"Zecche rosse" e "fascisti". Il centrodestra infiamma l'aula

"Zecche rosse" e "fascisti". Il centrodestra infiamma l'aula

Toni accesissimi alla Camera durante l'esame del decreto Covid. A far partire lo scontro è l'emendamento di FdI che mirava a rendere obbligatorio il parere preventivo del Parlamento sui Dpcm. La Lega al governo: "Schiavi dei cinesi"

scontro in aula decreto maggio

© Agf - La Camera dei deputati

Da "zecche rosse" a "fascisti", fino ad arrivare a "servi dei cinesi" e al pericolo di una "deriva autoritaria, una vera dittatura", contro cui il centrodestra metterà in campo "una nuova resistenza". È il tenore dell'accesissimo dibattito che si è consumato stamane nell'Aula della Camera, con le opposizioni sul piede di guerra contro la maggioranza.

Il terreno di scontro è il decreto Covid, all'esame di Montecitorio. O meglio: è l'uso dei Dpcm da parte del presidente del Consiglio, a cui il centrodestra - e per la verità anche i giallorossi - intende porre un freno. L'obbligo di indossare le mascherine nell'emiciclo e il distanziamento di sicurezza che allontana i deputati l'uno dall'altro non impedisce alle forze politiche di dar vita a un duello a suon di accuse e repliche, cori da stadio al grido di "libertà-libertà" e interventi a raffica dai banchi di FdI e Lega, che ottengono il risultato di far accantonare gli emendamenti 'incriminati' per tentare un'ultima difficile intesa con il governo. Se ne riparlerà la prossima settimana, quando da martedì pomeriggio il decreto sarà di nuovo all'esame dell'Aula.

Tutto ha inizio quando viene messo in votazione l'emendamento di FdI che mira a rendere obbligatorio il parere preventivo del Parlamento sui Dpcm. Il governo ne chiede la riformulazione, con l'obiettivo di 'ammorbidirne' il contenuto. Ma FdI non ci sta. Idem Forza Italia, che ha presentato un emendamento simile, anche se meno imperativo. Regge invece l'intesa raggiunta tra governo e maggioranza sugli emendamenti di Pd e Iv, che vengono riformulati: il governo deve illustrare il Dpcm prima al Parlamento "al fine di tenere conto degli eventuali indirizzi". Ma è dopo il respingimento della richiesta di accantonare i due emendamenti delle opposizioni che scoppia la bagarre.

La 'miccia' viene accesa dalle parole del pentastellato Francesco Forciniti, che richiama le opposizioni alla responsabilità. Insorge Forza Italia: "È sconvolgente sentire da un M5s dire che non c'è deriva autoritaria", interviene Giusi Bartolozzi, "la deriva autoritaria c'è eccome". Prende la parola il leghista Igor Iezzi: "Noi abbiamo avuto senso di responsabilità, ma non abbiamo consegnato le nostre libertà e i nostri diritti nelle mani di Conte. E per me un Paese in cui viene impedito ai cittadini di manifestare in piazza io lo chiamo fascismo e, di fronte al fascismo, noi saremo la nuova resistenza". Applausi scroscianti del centrodestra, che intona il coro "libertà, libertà".

È quindi il turno di un altro leghista, Claudio Borghi, che rincara la dose: "Non possiamo a cuor leggero pensare di esautorare il Parlamento pensando che non si crei un precedente", perché potrebbe essere "l'inizio di uno scivolo che sappiamo dove porta, alla dittatura". La Lega non molla la presa e proseguono gli interventi in una escalation di toni e accuse. Alessandro Giglio Vigna mostra l'autocertificazione necessaria per gli spostamenti e dice: "Questo pezzo di carta avrebbe una validita' se fossimo nella Repubblica Popolare Cinese, da cui voi prendete gli ordini, siete schiavi di Pechino". C'è poi chi torna a cavalcare la protesta contro le scarcerazioni dei boss mafiosi, chi parla di "governo morto".

Nel pieno delle accuse interviene Emanuele Fiano del Pd: "I partigiani della mia famiglia", esordisce, "si rivoltano nella tomba a sentire certe battute sui difensori della resistenza da chi non ha detto una parola contro Orban quando ha preso i pieni poteri, da chi si riuniva di notte all'Hotel Metropol, da chi ha detto che il 25 aprile non si deve festeggiare. Vergognatevi". Applausi da Pd, Leu e Iv. L'aula diventa una sorta di ring. La leghista Simona Bordonali replica: "Orban è stato eletto, Conte no".

Quindi interviene il collega di partito Francesco Zicchieri: "Qualche collega vi ha onorato del titolo 'fascisti', ma io vi do il titolo giusto, siete 'comunisti, comunisti, comunisti'". Opta per il filone rosso anche un altro leghista, Luca Toccalini: "Io trovo abbastanza vergognoso che in questo Paese le limitazioni valgano solo per chi la pensa in un certo modo, perché ricordiamolo anche a quest'Aula: il 29 aprile, quattro ragazzi stavano andando a portare una corona per ricordare Sergio Ramelli e sono stati multati, mentre nel frattempo, il 25 aprile e il 1 maggio, abbiamo assistito a cortei delle - dice - zecche rosse, che sono rimasti impuniti, perché in questo caso non abbiamo visto una multa, è questa la cosa vergognosa. In questo Paese se sei di sinistra e se sei comunista, per te non esistono le leggi e sei libero di non rispettarle. Se osi pensarla in un modo normale, con del buon senso, invece devi essere punito". Applausi a piene mani dai banchi di Lega e FdI, con i leghisti che gridano "Vergogna, vergogna". Il tenore del dibattito prosegue così fino a mezzogiorno, quando incalza l'informativa urgente del ministro Franceschini e viene tutto rinviato a martedì.