Davvero il Parlamento europeo ha introdotto la censura preventiva del web?

Abbiamo controllato le dichiarazioni di Luigi Di Maio in merito alla direttiva europea sul copyright

Davvero il Parlamento europeo ha introdotto la censura preventiva del web? 
 (Agf)
 Luigi Di Maio

Luigi Di Maio, vicepremier e ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico ha commentato l’approvazione della proposta di direttiva europea sul copyright e il 12 settembre ha scritto su Facebook che “il Parlamento Europeo ha introdotto la censura dei contenuti degli utenti su Internet (...) D’ora in poi, secondo l'Europa, i tuoi contenuti sui social potrebbero essere pubblici solo se superano il vaglio dei super censori. Con la scusa di questa riforma del copyright, il Parlamento europeo ha di fatto legalizzato la censura preventiva”.

Vediamo meglio qual è la situazione.

La procedura

La direttiva è, a livello generale, uno strumento normativo dell’Unione europea che impone un obbligo di risultato. Non stabilisce quindi, come invece fanno i regolamenti, norme definitive.

Una volta approvata una direttiva europea, sono i vari Stati nazionali a votare leggi che permettano di raggiungere i risultati richiesti, ma ognuno secondo la propria preferenza. Dunque il contenuto delle direttive è normalmente vago e incentrato più sui principi generali che sui dettagli.

Quella appena approvata dal Parlamento europeo oltretutto non è ancora una direttiva, ma una proposta di direttiva, avanzata dalla Commissione europea perché gli organi legislativi della Ue (il Parlamento europeo e il Consiglio) la approvino.

A luglio scorso, il Parlamento aveva respinto la proposta della Commissione ma il 12 settembre, dopo aver introdotto alcuni emendamenti modificativi, ha dato il proprio voto favorevole.

Ora, secondo la procedura legislativa ordinaria, toccherà al Consiglio – l’organo dove siedono i rappresentanti degli Stati membri – discutere il contenuto della proposta di direttiva, approvarlo o emendarlo.

La procedura potrebbe essere ancora lunga. Se non verrà approvata così com’è, infatti, la proposta di direttiva tornerà al Parlamento europeo per una seconda lettura, e di nuovo verrà poi chiamato in causa il Consiglio. Se le due istituzioni non troveranno un accordo per approvare in forma identica la proposta di direttiva, verrà attivato un Comitato di conciliazione. Se anche questo dovesse fallire, la direttiva non verrà adottata. Se anche venisse adottata, come detto, poi toccherà agli Stati membri votare le leggi necessarie per raggiungerne gli obiettivi.

Insomma, siamo solo all’inizio di un lungo percorso e affermare, come fa Di Maio, che il Parlamento europeo “ha introdotto” la censura e “d’ora in poi” i contenuti saranno pubblici solo col benestare dei censori, è scorretto - perché si presenta un passaggio iniziale di una lunga e complessa procedura come un esito finale.

Ma, al di là di questo, vediamo meglio il contenuto della proposta di direttiva appena approvata dal Parlamento europeo.

Il contenuto

La versione emendata dal Parlamento europeo

L’articolo che fa parlare di “censura” ai critici della direttiva sul diritto d’autore è in particolare il numero 13, che nella sua versione emendata dal Parlamento europeo riguarda “l’utilizzo di contenuti protetti da parte di prestatori di servizi di condivisione di contenuti online che memorizzano e danno accesso a grandi quantità di opere e altro materiale caricati dagli utenti”.

L’articolo 13 stabilisce innanzitutto che “i prestatori di servizi di condivisione di contenuti online svolgono un atto di comunicazione al pubblico. Essi concludono pertanto accordi equi e adeguati di licenza con i titolari dei diritti”.

Insomma, per fare un esempio noto, un social network come Facebook dovrebbe concludere accordi di licenza con gli artisti e gli editori titolari dei diritti di proprietà intellettuale per regolare la diffusione delle loro opere.

Se il titolare del diritto di copyright non vuole che la sua opera venga diffusa da Facebook e simili, titolare e piattaforme online “cooperano in buona fede per garantire che non siano disponibili nei loro servizi opere o altro materiale protetti non autorizzati.”

Sono previste esclusioni (enciclopedie online gratuite, piattaforme per la condivisione di software open source, ricerche scientifiche condivise dall’autore e così via) e meccanismi di risoluzione dei problemi che potrebbero eventualmente sorgere (rimozioni ingiustificate, controversie tra titolari dei diritti e piattaforme online ecc.), ma non ci soffermiamo qui su questi aspetti.

Il nocciolo della “questione censura” sarebbe insomma il rischio che i prestatori di servizi di condivisione di contenuti online (ad esempio Facebook), in accordo coi proprietari dei diritti d’autore, introducano meccanismi di “filtro preventivo” dei contenuti, per evitare che ne vengano pubblicati illegittimamente alcuni protetti dal copyright.

I dettagli, come anticipato, sono ancora tutti da definire.

La versione precedente

Nella sua versione originaria, l’articolo 13 riguardava i “prestatori di servizi della società dell'informazione che memorizzano e danno accesso a grandi quantità di opere e altro materiale caricati dagli utenti”: quella che oggi è “condivisione di contenuti online” era quindi un più generico “informazione”.

Il campo di applicazione era insomma più vasto, che aveva suscitata la reazione preoccupata ad esempio di Wikipedia.

Questi prestatori di servizi avrebbero dovuto adottare, in collaborazione con i titolari dei diritti, “misure miranti a garantire il funzionamento degli accordi con essi conclusi per l’uso delle loro opere o altro materiale ovvero volte ad impedire che talune opere o altro materiale identificati dai titolari dei diritti mediante la collaborazione con gli stessi prestatori siano messi a disposizione sui loro servizi”.

Insomma, queste “misure” che avrebbero dovuto impedire che certe opere fossero messe a disposizione sulle piattaforme online di servizi facevano pensare alcuni osservatori al rischio di censure preventive.

Abbiamo chiesto ad alcuni esperti un giudizio sulla versione della direttiva uscita dal Parlamento europeo.

Il parere degli esperti

Giovanni Ziccardi, professore associato di Informatica giuridica di presso l’Università degli Studi di Milano ed esperto di diritto dell’informatica, afferma: “Secondo me è presto per prevedere l’effetto pratico delle norme della direttiva. A livello teorico si comprendono le preoccupazioni, ma bisogna interrogarsi su quali effetti concreti ci saranno”.

“Se e quando gli Stati nazionali vareranno le norme di applicazione della direttiva”, prosegue Ziccardi, “e soprattutto quando si capirà che tecnologie intendono mettere in campo le big companies del web potremo valutare meglio. Il discrimine infatti è l’applicabilità in concreto, da un punto di vista tecnologico, delle norme definitive”.

L’avvocato e docente di diritto delle nuove tecnologie Guido Scorza, che già si era espresso criticamente nei confronti del progetto di direttiva in passato, ha una posizione più severa. “Non mi sembra che da luglio [quando il Parlamento europeo bocciò la proposta di direttiva della Commissione, n.d.R.] sia cambiata moltissimo la sostanza”, afferma Scorza.

“Forse l’articolo 13 nella nuova formulazione dà qualche briciolo di serenità in più, con l’esclusione di chi non ha scopi commerciali e delle piccole e medie imprese, anche se restano dei dubbi sull’identificazione del ‘non commerciale’: chi ricorre magari a un banner pubblicitario come verrebbe considerato?”.

“Al di là di questo – prosegue Scorza – sull’articolo 13 la preoccupazione fondamentale purtroppo resta. Il meccanismo in base al quale la piattaforma online deve avere un contratto di licenza coi titolari dei diritti, altrimenti deve bloccare i contenuti, sembra disegnato a tavolino. Nella pratica non c’è una soluzione tecnologica che sia in grado di verificare rapidamente ed efficacemente la titolarità dei diritti di immagini, testi e musica che potrebbero essere usati”.

“Questo – conclude Scorza – potrebbe comportare una drastica riduzione dei contenuti che vengono pubblicati sul web e verrebbero colpiti soprattutto i ‘piccoli’. Il pubblico che detiene i diritti è infatti vastissimo e spesso non ha rappresentanza. Il prestatore di servizi che dovesse individuare i titolari dei diritti, se non fosse sicuro, probabilmente semplicemente sceglierebbe di non pubblicare. In questo modo sopravviverebbero soltanto i ‘grandi’ editori e simili, mentre a essere tagliati sarebbero soprattutto i piccoli produttori di contenuti diffusi”.

Conclusione

I timori espressi da Luigi Di Maio, con parole molto dure, secondo alcuni esperti non sono prive di fondamento. Il rischio teorico che i prestatori di servizi di condivisione di contenuti online (Facebook, YouTube, Instagram e così via), di fronte all’obbligo di trovare accordi coi proprietari dei diritti d’autore, finiscano con l’impedire preventivamente la pubblicazione di una grande quantità di materiale esiste, almeno in astratto. E a farne le spese potrebbero essere soprattutto i “pesci piccoli”, mentre le grandi realtà sarebbero sicuramente incluse in qualche modo negli accordi.

Ma le parole del vicepremier sono criticabili per due motivi. In primo luogo la direttiva è uno strumento che lascia ampio spazio di intervento agli Stati nazionali, e dunque come verrà impostata la normativa nel dettaglio dipenderà dall’Italia, non dal Parlamento europeo. Ed è proprio dai dettagli che, secondo gli esperti, dipenderà l’esistenza o meno di un rischio censura.

In secondo luogo, anche a livello europeo, siamo alle fasi preliminari della procedura legislativa ordinaria. Il governo italiano potrà far valere le proprie perplessità quando, nel prossimo futuro, sarà il Consiglio a dover esprimere il proprio parere. Qualsiasi rischio, insomma, non è imminente, e ancor meno si può dire che esista una censura “da oggi”.

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