Quante imprese chiudono in Italia perché lo Stato paga in ritardo?

La deputata di Forza Italia Laura Comi parla di cinquemila aziende all'anno. Abbiamo verificato

Quante imprese chiudono in Italia perché lo Stato paga in ritardo?

Ospite di Stasera Italia il 23 maggio su Rete 4, l’eurodeputata di Forza Italia Laura Comi ha dichiarato: (min. 18.55): “Il ritardo dei pagamenti della pubblica amministrazione alle PMI: cinquemila imprese falliscono ogni anno”. Comi stava parlando dei problemi italiani che andrebbero risolti prima di, a suo dire, poter criticare l’Unione Europea.

Il numero di imprese che falliscono in Italia

Partiamo dal numero delle imprese fallite in Italia. Secondo il report di febbraio 2018 dell’Osservatorio su fallimenti, procedure e chiusure di impresa del Cerved – società di consulenza e agenzia di rating – in Italia “nel 2017 sono fallite 12.009 aziende, con un calo dell’11,3% rispetto all’anno precedente che rafforza le dinamiche già positive osservate nel 2016 (-8,2%) e nel 2015 (-6,1%)”.

Queste cifre riguardano solo i fallimenti e non tengono conto, ad esempio, di quante imprese aprano invece nello stesso periodo di tempo, magari con gli stessi titolari o almeno alcuni di essi.

Ad ogni modo, il totale delle imprese fallite è stato di circa 12 mila nel 2017, un dato in sensibile diminuzione rispetto a quelli degli ultimi anni. Ma quante di queste sono fallite a causa dei ritardi dello Stato nel saldare i propri debiti?

La stima della CGIA

Non esistono dati pubblici e aggiornati su quante imprese chiudano a causa dei ritardi da parte dello Stato nel pagare i propri debiti.

Una stima, risalente al 2013 e riferita al 2012, l’aveva fatta la CGIA di Mestre, relativa però ai fallimenti causati dai ritardi nel pagamento dei debiti sia da parte della pubblica amministrazione sia da parte dei privati.

Secondo la CGIA “è verosimile ritenere che nel 2012 un fallimento su tre sia stato causato dai ritardi nei pagamenti. Delle 12.463 imprese italiane che hanno chiuso per fallimento, per poco più di 3.800 (pari al 31% del totale) la causa principale è da imputare all’impossibilità di incassare – sia da committenti pubblici, sia da committenti privati – le proprie spettanze in tempi ragionevoli”.

L’origine di questi numeri è però piuttosto incerta. La stima si fondava, infatti, su quella elaborata da Intrum Justitia  – multinazionale svedese che offre servizi di gestione e recupero crediti – secondo cui la percentuale di aziende che nell’UE sono fallite a causa dei ritardati pagamenti è pari al 25% del totale.

Come scrive la CGIA, “tenendo conto che in Italia la situazione è ben più grave che nel resto d’Europa, è molto probabile che la quota di chiusure dovute all’impossibilità di incassare in tempi ragionevoli le fatture emesse si attesti attorno al 30% del totale”. Insomma, un generico aumento della percentuale data da Intrum data la “gravità” della situazione italiana.

Se si applica questa stima relativa al 2012 (quando fallirono 12.463 imprese, un numero leggermente superiore a quello del 2017) all’anno scorso, risulterebbe che 3.720 imprese circa sono fallite a causa del ritardo nei pagamenti da parte sia dello Stato che di altri privati.

Si tratta solo di stime molto generiche, e come tali vanno prese, ma sembrerebbe che il numero di “cinquemila imprese”, fornito dalla Comi, sia probabilmente esagerato.

La situazione dell’Italia

È in ogni caso vero che in Italia il ritardo nei pagamenti da parte della pubblica amministrazione sia un problema grave – più grave che nel resto d’Europa.

La Commissione europea aveva aperto una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia già a giugno 2014, per violazione degli obblighi imposti dalla Direttiva 2011/7/UE sulla lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali (recepita in Italia col d.l. 192/2012).

La direttiva UE, del 2011, dava due anni di tempo a tutti gli Stati membri per adeguare le proprie norme e strutture in modo che i pagamenti alle imprese avvenissero entro 30 giorni, 60 al massimo in casi assolutamente eccezionali.

Fallito l’obiettivo imposto dalla Ue entro il termine prestabilito, l’Italia non è stata in grado di rispettarlo nemmeno negli anni successivi. Ancora a febbraio 2017 l’Italia era stata richiamata dalla Commissione, insieme a Grecia, Spagna e Slovacchia – e la procedura d’infrazione è andata avanti fino al suo esito peggiore a dicembre 2017: il deferimento dell’Italia alla Corte di Giustizia dell’Unione europea.

La Commissione ha infatti valutato positivamente gli sforzi degli ultimi governi ma “a distanza di più di tre anni dall’avvio della procedura d’infrazione, la Pubblica Amministrazione italiana ancora impiega in media 100 giorni per saldare le sue fatture, con picchi che possono essere significativamente superiori a questo numero”.

Il nascente governo dovrà dunque probabilmente occuparsi anche di questa questione nei prossimi mesi, per evitare eventuali sanzioni.

Conclusioni

Il numero citato da Laura Comi non trova riscontro nei documenti pubblici disponibili e, attualizzando una stima del 2013 della CGIA di Mestre, sembra comunque eccessivo.

In ogni caso è vero che la pubblica amministrazione italiana paghi con troppo ritardo le imprese verso cui ha dei debiti. Proprio per questo rischia di essere sanzionata dall’Unione europea, che negli ultimi anni ha spesso intimato a Roma – finora inutilmente – di risolvere il problema.

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