Quirinale e Csm: con Pertini e Cossiga gli scontri più aspri

Quirinale e Csm: con Pertini e Cossiga gli scontri più aspri

I precedenti di dimissioni e delegittimazioni. Nessuno ha però mai sciolto l'organo di autogoverno della magistratura

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© Vittorio La Verde/AGF - Francesco Cossiga/AGF

La lunga storia della presidenza del Consiglio superiore della magistratura da parte del Presidente della Repubblica è costellata di confronti, e anche di diversi scontri, dimissioni di massa, qualche scandalo che ha investito le toghe e diversi attacchi reciproci tra giudici e politici. Ma la maggior parte dei costituzionalisti e degli storici legge il rapporto dei Presidenti con il Csm come un costante tentativo di tutelare, pur con alcuni limiti, l’indipendenza della magistratura e la sua funzione di garanzia di giustizia per i cittadini. Due sono stati i casi più eclatanti, durante le presidenze Pertini e Cossiga, quando si è più volte giunti a un passo dallo scioglimento del Csm. Passo che però alla fine nessuno dei Presidenti ha mai compiuto.

Il primo Csm, previsto dalla Costituzione, si insediò per la prima volta solo nel 1959, più di un anno dopo il varo della legge istitutiva, fortemente voluta dall’allora presidente della Repubblica Giovanni Gronchi. I suoi successori Antonio Segni, Giuseppe Saragat e Giovanni Leone, in fasi diverse della Repubblica, hanno presieduto con altissima frequenza le riunioni del Csm ed hanno sollecitato da un lato il giusto riconoscimento (all’epoca anche economico) per il lavoro delle toghe e dall’altro la necessità di una maggiore funzionalità della amministrazione giudiziaria, spesso ingolfata da lentezza e arretrati.

Lo scandalo dei cappuccini

Sandro Pertini si trovò a guidare il Csm in una stagione caldissima segnata dal terrorismo e dallo scandalo P2. Nel 1981 Ugo Zilletti, vicepresidente succeduto a Vittorio Bachelet assassinato dalle Br nel 1980, fu coinvolto nello scandalo P2. Il Capo dello Stato, ha raccontato il suo Segretario generale Antonio Maccanico, gestì la vicenda con l’obiettivo di “evitare una disgregazione e una perdita di credibilità” del Csm: fece prima respingere e poi accogliere le dimissioni di Zilletti, a cui successe Giovanni Conso.

Già l’anno successivo il Csm fu nuovamente coinvolto in uno scandalo, soprannominato dalla stampa ‘lo scandalo dei cappuccini’, per una inchiesta per peculato da parte della procura di Roma. Pertini fu sollecitato da più parti a sciogliere il Csm. Il Presidente attivò il provvedimento di scioglimento, consultando come previsto i presidenti delle camere e il comitato di presidenza del Csm, che ovviamente diedero parere negativo. Quindi respinse l’ipotesi di autoscioglimento del Consiglio stesso e non pose all’ordine del giorno il tema della sospensione dei componenti inquisiti, giudicando la loro decisione “facoltativa”.

Carabinieri in Aula

Francesco Cossiga non ebbe mai rapporti particolarmente sereni con il Csm. Già nel dicembre 1985, cinque mesi dopo la sua elezione, richiamò il Consiglio che intendeva discutere delle affermazioni dell’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi sulla magistratura. Tutti i componenti togati si dimisero, ma la situazione fu recuperata alla normalità grazie a un appello dello stesso Cossiga a recedere da quelle dimissioni in massa.

Più volte nel biennio 1990-1991 (vicepresidente Giovanni Galloni), Cossiga minacciò di sciogliere il Csm, dopo alcuni vivaci confronti circa la definizione di alcuni ordini del giorno. Uno di essi riguardava la vicenda Gladio. E nel novembre 1991 inviò la forza pubblica nell’aula del Csm, giustificando la presenza in aula dei Carabinieri con i ‘poteri di polizia delle sedute’ a lui attribuiti” ricorda Antonella Meniconi nel testo ‘I presidenti della Repubblica’ (Ed. Il Mulino). Dopo un lungo e aspro scontro, durante il quale Cossiga ritirò le deleghe al vicepresidente Galloni, le acque si calmarono grazie all’intervento di Nicola Mancino. Tutto il settennato di Cossiga, spiega ancora Meniconi ebbe come obiettivo “un progetto complessivo di ridimensionamento dell’organo di autogoverno e di rafforzamento dell’esecutivo”.

Oscar Luigi Scalfaro non entrò mai in aperto contrasto con il Csm e la sua fu considerata per i rapporti con i magistrati una presidenza di sostegno dopo il drammatico periodo dell’emergenza mafiosa. Scalfaro, pur non lesinando critiche, cercò di sostenere l’operato della magistratura. Le critiche più dirette furono rivolte alla spettacolarizzazione delle inchieste, all’uso eccessivo delle intercettazioni e alla violazione del segreto istruttorio.

In una fase di confronto spesso acceso tra magistratura e politica, Carlo Azeglio Ciampi sollecitò una stagione riformatrice e chiamò il Csm a contribuire con sue proposte ma presiedette il plenum solo 11 volte. Una linea sostanzialmente simile adottò Giorgio Napolitano. Nei suoi nove anni di presidenza si dimostrò ben più presente e indirizzò ben 38 interventi sul tema della giustizia, presiedette spesso il Csm e indirizzò l’attività del Consiglio. Ma la stagione dei contrasti accesi era ormai passata.