L'arresto di De Vito e il mito dell'integrità M5s, cosa scrivono i giornali

Travaglio: "Se però ora emergesse che De Vito aveva complici fra gli assessori, la sindaca dovrebbe trarne le inevitabili conseguenze”. Bonafede al Corriere:  “Gli anticorpi scattano quando accade un fatto, e su questo piano nessuno può rimproverarci nulla”

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Agf
De Vito e Raggi in Campidoglio

Il sogno è svanito. Il mito dell’integrità in pezzi. È un brutto risveglio quello Cinquestelle il giorno dopo l’arresto di Marcello De Vito, il presidente grillino dell’Assemblea capitolina, il massimo organismo della democrazia romana, ancorché diretta. Il Movimento fondato da Beppe Grillo e guidato oggi da Davide Casaleggio è in preda alle contorsioni e al mal di pancia. In forte disagio. E lo riassume bene un titolo di Repubblica: “Il panico5S per le prime bustarelle. ‘Dobbiamo dire che è un ex grillino?’” Così Luigi Di Maio “inventa l’espulsione per direttissima”, ironizza il quotidiano, senza neppure passare per i probiviri e in una corsa a disconoscere l’esponente politico colto con le mani nella marmellata.

“Una mossa dettata dal panico piuttosto che una prova di serietà, così da poter dire: noi ci disfiamo dalle mele marce, il Pd non lo fa e non parliamo di Berlusconi”, chiosa il notista politico del giornale, Stefano Folli. Insomma, una metamorfosi per il Movimento, che impressiona per la rapidità con cui si è consumata analizza Sergio Rizzo. “Eppure tutto sembra vicino all’esplosione – annota Annalisa Cuzzocrea -. Elena Fattori, che ha appena votato in dissenso dal gruppo per il sì al processo nei confronti di Matteo Salvini, a chi le chiede se sospettasse qualcosa dice: «È un discorso lungo. Non fatemi parlare». Frase che prelude a una notte dai lunghi coltelli. Il clima è pessimo. Il linguaggio trasversale. Confermato dalla Sindaca Virginia Raggi che a Porta a Porta di Vespa ha spiegato, come riporta Lorenzo D’Albergo: «È noto che De Vito e Roberta Lombardi non mi amavano e non c’erano grandi rapporti». Vendette…?

Di “notizia gravissima” proveniente dal Campidoglio con l’arresto di De Vito scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano nella sua usuale colonnina di spalla mattutina in prima pagina e in ultima dal titolo “Devitalizzati”: “E il fatto che non sia la prima volta – era già toccato nel 2015, per Mafia Capitale, a quello del Pd Mirko Coratti, poi condannato a 6 anni – non la sminuisce. Anzi, se possibile, la aggrava. Sia perché De Vito è un uomo di punta dei 5Stelle, storico militante fin dalla loro fondazione, soi disant campione dell’onestà. Faceva la morale alla sua acerrima nemica Virginia Raggi, che aveva il torto di averlo battuto alle primarie online nel 2016 e vinto le elezioni, diversamente da lui che le aveva straperse quattro anni prima. Accusava la Raggi e Daniele Frongia di avergli fatto la guerra a colpi di dossier, mentre si erano limitati a chiedere spiegazioni su alcune sue condotte opache, com’è giusto in un movimento che sbandiera la trasparenza. Ora, col senno di poi, si può dire che avrebbero dovuto approfondire meglio”.

Ma Di Maio, prosegue Travaglio, “ne ha subito annunciato l’espulsione, marcando la diversità da tutti i partiti che gridano al complotto, alla giustizia a orologeria, alle manette elettorali per rifugiarsi nella comoda scusa della presunzione di innocenza fino alla Cassazione”. “Se però ora emergesse che De Vito aveva complici fra gli assessori, la sindaca dovrebbe trarne le inevitabili conseguenze”, chiosa il direttore. “Ma non pare questo il caso”. “Tutti sanno che ogni scandalo targato M5s fa mille volte più notizia di quelli targati Pd (Zingaretti indagato per finanziamento illecito, ma lui si dice “tranquillo” e morta lì), FI (c’è l’imbarazzo della scelta) e Lega (49 milioni spariti, un sottosegretario bancarottiere, vari amministratori condannati, e tutti zitti). Dunque sta ai 5Stelle spalancare gli occhi per scoprire in anticipo qualunque trave nell’occhio del vicino di banco”.

Travaglio analizza anche la selezione del personale politico dei 5 Stelle, della formazione della classe dirigente, fatta “a caso, anzi a cazzo, praticata finora è un terno al lotto” ma poi chiude: “Ps. Fa una certa impressione veder arrestare un presunto corrotto e non i suoi presunti corruttori. Ma questa è un’altra storia”. Sul futuro del Movimento nessuno pronostico.

Ma la reazione di Di Maio e l’immediata cacciata del reo viene giustificata e giuridicamente coperta dal Guardasigilli pentastellato Alfonso Bonafede che in un’intervista a Giovanni Bianconi sul Corriere si esprime così: “I fatti sono troppo gravi. Se anche fosse innocente non potrebbe restare con noi”. Più indulgenti con la Sindaca Raggi? “Non erano mai emersi fatti così gravi. Il processo a carico di Virginia Raggi riguardava un presunto reato molto diverso, e in ogni caso il nostro codice le avrebbe imposto l e dimissioni se fosse stata condannata in primo grado; poteva essere assolta in appello, ma se ne sarebbe dovuta andare. Qui si parla di corruzione, materia su cui non si scherza”, risponde il ministro della Giustizia. Ciò dovrebbe forse indurre ad una maggiore attenzione a selezionare la classe dirigente e a sviluppare gli anticorpi, suggerisce il cronista, ma il Guardasigilli su questo punto non tentenna: “Gli anticorpi scattano quando accade un fatto, e su questo piano nessuno può rimproverarci nulla”, risponde Bonafede.

Dalle colonne de Il Giornale, il già direttore del Tg1 e deputato berlusconiano Augusto Minzolini racconta di una giornata al Senato “dall’atmosfera surreale” tra voto su Salvini per i fatti della nave Diciotti e “i guai degli alleati” pentastellati della Lega scrivendo di “grillini costretti a travestirsi da garantisti tra l’inchiesta di Roma e i guai del leader verde: “Una vicenda che trasforma in una caricatura la litania «onestà, onestà», su cui è cresciuto il movimento e costringe Di Maio ad espellere il presunto corrotto, su Facebook, all’alba, con i tempi delle purghe di Stalin. Quel macigno, però, rischia davvero di accelerare la corsa dei grillini verso il fondo alla vigilia delle elezioni in Basilicata e a due mesi da quelle europee”.

Crisi del Movimento? L’interrogativo aleggia ma nessuno lo esplicita con forza. Su la Repubblica Stefano Folli con conclude così: “Avendo scelto di accettare i compromessi, come si conviene a un partito di governo, Di Maio e i suoi non sono più in grado di tramutarsi di nuovo in forza anti-sistema. Non ci sarebbe da stupirsi se in un futuro non troppo remoto una parte del movimento, l’ala chiamiamola di destra, volesse andarsene a consolidare un fianco del nazional-populismo leghista. In breve, dopo la giornata di ieri il M5s è entrato in una spirale da cui gli sarà molto difficile uscire. Con il tempo questa situazione, probabilmente non prima di maggio, è destinata a modificare gli equilibri di governo”.



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