Sulla crescita del Pil molte critiche puntuali e una fantasiosa

Abbiamo verificato cinque dichiarazioni di questi giorni sulla genesi delle stime sul Pil realizzate dall'Istat

Sulla crescita del Pil molte critiche puntuali e una fantasiosa

Lo scorso 16 agosto l’Istat ha diffuso la propria stima preliminare del Pil nel secondo trimestre 2017. Secondo l’Istituto di statistica il Pil è aumentato dello 0,4% rispetto al trimestre precedente e dell’1,5% nei confronti del secondo trimestre del 2016. Si tratta del miglior risultato negli ultimi 5 anni, come riporta sempre il rapporto dell’Istat.

Le reazioni

Questi dati hanno scatenato le reazioni del mondo politico. Il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, ha twittato: “Meglio delle previsioni. Una buona base per rilanciare economia e posti di lavoro”. Il suo predecessore, e attuale segretario del Pd, Matteo Renzi su Facebook ha scritto: “Oggi i dati Istat dicono che la strategia di questi anni produce risultati. Flessibilità, non austerity”.

Diversa la lettura dei dati fornita dalle opposizioni. Nel nostro fact-checking prendiamo in considerazione in particolare quattro dichiarazioni, due provenienti dal centrodestra, una dalla destra e una dal Movimento 5 Stelle.

Renzi prevedeva più crescita?

Il senatore di Forza Italia, Lucio Malan, in una nota ha scritto: “Il Def 2014, il primo dell’era Renzi, prevedeva, per il solo 2017 una crescita dell’1,8%, contro l’1,5% delle previsioni [Istat ndr.]. Ma, ciò che è più grave, lo stesso Def 2014 prevedeva per i 4 anni 2014-2017 una crescita del 5,5%, che invece sarà del 2,8% in meno”.

Malan sul primo punto ha ragione. Il Def 2014, deliberato nell’aprile di quell’anno da Consiglio dei ministri presieduto da Renzi, riporta nella tabella sul quadro macroeconomico una crescita dell’1,8% per il 2017. Più, insomma, dell’1,5% appena registrato dall’Istat.

Per ottenere, poi, il 5,5% citato dal senatore azzurro bisogna fare una somma algebrica delle percentuali previste dal Def 2014 per gli anni in questione: 0,8% (2014), più 1,3% (2015), più 1,6% (2016), più 1,8% (2017).

Il Pil in realtà – sempre adottando il metodo di calcolo utilizzato da Malan – in quegli anni è cresciuto del 3,3%, se ipotizziamo che a fine anno venga confermato l’1,5% appena certificato dall’Istat. Altrimenti, considerando la variazione acquisita dell’1,2%, si scenderebbe al 3%.

Al dato del 2017 bisogna infatti sommare (fonte Istat) lo 0,1% del 2014, lo 0,8% del 2015 e lo 0,9% del 2016.

La differenza rispetto al 5,5% è nel primo caso di 2,2 punti percentuali, nel secondo di 2,5. Dunque Malan è impreciso quando afferma che la crescita sarà del 2,8% in meno, ma non esagera di molto.

Record rispetto al 2011

Sul tema Pil c’è stato un botta e risposta su Twitter tra la deputata Pd Alessia Morani e quella di Forza Italia, Debora Bergamini. Alla prima, che aveva scritto “Pil al top dal 2011”, la seconda ha replicato: “Alessia il Pil è più basso rispetto al 2011, leggili bene dati Istat”.

(Verifichiamo i dati nel database Istat col percorso “Conti nazionali”, “Conti e aggregati economici nazionali trimestrali”, “Prodotto interno lordo e variazioni - stima preliminare”).

Nelle sfumature della lingua italiana, hanno ragione entrambe.

I 397,458 miliardi di euro di Pil del secondo trimestre del 2017 sono infatti meno dei 405,685 miliardi del secondo trimestre 2011. Se si confrontano i due trimestri corrispondenti ha quindi ragione Bergamini.

Tuttavia è anche vero che dopo il quarto trimestre 2011 (399,674 miliardi di euro) il Pil non è mai arrivato a quota 397 miliardi, come accaduto invece adesso. Dunque è anche corretto affermare come fa Morani che, dal 2011 escluso in poi, non si era mai registrato un livello di Pil trimestrale come quello attuale.

In ogni casi sia i migliori dati trimestrali del Pil del 2011 (405,685) che del 2017 (397,458) sono lontani dai livelli pre-crisi di inizio 2008, quando nel primo trimestre si erano toccati i 424,824 miliardi di euro.

Italia fanalino di coda?

Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia, su Facebook sostiene: “la crescita economica italiana è molto inferiore alla media della UE e a quella dei nostri principali partner europei”, e allega la foto della prima pagina del Sole 24 ore su cui sono riportati i dati.

Verificando su Eurostat, presumibilmente da dove anche il quotidiano di Confindustria ha attinto i dati, risulta che Meloni esageri un po’ ma abbia sostanzialmente ragione.

La crescita dello 0,4% nel secondo trimestre 2017 (rispetto al primo) non è un cattivo risultato, e ci tiene davanti al Regno Unito (0,3%) – oltre che a Finlandia e Portogallo – e non lontani da Francia (0,5%) e Germania (0,6%). La media di crescita della Ue è dello 0,6%.

Tuttavia se consideriamo il risultato del secondo trimestre 2017 rispetto all’anno precedente, ecco che il +1,5% dell’Italia si piazza in fondo alla classifica europea.

Degli Stati membri di cui sono stati registrati i dati, solo il Belgio fa peggio di noi (+1,4%). La media europea è del +2,3% (area euro +2,2%). La Germania segna +2,1%, la Francia +1,8%, Il Regno Unito +1,7, la Spagna +3,1%, l’Olanda +3,8%.

Dunque è vero che la crescita italiana sia inferiore a quella dei nostri principali partner europei e alla media Ue.

I condizionatori e il Pil

In un video caricato su Facebook, la senatrice del Movimento 5 Stelle Barbara Lezzi sostiene che l’aumento del Pil dello 0,4% registrato dall’Istat e cavalcato da Renzi sia dovuto al caldo eccezionale di giugno, che avrebbe fatto consumare molta più energia per climatizzatori, grande distribuzione, catena del freddo e automobili (sempre per via dell’aria condizionata), spingendo così la produzione industriale e di conseguenza il Pil.

È vero che il Prodotto interno lordo sia stato trainato dalla produzione industriale, come scrive lo stesso Istat. Tutto il resto della tesi della Lezzi pare tuttavia molto debole.

In primo luogo, l’aumento dello 0,4% non è un picco. È stato registrato nel secondo trimestre del 2017, così come nel primo 2017 e nell’ultimo del 2016 (dati estratti dal database Istat). Dunque anche durante le stagioni fredde.

La produzione industriale, poi, è vero che a giugno è stata trainata dall’energia (+9,8% rispetto a giugno 2016), ma non solo. Hanno concorso i beni di consumo (+5,6%), in particolare quelli durevoli (+10,6%), così come i beni strumentali (+5,1%) e intermedi (+4%).

In particolare, poi, hanno trainato il settore dell’Attività manifatturiera la produzione di prodotti farmaceutici di base e preparati farmaceutici (+18,5%), la fabbricazione di mezzi di trasporto (+13,6%), la fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (+12,1%) e la fornitura di energia elettrica, gas, vapore ed aria (+10,8%).

Un qualche impatto del settore dell’energia, influenzato anche dal caldo eccezionale di giugno, sul buon andamento del Pil è dunque innegabile. Ma pretendere di spiegare il recente dato Istat sul Pil solo – o anche per la maggior parte – con questi elementi è un errore e la tesi della Lezzi, per come esposta, risulta semplicistica e fuorviante.

La stessa Lezzi, in un secondo momento, ha infatti poi scritto: “Naturalmente, come dicevo già da ieri, la produzione di energia è solo una delle componenti che concorre alla crescita della produzione industriale”.

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