Perché il New York Times ha deciso di aprire un sito nel dark web

La decisione del quotidiano americano per 'garantire la privacy di lettori e giornalisti' 

Perché il New York Times ha deciso di aprire un sito nel dark web
 (Afp)
 New York Times

Il New York Times ha deciso di approdare su Tor, la rete informatica all’interno della quale gli utenti sono nascosti dietro anonimato, nota anche come dark web. Il motivo è che questo spazio virtuale, di cui molto spesso si sente parlare per il suo utilizzo per scopi criminosi, si sta scoprendo come risorsa preziosa per proteggere il lavoro di giornalisti e attivisti in tutto il mondo, che lo usano per proteggere da occhi indiscreti il loro traffico informatico.

"Il dark web servirà all'indipendenza del giornalismo"

“Il New York Times riporta notizie da tutto il mondo, e il nostro prodotto raggiunge lettori in tutto il mondo. Alcuni scelgono di usare Tor per accedere alle nostre notizie, perché a loro è tecnicamente impedito di accedere al nostro sito Internet, altri perché sono preoccupati che la rete alla quale si connettono sia controllata”, si legge in un post che annuncia la notizia, pubblicato dal giornale sulla loro pagina del social network Medium. “La missione del Times è fornire qualità e giornalismo indipendente, e il nostro team di ingegneri si impegna a garantire che i lettori possano accedere al nostro lavoro in modo sicuro. Ecco perché stiamo esplorando un modo per migliorare l'esperienza dei lettori che utilizzano Tor per accedere al nostro sito web”.

Cos'è la rete Tor, il percorso a cipolla del dark web

La rete Tor, che letteralmente vuol dire ‘percorso a cipolla’ (The Onion Router), è un modo per navigare sul web nascondendo le tracce che possono consentire a un controllore di risalire al dispositivo dell’utente. Una connessione normalmente è un collegamento diretto tra il nostro computer e quello sul quale risiedono i siti web. La tecnologia usata da Tor invece veicola il nostro traffico attraverso dei computer casuali, gestiti da attivisti, ‘seminando’ così eventuali attori interessati a vedere che cosa facciamo su Internet. La decisione di un quotidiano di rilevanza internazionale di rendere disponibile per i propri lettori una versione estremamente sicura del proprio sito conferma l’impegno da parte di sempre più numerose organizzazioni e aziende nell’ambito della sicurezza informatica e della tutela degli utenti. Gli strumenti di controllo e pressione, soprattutto in paesi nei quali non sono garantiti i diritti civili, sono causa di isolamento sociale per grandi fette della cittadinanza.

Ora sappiamo quanto è importante la privacy dei cittadini

La paura di un cittadino di essere scoperto a criticare un governo o ad accedere a informazioni considerate ‘eversive’ dalle istituzioni è un forte strumento di controllo e repressione. Jeremy Scahill, fondatore del giornale online The Intercept, nato per consentire la pubblicazione delle informazioni relative all’Agenzia per la Sicurezza Nazionale statunitense rivelate dal whistleblower Edward Snowden, ha commentato ad Agi: “Quando una testata di questa importanza prende questo tipo di iniziative porta tutti a riflettere sull’importanza della privacy dei cittadini. Il New York Times è stato anche il primo quotidiano di questo spessore a mettere in piedi un sistema per ricevere segnalazioni anonime, rafforzando ulteriormente il rapporto tra il giornalismo e la sicurezza informatica. Quando abbiamo iniziato a sollevare queste questioni con The Intercept, il New York Times ci ha osservato e si è attrezzato per essere ancora una volta un trascinatore del mondo giornalistico”.

Il Times a marzo ha assunto un hacker in redazione

A marzo del 2017 il New York Times ha ingaggiato l’hacker, giornalista e attivista Runa Sandvik, per occuparsi di tutto quello che riguarda la sicurezza informatica nella redazione. L’esperta ha speso un’intera carriera a formare giornalisti e altri attivisti sulle tecniche che usano i governi per controllare i cittadini. Grazie al suo contributo la testata si è dotata di una serie di metodi con i quali un informatore può mettersi in contatto con i giornalisti per rivelare informazioni nel pubblico interesse.

“È bello vedere come oltreoceano testate giornalistiche di rilevanza internazionale abbiano intrapreso un percorso di miglioramento continuo della sicurezza e della privacy dei propri lettori, addirittura integrando nativamente tecnologie per l’anonimato come il Tor onion service o strumenti dedicati alla protezione dei whistleblowers”, ha detto ad Agi Fabio Pietrosanti, Presidente del Centro Hermes, organizzazione non-profit che promuove l’attenzione alla trasparenza attraverso il software libero. “Dispiace osservare come il panorama dei media italiani per lo più non tenga in considerazione le più basilari misure di sicurezza, come per esempio l’adeguamento dei siti web alla tecnologia ‘https’, che protegge la privacy degli utenti e che ormai si applica a più di metà dei siti Internet al mondo”.

 


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