Con il coronavirus il mondo sta cambiando. Dov’è il Parlamento?

Con il coronavirus il mondo sta cambiando. Dov’è il Parlamento?

Al di là del Governo che assolve al suo ruolo di potere esecutivo a furia di Dpcm e vagliando, senza dibattito manovre da 25 miliardi, il Parlamento ha il dovere di essere e rimanere il punto di riferimento dei cittadini-elettori
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© Andrea Ronchini / NurPhoto 
- Palazzo Montecitorio

Se non ora quando? Mentre la ‘bestia nera’ dilaga, seppur asimmetricamente, non riconoscendo confini e frontiere, l’unica evidenza è la necessità di combattere una guerra mondiale contro la pandemia di coronavirus. È vero che le scelte comportamentali individuali sono importanti, primo e più piccolo tassello, di una controffensiva umana ma per scongiurare il precipitare nel caos generale la strategia – sanitaria, sociale ed economica –  deve essere concertata ad ogni livello. Per questo la Politica non può abdicare in ogni sua ramificazione.

È nell’emergenza, nel pericolo che serve l’esempio: è quello il momento in cui deve essere più vicina ai cittadini. Con il passare dei giorni delle varie ‘quarantene’ nazionali sale anche il rischio che si propaghi il virus della ‘depressione sociale’ anticamera del ‘panico sociale’ e per questo il solo vaccino conosciuto è tessere una reazione collettiva: con il passare dei giorni, perché ne passeranno altri,  deve crescere la consapevolezza di far parte di una  comunità.

Ognuno ha bisogno di sentirsi integrato in un’insieme, una collettività ora in trincea contro il covid-19, dove tutti hanno una responsabilità e un compito da assolvere. La democrazia senza dubbio è più faticosa  di qualsiasi regime totalitario.

C’è bisogno di convincere, di coinvolgere. E soprattutto, in momento straordinari, di una classe dirigente che, mutuando un classico del dibattito sindacale, non sia solo di rappresentanza ma organicamente rappresentativa.  Al di là del Governo che assolve al suo ruolo di potere esecutivo a furia di Dpcm e vagliando, senza dibattito manovre da 25 miliardi,  il Parlamento ha il dovere di essere e rimanere il punto di riferimento dei cittadini-elettori, degli italiani tutti.

Cedere, centellinando le aperture o l’impegno, ora, è un messaggio devastante. Al contrario è proprio adesso che le Camere devono garantire una ‘seduta permanente’ anche per non lasciare il minimo spazio a logiche di ‘democratura’. La tecnologia informatica e digitale è in grado di fornire proposte concrete e sicure per un lavoro parlamentare a distanza costituzionalmente accettabile. Soluzione temporanea e circoscritta alla fase emergenziale da supportare, magari, con un canale del servizio radiotelevisivo pubblico dedicato.

Si è scelta la strada della trasparenza, allora la si percorra tutta anche per tranquillizzare un’opinione pubblica prima incredula, poi con il crescere della paura sempre più nervosa.  L’Italia, l’Europa, il mondo sono chiamati ad affrontare una situazione eccezionale con scelte altrettanto eccezionali che di fatto azzerano tante convinzioni pietrificate. Da una parte il virus ha contagiato la Convenzione  di Schengen di fatto sospesa.

Sono tornati i muri tra le nazioni. Dall’altra parte per  l’Ue, se resisterà allo tsunami virale, è finita e sepolta l’era di una austerity fondamentalista che tanti danni ha fatto: anni in cui l’Italia ha dovuto subire, solo negli ultimi dieci,  tagli per 37 miliardi di euro e 70 mila posti  letto in meno al suo sistema sanitario. Un Ssn che molti ci invidiavano lasciato esangue da investimenti con il risultato di ritrovarsi con 5000 posti di terapia intensiva contro i 28 mila in Germania.  

Decisioni contabili, di bilancio che ora suscitano sdegno. Anche per ricostruire l’Europa del futuro, proprio in questo momento serve un Parlamento ‘aperto’ nel pieno, per quanto tecnologicamente possibile, delle sue funzioni. In molte aziende, in molti uffici, in molte scuole, in gran parte delle redazioni italiane, come la nostra, si sperimenta, con successo, lo smartworking: il Parlamento esca dal torpore e batta un colpo, il Paese ne ha bisogno. Lo ripetiamo: Se non ora quando?