Medici o robot? I rischi per il lavoro dei camici bianchi

Abbiamo analizzato i dati per capire quali sono le prospettive lavorative dei giovani che hanno effettuato nei giorni scorsi il test d'accesso alle facoltà di medicina d'Italia

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Il 3 settembre si sono tenuti in tutta Italia i test di ammissione alle facoltà di Medicina e Odontoiatria. Secondo i dati del Miur erano iscritti alle prove di ammissione 68.694 studenti. I posti a disposizione erano 12.701 (11.568 Medicina e 1.133 Odontoiatria).

Gli iscritti ai test sono in aumento rispetto all’anno scorso quando, ancora secondo il Miur, erano stati 67.005. Ma quali prospettive lavorative hanno gli aspiranti medici? E siamo alle soglie di una rivoluzione tecnologica che andrà a ridurre le possibilità occupazionali della categoria? Andiamo a vedere i dettagli.

Un percorso a ostacoli

Il primo ostacolo che un aspirante medico deve superare è quello appena visto del test di ingresso: in base ai dati 2019 c’è circa un posto a disposizione ogni sei partecipanti al test.

Chi riesce ad entrare ha poi di fronte a sé un lungo percorso di studi: 6 anni per ottenere la laurea, l’esame di Stato per ottenere il titolo professionale e altri tre/cinque anni di studi per ottenere la specializzazione. Anche per diventare medico di base è necessario superare un corso triennale in Medicina generale.

Al termine di questo percorso, ad oggi, le chance occupazionali sono molto elevate. Come riporta l’Istat, tra il laureati con un’età compresa tra i 30 e i 34 anni (anno 2017) quelli con un titolo nell’area medico-farmaceutica hanno il tasso di occupazione più alto: quasi l’85%, davanti ai laureati nelle lauree Stem (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica), che arrivano all’81,3%, a quelli laureati nell’area socio-economica e giuridica (75,3%) e a quelli con una laurea umanistica o nei servizi (72,5%).

Ma le cose potrebbero cambiare in futuro? Da diverse parti si segnala infatti che il progresso delle tecnologie potrebbe, un domani, rendere obsolete alcune professioni mediche.

Medici o robot?

Come riporta un articolo pubblicato dal prestigioso istituto di ricerca americano Brookings Institution, l’affermazione del «leggendario investitore della Silicon Valley» Vinod Khosla secondo cui nel 2035 i robot rimpiazzeranno i medici non è del tutto priva di fondamento.

Vengono riportati tre esempi, per giustificare questa presa di posizione. Nel 2017 uno studio del Massachusetts General Hospital e del Mit ha dimostrato che un sistema di intelligenza artificiale aveva prestazioni equivalenti, se non migliori, di quelle dei medici radiologi nel leggere mammografie e individuare lesioni da cancro ad alto rischio che necessitano intervento chirurgico.

Nel 2016, come riportato dal giornale dell’American Medical Association, Google aveva dimostrato che i computer sono in grado di esaminare le immagini della retina di pazienti diabetici in misura simile ai medici oftalmologi.

Infine, sempre nel 2016, un robot controllato da un computer ha compiuto con successo un intervento chirurgico all’intestino di un maiale.

Questi progressi, secondo l’articolo del Brookings Institute, sono apprezzabili ma «l’intelligenza artificiale è solo buona quanto gli umani che la programmano e il sistema in cui si inserisce».

Dunque il rischio che i giovani aspiranti medici si trovino tra meno di vent’anni senza lavoro è così concreto?

Secondo uno studio del 2013 dell’Università di Oxford citato di recente dal Guardian, che tra le altre cose stila una classifica di 702 diverse occupazioni in base alla probabilità stimata di una loro computerizzazione, la risposta è no.

La professione di medico e chirurgo è una delle più al riparo dal rischio di automazione: appena lo 0,42% di chance. All’estremo opposto della classifica si trovano lavori la cui automazione è ritenuta praticamente certa: dipendenti dei call center (99%), funzionari che si occupano di erogare prestiti (98%) e cassieri (97%).

Inoltre, come riporta ancora il Guardian, bisogna considerare che «l’automazione non è sinonimo di perdita di posti di lavoro». Più che a una perdita secca si assisterà, secondo il quotidiano britannico, a una redifinizione dei lavori e delle professioni che saranno interessati dall’evoluzione tecnologica.

Conclusione

Oggi la carriera medica è ancora una di quelle che dà maggiori chance di trovare lavoro in Italia. Anzi, secondo quanto denunciano le associazioni di categoria nel prossimo futuro il rischio è di non avere abbastanza medici, non di averne troppi (anche se il problema è far incontrare domanda e offerta nelle varie specializzazioni).

Il progresso tecnologico, l’automazione e la robotica avranno probabilmente un impatto nel futuro delle professioni mediche, come dimostrano diversi studi degli anni recenti. Ma secondo altre ricerche le chance di automazione in questo settore restano comunque molto basse e i medici sembrano destinati a subire un impatto nettamente inferiore rispetto a quello di altre categorie.

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