, fondato da un gruppo di conservatori britannici e specializzato in operazioni coperte di manipolazione dell’opinione pubblica in paesi in via di sviluppo; e dal quale nell’ottobre 2012 Alexander Nix farà nascere – diventandone l’unico azionista – SCL Elections. È stata quindi SCL Elections a lavorare con un partito italiano nel 2012? E come ci sono arrivati? Per rispondere occorre ripercorrere quello che accadde quell’anno in Italia alla Lega. Il 2012 è stato l’anno della caduta dello storico leader Umberto Bossi, costretto alle dimissioni per una brutta storia legata alla gestione dei fondi del partito. Al suo posto prima c’è un triumvirato e poi, fino al dicembre 2013, quando inizierà l’era Salvini, il segretario leghista sarà Roberto Maroni.

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Roberto Maroni

È lui quindi l’uomo che ha portato la Lega nelle braccia tentacolari di Alexander Nix? È davvero molto improbabile. Interpellato dall’AGI Maroni ha risposto così: “Mi sono iscritto a Facebook alla fine del 2011 e ancora oggi gestisco da solo il mio profilo. Fino a qualche giorno fa non avevo idea che con con i dati degli utenti si potessero fare certe cose. Sono diventato segretario della Lega il 1 luglio 2012 e l’unico contratto di questo tipo è stato con la SWG per fare sondaggi. Non ho mai sentito nominare né CA né SCL. Mai avuto rapporti con loro. Zero virgola zero. Quello che è successo quando nel dicembre 2013 è diventato segretario Salvini non lo so, certo lui ha avuto un rapporto con i social molto più forte e di grande impatto. Ma francamente a questa ipotesi non ci credo”.

Il ruolo di Guido George Lombardi

In realtà c’è un altro personaggio che potrebbe aver portato la Lega nel magico mondo di Cambridge Analytica. Si chiama Guido George Lombardi: è un immobiliarista italiano, che in seguito ad il matrimonio con una ricca signora triestina, si è trasferito a New York e ha comprato casa nella Trump Tower della Quinta Strada, qualche piano sotto la residenza di Donald Trump; e non contento ha preso una villa anche a Mar-a-lago, la località della Florida dove Trump trascorre i suoi weekend giocando a golf. Il weekend del 4 marzo Lombardi si è fatto una foto davanti al golf club con un testo che diceva più o meno: “Ho appena incontrato Trump e mi ha detto che tifa per Salvini”.

Che c’entra Lombardi? Quando Trump ha vinto la corsa per la Casa Bianca ha fatto decine di interviste con i giornali di tutto il mondo per raccontare come fosse stato lui l’artefice del successo sui social di Trump: “Gli ho aperto e ho gestito centinaia di pagine Facebook” ha dichiarato. Una circostanza però che non trova conferma in nessuna dichiarazione del vero responsabile della campagna digital di Trump, Brad Parscale. Del resto leggendo attentamente le sue interviste Lombardi ha dato versioni molto diverse persino della sua età anagrafica.

Che c’entra Lombardi? C’entra, perché sostiene di aver aperto anni fa la sede della Lega Nord a New York e aver gestito il viaggio americano dell’allora ministro degli Interni del primo governo Berlusconi. In proposito Maroni conferma ma ridimensiona molto la cosa: “Conosco Guido Lombardi, non George, George se lo è fatto aggiungere dopo. Io l’ho incontrato una sola volta nel 1995 quando ero ministro dell’Interno. L’ambasciata americana organizzava dei viaggi per far conoscere i nuovi politici italiani, incontrai Lombardi a Washington e mi accompagnò a New York, dove abitava, un giorno in tutto; il resto del viaggio avevo scelto di farlo seguendo le vie del rock ‘n roll fra Memphis, Nashville…”.

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 Guido Lombardi nella Trump Tower

La versione di Salvini

Insomma, sembra di poter escludere che nel 2012 Cambridge Analytica, o una sua parente prossima, abbia lavorato per la Lega di Maroni. E per quella di Salvini dopo? A parte che se così fosse vorrebbe dire che la dichiarazione sul sito web di CA è falsa – il che però vista la levatura morale di certi personaggi è tutt’altro che da escludere. A parte ciò Salvini è categorico nel negare qualunque contatto con la società britannica: “Mai visti né sentiti”. Il leader della Lega, per rinforzare questa tesi, ne fa anche una questione di soldi: “Ma avete visto quanto li hanno pagati per la campagna di Trump. Noi non abbiamo un euro, come è noto, e abbiamo fatto tutta la campagna elettorale in autofinanziamento, con raccolte fondi e chiedendo ai candidati di investire i loro soldi”.

Sulla questione dei dati Salvini ha una posizione più articolata: sostiene che è ipocrita sorprendersi adesso del fatto che i nostri dati social vengano usati per alimentare altri business, è il web che funziona così, i nostri dati sono la benzina che lo fa funzionare. “Del resto quando diamo i nostri dati in supermercato o in un centro commerciale non è la stessa cosa?”. Certo gli abusi, dice sempre Salvini, vanno puniti e bene ha fatto Zuckerberg a scusarsi. Anche se secondo il leader leghista la vera criticità non è la politica, perché poi i cittadini sono comunque liberi e responsabili delle scelte che fanno; ma nel campo della salute, perché è lì che con la profilazione si possono creare ingiustizie che danneggiano i più deboli “e quando guiderò il governo su questo ho un piano preciso per tutelare i dati dei più deboli”.

Come si spiega allora il clamoroso successo del leader della Lega sui social? “Ci sono due ragioni. Un ottimo team di otto persone. E la consapevolezza, di tutti noi, che la rete non funziona se la usi per mandare messaggi unidirezionali, ma solo se ti mette davvero in ascolto e dialoghi”.

L’ultimo indizio a cadere, per ora, riguarda la pista russa. Avevamo già parlato delle tante strade che da Cambridge Analytica portano a Mosca e a San Pietroburgo. Una in realtà porta a Praga da dove una banca russa ha erogato un prestito – che non risulta essere mai stato restituito - da quasi 10 milioni di euro al Fronte Nazionale di Marine Le Pen qualche mese dopo il suo riconoscimento dell’annessione della Crimea da parte della Russia (anche se la leader del FN nega che ci sia un collegamento diretto fra i due episodi).

Bene, la Lega sulla Russia e la Crimea ha una posizione molto simile. E da due anni prima che Salvini andasse in Russia, il 6 marzo 2017, a siglare una intesa con il partito Russia Unita, che sostiene Vladimir Putin, a Mosca si rincorrono voci della richiesta – respinta – di un analogo finanziamento da parte della Lega. Salvini è categorico: “Mai chiesto e mai ottenuto nulla”.

La ricerca del partito di Cambridge Analytica, ammesso che davvero esista, continua.



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