Il discorso con cui Conte spiega perché l'Italia non può riaprire

Il discorso con cui Conte spiega perché l'Italia non può riaprire

"Non siamo usciti dalla pandemia, siamo ancora dentro" l'emergenza. Per questo ​il governo "non può assicurare un ritorno immediato alla normalità precedente. Lo dico a costo di apparire impopolare", ha detto Conte, e ha avvertito che “sono illegittime le norme meno restrittive” adottate dalle Regioni. Il riferimento è alle fughe in avanti di Veneto e Calabria

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Francesco Fotia / AGF - Giuseppe Conte

Signor Presidente, gentili deputate e deputati,

ovviamente mi ero informato in anticipo sulle norme per quanto riguarda l’utilizzo della mascherina, tant’è che i ministri sono stati più distanziati quando ho anticipato sulla possibilità di parlare senza mascherina e rimetto al Presidente l’interpretazione autentica delle norme.

Dopo nove giorni dalla mia ultima informativa alle Camere, ritorno nuovamente in Parlamento, per riferire sulle iniziative assunte dal Governo in vista della ripresa delle attività in particolare economiche.

Stiamo affrontando un’emergenza che non ha precedenti nella storia repubblicana, che sta mettendo a dura prova tutte le nostre democrazie avanzate che sono state per buona parte colpite da questa pandemia.

Siamo costretti a riconsiderare modelli di vita, le nostre ordinarie relazioni, a rimeditare anche i nostri valori, a ripensare il nostro modello di sviluppo, a programmare un rilancio del nostro sistema di vita economico-sociale, in tutte le sue dimensioni.

Sono giorni in cui è vivace il dibattito, anche critico, sulle decisioni assunte, sugli strumenti normativi con i quali queste decisioni sono state assunte, finanche sulle modalità con cui queste decisioni sono state comunicate.

La vivacità del dibattito rivela la forza e la vitalità del nostro sistema democratico di equilibri e garanzie.

Nel mio intervento illustrerò, in primo luogo, gli indirizzi del Governo assunti in questa fase di ripresa delle attività economiche, gli obiettivi perseguiti e le ragioni che hanno indotto a compiere queste scelte.

Da ultimo, mi soffermerò anche sul tema della compatibilità costituzionale della scelta di affidare allo strumento del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri l’adozione di misure limitative di alcune libertà fondamentali dei cittadini.

Una premessa.

Il Governo ha sempre compreso la gravità del momento e proprio per questo non ha mai inteso procedere per via estemporanea, improvvisata né tantomeno solitaria.

Le misure sin qui adoperate sono il frutto di un’attenta considerazione di tutti i valori coinvolti, di un accurato bilanciamento di tutti gli interessi, buona parte dei quali di rango costituzionale coinvolti. Tutte le misure, inoltre, sono state adottate all’esito di un’interlocuzione ampia e condivisa con gli altri membri del Governo, con i capi delegazione che rappresentano le forze politiche di maggioranza, con le parti sociali, con i Rappresentanti degli enti territoriali più volte riuniti in una cabina di regia, che ha coinvolto Regioni, Comuni e Province, a cui io stesso ho preso parte, insieme al ministro della salute, Roberto Speranza, e al ministro degli affari regionali, Francesco Boccia.

Anche il Parlamento è stato costantemente e doverosamente informato, tanto più nei passaggi più delicati, come dimostra la mia presenza – ma anche quella dei ministri - alla Camera e al Senato in questa e in varie altre occasioni.

Come ho anticipato sin dall’inizio, il Governo ha adottato da subito un indirizzo, di metodo e di merito, che prevede il costante confronto con gli esperti del Comitato tecnico-scientifico, in modo da porre un fondamento scientifico alle decisioni di volta in volta assunte.

Qualcuno potrà legittimamente anche obiettare che lo stato della conoscenza scientifica su questo virus era lacunoso, e ancora adesso non è pienamente soddisfacente. Che gli scienziati stessi hanno espresso, come abbiamo visto anche nei mass media, una varietà di posizioni e opinioni.

Ma una cosa è assumere a riferimento delle proprie decisioni le libere opinioni, altra cosa è invece assumere a fondamento delle proprie decisioni ricerche e studi approfonditi e quindi un principio di conoscenza scientifica, per quanto questa non sia ancora pienamente consolidata.

La filosofia antica, da Platone ad Aristotele, distingueva la doxa, intesa come l’opinione, la credenza alimentata dalla conoscenza sensibile, dall’epistème, la conoscenza che invece ha saldi basi scientifiche.

È direi imperativo categorico per un Governo chiamato ad affrontare questa emergenza, una sfida così complessa, un governo che deve proteggere la salute e la vita stessa dei cittadini di fronte a una minaccia così concreta e insidiosa, porre a fondamento delle proprie decisioni, non già le libere e mutevoli opinioni che si susseguono e che di volta in volta prevalgono nell’opinione pubblica, bensì le raccomandazioni frutto di meditate ricerche e riflessioni di qualificati esponenti del mondo scientifico.

Un recente rapporto del Comitato tecnico-scientifico che è stato anche evocato all’origine di questa seduta, peraltro non è segreto, è stato pubblicato anche sui giornali e oggi verrà illustrato anche dal Prof. Brusaferro, dal direttore dell’Istituto Superiore di Sanità in una conferenza in tarda mattinata. In questo rapporto del comitato tecnico scientifico che coadiuva l’azione di Governo, viene stimato che la riapertura simultanea di tutte le attività economiche, delle scuole e di tutte le opportunità di socialità a partire dal 4 maggio porterebbe a un incremento esponenziale e incontrollato dei contagi.

La misura dei sacrifici compiuti dai nostri cittadini è riassumibile nel “R con zero”, ovvero il tasso di diffusione dei contagi, che ad oggi è stimabile in una fascia compresa fra 0,5 e 0,7.

Se questo tasso tornasse anche solo a un livello poco superiore a 1 - come sottolinea il Comitato tecnico-scientifico – si saturerebbe l’attuale numero di terapie intensive, che è di circa 9000 posti letto, entro la fine dell’anno. Bisogna considerare però che non tutte le attuali postazioni di terapie intensive potranno essere utilizzate per il CVID-19, ma dovranno anche essere dedicate anche ad altre patologie. Questo significa che satureremo in pochi mesi la disponibilità di posti in terapia intensiva.

L’impatto sul nostro sistema sanitario sarebbe notevole e ciò determinerebbe, con ogni probabilità, la necessità di invertire la tendenza alla riapertura delle attività, producendo conseguenze economiche ancora peggiori rispetto a quelle che stiamo sperimentando.

Ne consegue, quindi, che il principio di precauzione, che non abbiamo inventato noi, è un principio accreditato a livello scientifico e a livello giuridico, deve guidarci anche in questa fase. Il contenimento cauto e attento del contagio è, in primo luogo, una misura giusta e necessaria per garantire la nostra salute, la salute dei nostri cittadini, dei nostri cari, ma costituisce anche - in secondo luogo - il principale strumento che abbiamo per far ripartire al meglio la nostra economia senza dolorose e forse anche irrimediabili battute d’arresto in futuro.

Gli esperti ci indicano che sono quattro i fattori principali di crescita dei contagi: a) i contatti familiari, b) i luoghi di lavoro, c) la scuola, d) le relazioni di comunità.

Questa considerazione rende evidente il motivo per cui un approccio non graduale e incauto alla riapertura porterebbe a una recrudescenza del contagio, e quindi renderebbe altrettanto chiare le ragioni sottostanti alle scelte del Governo. Consideriamo infatti che di questo ambito di rapporti e di aree, dai contatti familiari che sono quelli di più difficile controllo, e da lì provengono, per quanto riguarda la nostra situazione, un quarto dei contagi. Per i luoghi di lavoro noi, con i 4,5 milioni di persone che torneranno a lavorare, che si aggiungono a quelli che già stanno lavorando, avremo quindi sicuramente la possibilità di ulteriori occasioni di contagio. Sulla scuola stiamo puntando per un effetto contenitivo massimo, perché abbiamo chiuso le scuole e la didattica a distanza come pure all’Università. E poi ci sono le relazioni di comunità, dove ovviamente valgono le misure di distanziamento fisico e sociale per mitigare il rischio del contagio ma nella consapevolezza che dobbiamo anche lì, come abbiamo già predisposto, disporre qualche allentamento delle prescrizioni più severe.

Mantenendo costante la frequenza dei contatti familiari, è evidente che, se si riaprissero simultaneamente le scuole, se si consentisse il ritorno in tutti i luoghi di lavoro e se si autorizzassero senza restrizioni le relazioni sociali, anche quelle all’interno degli esercizi pubblici, ciò equivarrebbe a dare impulso alla crescita dei contagi attraverso tutti e quattro i principali fattori di diffusione dell’epidemia.

Per questa ragione, come illustrerò nel dettaglio, il Governo ha operato una scelta. Ha deciso di allentare le misure che avevano determinato l’arresto di molte filiere produttive. Ha scelto di ripartire dal lavoro, ovviamente nel presupposto che siano adottate tutte le misure di sicurezza sulla base di protocolli rigorosi, ai quali anche il governo ha contribuito insieme al Comitato tecnico scientifico e tutte le parti sociali, perché sono stati condivisi, lo sottolineo, dalle organizzazioni sindacali e dalle organizzazioni datoriali.

Alla luce delle raccomandazioni del Comitato tecnico-scientifico, la data del 4 maggio 2020 segna l’inizio di quella che è ormai nota come “fase 2”: un graduale, progressivo ritorno allo svolgimento delle attività produttive e commerciali.

È un primo passo fondamentale e necessario per tanti cittadini, per le famiglie, per i lavoratori, per gli imprenditori, affinché tutto il Paese possa incamminarsi sulla strada della riconquista di una vita quanto più normale e serena, tenendo sempre bene a mente che questa nuova fase sarà una fase di convivenza con il virus e non purtroppo come qualcuno si era illuso, di liberazione dal virus.

Siamo ancora dentro la pandemia, non ne siamo usciti. Questo bisogna dirlo chiaro anche ai cittadini.

Il nostro Paese ha combattuto duramente, compiendo enormi sacrifici, per contrastare l’avanzata del virus. Sin dalla scoperta del primo focolaio, abbiamo via via dovuto affrontare il dolore per la perdita di più di 27.000 nostri cari, con una tendenza incrementale, che sta manifestando