Le regine dimenticate di Internet

Le regine dimenticate di Internet

Steve Jobs, Bill Gates, Larry Page, ma anche Steve Bezos, Mark Zuckerberg e Elon Musk: tutti uomini. Possibile che il mondo della tecnologia sia declinato solo al maschile? Intervista a Claire Evans che restituisce la voce alle donne che fecero la Rete  

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Claire Evans

AGI - Nella storia di Internet le donne quasi non compaiono. Somigliano per lo più a figure non meglio definite sullo sfondo. Utenti, non inventrici, che soltanto in taluni casi diventano muse ispiratrici dentro storie avventurose di uomini e macchine.

È questo il tema di 'Connessione. Storia femminile di Internet' (Luiss University Press, 2020). il libro di Claire Evans, attivista, giornalista tecnologica, scrittrice, ma anche cantante nominata ai Grammy.

L’esperimento è quello di sovvertire il racconto, restituendo alle donne - che hanno contribuito a fondare la rete così come la conosciamo - il posto che spetta a ognuna di loro.

Da Ada Lovelace, figlia di Lord Byron, che nella prima metà dell’Ottocento ha modulato i numeri nel primo algoritmo per computer meccanico, a Grace Hopper, tenace matematica e pioniera della programmazione informatica su computer digitale, da Elizabeth "Jake" Feinler, che ha elaborato una prima versione di Internet negli anni Settanta, a Stacy Horn, che ha fondato uno dei primi social network dal suo appartamento di New York.

Di questo Claire Evans, parla domenica 18 aprile alle 18 nel corso dell'edizione straordinaria del festival Internazionale a Ferrara in diretta streaming sulla pagina facebook del settimanale.

“Scrivere questo libro, per me, è stato inevitabile - dice Evans ad Agi - Sono cresciuta in una famiglia con i computer; mio padre lavorava per INTEL. In quanto figlia unica, passavo una quantità eccessiva di tempo al computer e grazie a questo sono diventata una scrittrice”.

Ma come è nata l’idea di Connessioni?

“Sono rimasta affascinata dal cyberfemminismo, un periodo che aveva coinciso con i miei primi anni online, ma che mi era completamente sfuggito quando avevo iniziato a frequentare Internet. Allora ho pensato che, se negli anni '90 c'era stato un movimento femminista colorato e affascinante online e mi ci sono voluti decenni per scoprirlo, chissà cos'altro mi ero persa? Molto, a quanto pare. Più guardavo alla storia dell'informatica, più scoprivo storie di donne, che abbracciano secoli. C'era così tanto materiale che sapevo che non poteva venirne fuori nient'altro che un libro. E in effetti ci sono più storie in questa storia di quante il mio libro possa contenerne. Spero che altri scrittori continuino il mio viaggio”.

Come mai queste donne “che fecero l’impresa” al pari degli uomini sono state sempre ai margini della storia e sono state dimenticate?

“Non sono state affatto ai margini. È importante capire che l'informatica è stata storicamente dominata dalle donne. Prima dell'invenzione dei computer meccanici, le reti di donne che lavoravano insieme negli uffici di elaborazione umana eseguivano il brutale lavoro matematico che rendeva possibile l'era scientifica. Nella Seconda Guerra Mondiale, le donne assegnate a far funzionare i primi computer meccanici hanno inventato la programmazione dal nulla; dopo la guerra gestirono i team di programmazione delle prime società di computer commerciali e furono determinanti nello sviluppo dei linguaggi di programmazione. Negli anni '60 le donne rappresentavano la metà della forza lavoro nell'industria informatica e il 40% delle lauree in informatica presso le università americane fino al 1984 circa erano ottenute da donne”.

Sembra impossibile che nella narrazione condivisa si siano perse le loro tracce. Come è accaduto?

“Ciò che fece uscire le donne dal quadro era la disparità salariale, la mancanza di tutele per la prima generazione di programmatrici donne fuori dal posto di lavoro, una riluttanza strutturale a fare spazio per l'assistenza all'infanzia e un cambiamento nelle credenziali professionali e nei requisiti educativi necessari per ottenere un lavoro come programmatore. In parte ciò è dovuto all'aumento del potenziale commerciale del settore. Diversi storici della tecnologia hanno suggerito che la professionalizzazione del campo ha portato alla sua mascolinizzazione implicita. Se è iniziato come un campo femminile, doveva essere mascolinizzato. Questo è stato un evento abbastanza recente; è successo nel corso di una sola generazione. Sembra aver stabilito un precedente di dominazione maschile nella tecnologia che si è solo rafforzato nel corso degli anni, grazie al marketing, alle pubblicità e ai film”

Nelle sue ricerche talvolta ha avuto l’occasione di incontrare le donne che hanno fatto la storia di Internet, cosa era importante per loro mettere in luce?

Parte del mio senso di urgenza nello scrivere questo libro è dovuto al fatto che molte delle prime donne pioniere dell'informatica sono ancora vive. Sapevo che era essenziale ottenere le loro storie in prima persona finché ero ancora in grado di poterle intervistare. Sono stata molto fortunata in questo senso, e ho beneficiato immensamente della loro saggezza: il libro è vivo, con le loro voci e, a livello personale, non c'è niente di più prezioso che passare del tempo con donne anziane. Molte di loro fanno parte della mia vita e sto ancora imparando da loro.

Parlando con loro ha individuato alcune tematiche di maggiore urgenza?

Siccome ho scelto di espandere la mia definizione di "lavoro tecnologico" per includere cose come la creazione di comunità online, la creazione di contenuti multimediali, la scienza dell'informazione e l'organizzazione politica, le protagoniste del libro rappresentano una vasta gamma di prospettive. Tuttavia, condividono temi comuni. Soprattutto, sembra che tutte fossero interessate agli utenti, in quei luoghi in cui la tecnologia tocca la vita umana in modi significativi. Forse non a caso, l'informatica ha sempre marginalizzato le persone interessate agli utenti. Chi se ne occupa non è visto come un "tecnico". E oggi stiamo vivendo con le conseguenze di quel pensiero. Non ci sono soluzioni tecnologiche ai problemi sociali; per costruire una tecnologia al servizio dell'umanità, dobbiamo considerare gli esseri umani.

Leggendo il suo libro, si percepisce che la sua narrazione non vuole essere una denuncia fine a se stessa, ma una attestazione di presenza e rivendicazione dell’opera di queste donne. Era questo l’intento?

Sì, naturalmente. Il mio libro non è una polemica; è un correttivo. Cerco di dare spazio alle altre persone presenti nella stanza. Non avremo mai un quadro completo della nostra storia se ci concentriamo con miopia su un solo gruppo demografico. Le prospettive e i contributi delle donne possono aiutarci a comprendere più a fondo il nostro mondo. Volevo creare qualcosa di espansivo; volevo che le donne avessero una storia che non riguardasse solo la lotta contro il sessismo, anche se questa è sempre stata una motivazione sotterranea. Uno dei miei mantra personali è "non combattere l'oscurità, porta la luce e l'oscurità scomparirà". Spero che il libro possa realizzarlo, in piccola parte.

La marginalizzazione dell’attività delle donne non accade solo nel campo tecnologico, purtroppo. Si sono sviluppate molte teorie, soprattutto nel mondo del lavoro, dalla teoria del soffitto di cristallo a quella del labirinto, che cercano di spiegare perché le donne vedono la loro carriera interrompersi o rimanere ai margini. Lei cosa pensa?

Nel mio libro documento come le donne vengono spesso coinvolte in nuovi domini tecnologici nelle prime fasi del loro sviluppo - molto prima che ci sia un ordine stabilito o una gerarchia, quando c'è più libertà - e vengono gradualmente espulse dagli uomini man mano che le loro innovazioni e idee diventano economicamente importanti. Ogni volta che faccio una presentazione su questo tema, inevitabilmente, qualcuno viene da me in seguito per dire qualcosa del tipo, "questa stessa cosa è successa anche nel mio settore!". La specificità della mia storia tecnologica è abbastanza universale, a quanto pare; gli stessi schemi si sono ripetuti in molti campi, dalla medicina alla videoarte. Posso solo sperare che se capiamo cosa è successo in passato, possiamo evitare che accada di nuovo in futuro.