Chi ha ragione tra Siae e Soundreef su 11 questioni ancora molto dibattute

Le società da mesi si accusano a vicenda su: profitti, concerti,  iscritti, accuse, bilanci e immobili. 

Chi ha ragione tra Siae e Soundreef su 11 questioni ancora molto dibattute

Siae contro Soundreef: nuovo round. Lo scontro tra il monopolista italiano dei diritti d'autore e la società fondata da Davide D'Atri passa dai tribunali, dalle stanze dell'Antitrust. E da una comunicazione diretta sempre più aspra. Dopo le accuse (e le minacce di querela) da parte di Siae e del ministro Dario Franceschini nei confronti di Fedez (il volto più noto della scuderai Soundreef), rieccoci: D'Atri ha firmato sul blog di Beppe Grillo un post che critica la società guidata da Filippo Sugar e racconta il suo modello di business. Passano poche ore e la Siae risponde punto per punto. Ne sono venute fuori due versioni dello stesso racconta. A volte si tratta solo di opinioni divergenti. Spesso però si possono individuare dei punti fermi. Vediamo quali, mettendo di fronte botta, risposta.

  1. Concerti
  2. Compensi
  3. Iscritti
  4. Monopolio
  5. Startup
  6. Bilanci
  7. Digitale
  8. Legalità
  9. Appropriazione illecita
  10. Artisti stranieri
  11. Immobili

1. Come funzionano i compensi dei concerti?

D'Alatri: “Il 65% dei concertini su base nazionale, proprio quei concerti in cui il piccolo autore inizia a suonare, sono ripartiti in maniera forfettaria e non analitica. Ovvero, Siae incassa questi compensi a livello nazionale dai piccoli pub, dai piccoli bar dove i piccoli autori si esibiscono ma poi non ripartisce questi compensi incassati secondo ciò che è stato effettivamente suonato ma li ripartisce in base a criteri statistici”.

Siae: “Siae non opera ripartizioni a forfait ma ripartisce in analitico e solo in parte secondo metodi statistici basati peraltro sull’enorme volume dei dati relativi alle utilizzazioni del proprio repertorio”.

L'Ordinanza di Ripartizionecioè il documento Siae che stabilisce le regole con cui distribuire i proventi dei diritti, è molto chiaro. Gli incassi di “ristoranti, pub e bar” sono ripartiti “:

  • per una quota del 75% sulla base di un campione costituito da rilevazioni dirette, anche parziali, effettuate in via riservata nel semestre cui la ripartizione è riferita”; 
  • il restante 25% “sulla base di un campione costituito da 1/5 dei programmi, consegnati dagli organizzatori degli eventi ed individuati con criteri di selezione statistica”.

Da questi sistemi sono esclusi i borderò digitali (alla base di Soundreef e introdotti da Siae nel luglio 2016), che consentono una ripartizione analitica al 100%. Secondo i dati forniti da Siae ad Agi, in un anno i borderò digitali depositati sono stati 377.955, circa un quarto del totale. La quota ripartita in analitico sta quindi crescendo. Ma è anche vero che quella basata su metodi statistici non è “solo una parte” ma ancora la maggior parte del totale.

 

2. Quanto guadagnano gli iscritti Siae?

D'Atri: “Ci piace ricordare una dichiarazione di un precedente Presidente Siae: il 65% degli iscritti Siae non recupera neanche la tassa d’iscrizione che paga. Questi piccoli autori pagano 120/130 euro l’anno per iscriversi al monopolio e non recuperano nemmeno quello”.

Siae: “In quella lunga intervista, il Presidente allora in carica ammetteva che il 50 o 60% degli associati incassavano meno del costo della quota associativa ma chiariva che questo 'avviene anche nelle altre società d’autori di tutto il mondo'”.

D'Atri fa un errore terminologico: non si tratta di “una tassa” ma di una quota associativa. E tale resta anche se destinata a un monopolista. Entrando nel merito, Siae precisa alcuni punti ma non smentisce il fondatore di Soundreef. L'intervista in questione è quella rilasciata dall'allora presidente Siae Giorgio Assumma ad Altroconsumo. Data: 23 aprile 2009. Assumma parla di un 50-60% di iscritti che non riescono a ripagarsi la quota associativa. Il dato di D'Atri è impreciso perché non aggiornato. Nel frattempo, ci sono stati dei cambiamenti: dal 2015 gli under 30 non versano la quota. A oggi, secondo dati forniti dalla Siae ad Agi, il 43% degli iscritti non riesce a ripagarla. Se le opere non vengono eseguite, gli autori non incassano. Il problema non si pone nel caso di Soundreef, che guadagna solo dalle provvigioni.

 

3. Quanti iscritti ha Soundreef?

D'Atri: “Negli ultimi 18 mesi, 8 mila autori italiani si sono iscritti a Soundreef e (di questi) la stragrande maggioranza sono piccoli autori”.

Siae: “Ci auguriamo che D’Atri sia in grado di dimostrare di avere gli 8.000 autori associati italiani che dichiara. Ma al di là di questo, anche se la loro iscrizione a Soundreef non prevede il pagamento di una quota associativa, le provvigioni sulle principali tipologie di utilizzazioni sono mediamente più alte di 4/5 punti percentuali rispetto a quelle praticate da Siae (ad eccezione della diffusione di musica d’ambiente)”

Soundreef conferma ad Agi il dato degli 8 mila associati italiani e afferma che la platea internazionale è intorno ai 20 mila. Sostiene che, grazie alle procedura di identificazione, registrazione e sottoscrizione dei contratti in digitale, tutto è tracciabile. Con un catalogo aperto e consultabile online. Capitolo costi: Soundreef, come afferma la stessa Siae, non ha una quota associativa. Per quanto riguarda le provvigioni (che variano a seconda del tipo di utilizzo – dai live al cinema al web), la media di Soundreef è pari al 18,8%.

È vero che quella Siae è più bassa: 15,6%. La differenza indicata è quindi imprecisa: non 4/5 punti ma poco più di 3. Oltre all'aggio, gli autori Siae hanno una “quota trattenuta” del 5% sul totale degli incassi della Divisione Musica (cioè al netto delle provvigioni): è un onere in capo agli autori, che però non finisce nelle casse della società ma viene ridistribuito integralmente “per fini assistenziali e di incoraggiamento delle arti nazionali. La destinazione di tali importi è definita annualmente conspecifica delibera del Consiglio di Gestione”.

 

4. L'Italia è l'unico monopolio?

D'Atri: “Siamo rimasti da soli e quindi l’Italia è l’unico monopolio d’Europa”

Siae: “In Europa i monopoli legali e/o le designazioni di esclusiva sono 8 (Italia, Austria, Paesi Bassi, Repubblica Ceca, Slovacchia, Croazia, Lituania, Lettonia) oltre alla Svizzera; 15 paesi hanno invece un monopolio di fatto senza fine di lucro (Francia, Belgio, Spagna, Portogallo, Grecia, Danimarca, Finlandia, Polonia, Svezia, Bulgaria, Romania, Estonia, Slovenia, Norvegia, Ungheria); 3 paesi hanno un monopolio di fatto senza esclusione del fine di lucro (Germania, Regno Unito, Irlanda)”.

La differenza, in questo caso, è in parte terminologica. Per la Siae, monopolio reale e monopolio di fatto “sono assolutamente la stessa cosa”. Per Soundreef  “sono due cose molto diverse”. Per dirimere la questione serve ricorrere a distinzioni più precise. L'Antitrust afferma che “nell’Unione Europea, con l’eccezione di Repubblica ceca e Italia, non vi sono riserve legali per l’intermediazione dei diritti d’autore”. Dal momento di questa dichiarazione dell'autorità, le cose sono cambiate. Con la Repubblica Ceca che ha recentemente istituito una   procedura di autorizzazione per i nuovi soggetti. Quindi è vero che ci sono diversi monopoli di fatto (che aggregano quasi tutto il mercato dei diritti  d'autore). Ma Siae è l'unico “legale”

 

5. Ma Soundreef è una startup italiana? 

D'Atri: “Noi siamo una vera start up che ha iniziato con 85mila euro, un gruppo di ragazzi che veramente si è costruito mattone dopo mattone, e abbiamo trovato degli investitori, italiani, lungimiranti che hanno voluto rischiare tanto su questa società mettendo dei loro capitali...c’è grande differenza tra investire e speculare!”

Siae: “Start up? Una società fondata nel 2011 può essere ancora considerata una start up?

Sull’investire e ‘speculare’ notiamo che Soundreef LTD è controllata da Soundreef Spa, […] società detenuta al 46% dalla VAM Investments SpA che è una società specializzata in investimenti di private equity. [..] Tutto assolutamente legittimo ma è un’attività più vicina alla speculazione o all’investimento?”

Siae opta per l'interpretazione che, in Italia, va per la maggiore: le startup sarebbero imprese giovani guidate da giovani. Soundreef non lo è (e D'Atri non è un ventenne). Ma, soprattutto in una logica anglosassone, la startup è un'impresa in grado di crescere e scalare. Al di là del vocabolario, Siae sbaglia quando liquida il private equity come attività prevalentemente speculativa. Punta al guadagno, sì. Ma investe nelle imprese con l'obiettivo di farle crescere (altrimenti non guadagnerebbe). È giusto che un'attività con fini di lucro gestisca i diritti d'autore? Qui si entra nel campo delle opinioni, che non è argomento di questo fact-checking. Una domanda (lecita) che Siae rivolge a Soundreef è: essendo un’azienda privata, come farebbe a tutelati i proventi derivanti dal diritto d’autore se dovesse trovarsi in difficoltà? 

 

6. I conti di Soundreef

Siae: “Nel report della DUN&BREDSTREET leggiamo che Soundreef LTD ha solo 2 dipendenti e che di fatto, tuttavia, è uno solo che svolge due ruoli: ‘mr. Francesco Danieli – carica: CEO; mr. Francesco Danieli – carica: segreteria di direzione’.  Ha cambiato indirizzo 4 volte negli ultimi cinque anni; ha effettuato n. 2 pagamenti negli ultimi 12 mesi per un totale di 400£ e ha tutti gli indici di bilancio degli ultimi due anni noti (2014 – 2015) in passivo”.

Dal bilancio 2015 di Soundreef (l'ultimo disponibile) si ha la conferma che Soundreef è in rosso (di 105.630 sterline). Così come in passivo si era chiuso il 2014. Il fatturato è stato di 1,2 milioni di sterline. Soundreef ha quindi un giro d'affari limitato, soprattutto se confrontato con i 188 milioni di fatturato della Siae. Come dice la stessa societ: “Il paragone tra Soundreef e Siae è azzardato quanto lo è quello tra una bicicletta e un airbus A380”. Non sarà gentile nella forma, ma calza nella sostanza. La società guidata da Filippo Sugar indica le dimensioni e la complessità della gestione come uno degli elementi che rendono impossibile (o inefficace) una ripartizione totalemente analitica (cioè basato su una corrispondenza precisa tra brani eseguiti e incassi degli autori).

 

7. È possibile un ripartizione analitica al 100%?

Siae: “La ripartizione al 100% in analitico di un borderò consegnato digitalmente è un’operazione che uno studente di liceo può fare comodamente e in pochi secondi con carta e penna. Cosa ben diversa è gestire i milioni, ormai miliardi, di utilizzazioni che gestisce ogni anno Siae. L’analiticità delle ripartizioni ha da sempre caratterizzato l’operato di SIAE, che, invece di fare spicciola demagogia, cerca ogni giorno di confrontarsi con una realtà fatta anche da tipologie di utilizzazioni che non possono essere ripartite in via analitica o non ha senso ripartire con questa metodologia, banalmente perché costerebbe troppo agli aventi diritto”.

D'Atri: “Le differenze tra Siae e Soundreef mi piace descriverle raccontando tre nostri valori principali. Il primo valore è che tutte le ripartizioni devono essere analitiche al 100%. Non ha più senso da un punto di vista tecnico oggi, andare a ripartire in maniera statistica”.

Siae afferma che la ripartizione completamente analitica non è sempre fattibile ed efficace. Soundreef riuscirebbe a farlo in virtù di una minore differenziazione e di una mole di dati più contenuta. Raggiunto da Agi, D'Atri conferma che “non esistono problemi tecnici per un 100% di analitico”. Neppure se i volumi di Soundreef dovessero crescere. D'Atri concorda invece sul fatto che la rete territoriale di Siae sia “insostituibile e preziosa” per  la musica ambientale nei piccoli esercizi commerciali e nelle discoteche. Si tratterebbe però – afferma D'Atri – di un 10-15% del mercato: “L'85%-90% può e deve esser fatto in analitico. Il resto probabilmente, per qualche anno, deve rimanere non analitico seppur può essere ridotto a un 5-6% migliorando incasso e ripartizione dalle discoteche”. 

 

8. Ma la Siae ha ragione quando dice che D'Atri si è autodenunciato?

D'Atri: “Di fatto esistono sia Siae che Soundreef eppure esiste una legge che dà l’esclusività di mandato a Siae […] Sono anni che provano a spazzarci via in qualsiasi maniera: lecita e meno lecita”.

Siae: “D’Atri si autodenuncia ammettendo apertamente e manifestamente di operare in violazione di una legge dello stato italiano [...] Siae opera solo in maniera lecita. Evidentemente il Signor D’Atri si riferisce a se stesso e alla sua società che ormai da oltre 5 anni (e quindi ben prima della direttiva Barnier) opera illecitamente ed illegittimamente nel nostro paese”.

Entrambe le affermazioni sono, per certi versi, criticabili. D'Atri non si è autodenunciato. La Direttiva Barnier non esclude la possibilità che una società di gestione dei diritti abbia una società collegata in un altro paese. Come avviene per Soundreef Ltd (con sede in Inghilterra) e Soundreef S.p.A. (che sviluppa la tecnologia in Italia). La società si muove sul filo del diritto? Sì, ma non ci sono sentenze o leggi che ne decretano l'illegittimità. Allo stesso tempo, (fino a sentenza contraria) D'Atri eccede definendo le maniere di Siae “lecite e meno lecite”. Si può discutere sull'efficacia e sull'opportunità del monopolio, ma la Siae agisce nel rispetto delle leggi italiane (che a loro volta si muovono sul filo delle direttive comunitarie).

 

9. L'Antitrust ha accusato Siae di appropriazione indebita?

D'Atri: “L’Antitrust ha recentemente aperto un’istruttoria durissima contro la Siae, con cinque o sei capi d’accusa, tra cui appropriazione indebita, concorrenza sleale”.

Siae: “È falso e gravissimo che il Signor D’Atri affermi che l’istruttoria aperta dall’autorità Antitrust contenga ‘capi d’accusa’ e men che meno ‘per appropriazione indebita e concorrenza sleale”.

È vero che l'Antitrust ha aperto un'istruttoria (si può leggere qui): Siae non lo nega. Non è però corretto dire che si tratta di “capi d'accusa”. Si tratta invece di ipotesi di approfondimento basate sulle segnalazioni della stessa Soundreef e di Innovaetica (cioè Patamu, altra piattaforma per la gestione dei diritti d'atore). È vero, come dice la Siae, che sul documento non sono mai riportati le formule “appropriazione indebita” e “concorrenza sleale”. È un'imprecisione di D'Atri. Anche se “le condotte contestate” non sono molto diverse: si parla di “condotte escludenti” (cioè abuso di posizione dominante) e “riscossioni indebite”. Nello specifico “della quota-parte di royalties spettanti agli autori iscritti ad altre collecting”. 

 

10. Il monopolio si applica agli artisti stranieri?

D'Atri: “Il monopolio non si applica agli autori stranieri e infatti, già nel 2014, abbiamo vinto al Tribunale di Milano quando, in primo grado d’appello, è stato detto che le nostre attività erano lecite perché a quel tempo la stragrande maggioranza degli autori che intermediavamo era straniera”.

Siae: “La causa del 2014 cui Soundreef si riferisce non era contro Siae ma tra Soundreef e una autrice e artista interprete di brani musicali utilizzati per la musica d’ambiente nei centri commerciali”

Le due versioni non sono in contrasto. D'Atri non dice di aver vinto contro Siae. La causa è stata intentata dall'autrice Laura Piccinelli: Soundreef è stata denunciata perché “distribuisce in Italia un repertorio di musica dÔÇčambiente di autori stranieri, destinato agli esercizi commerciali”. I giudici hanno rigettato il ricorso: “Non sembra potersi affermare che per gli autori stranieri sussista un obbligo di rispetto della riserva di legge” (cioè dell'esclusiva riservata a Siae). “Non vi sono allo stato – continua la sentenza - sufficienti elementi per ritenere che la diffusione di musica da parte di Soundreef nel territorio italiano sia illecita. Né sembra potersi affermare che la musica di autori ed interpreti stranieri, gestita da Soundreef e da questa diffusa in Italia in centri commerciali GDO e simili, debba essere obbligatoriamente affidata all'intermediazione di Siae”.

 

11. Gli immobili della Siae, e gli altri profitti

D'Atri chiede perché “Siae gestisce 280 milioni di euro di immobili e non si comprende bene perché e quale sia la finalità di questa gestione. Ha investito centinaia di milioni di euro di fondi di investimento anche all’estero e i proventi di questi immobili e di questi investimenti non è chiaro come vengono ripartiti”.

Siae: “Dal 2011 Siae ha bilanci assolutamente positivi […] Gestisce in maniera legittima e trasparentissima il proprio patrimonio immobiliare e i denari in attesa di ripartizione per il tramite di fondi immobiliari e fondi di investimenti vigilati dalle autorità pubbliche e che sono certamente investiti in maniera prudente e professionale e consentono di mantenere le provvigioni basse a vantaggio di tutti i propri associati e soprattutto a vantaggio degli associati e dei repertori più fragili”.

È vero che i bilanci Siae sono disponibili. Ed è anche vero che producono utili. Al di là degli aggettivi usati da Siae (in quanto tali opinabili), anche la gestione degli immobili, al momento, funziona. Come già sottolineato in un altro fact-chacking, nel 2015 i proventi da gestione di immobili hanno fruttato 2,7 milioni. Nel bilancio preconsuntivo del 2016 toccano i 3,6 milioni e nel preventivo 2017 i 3,1 milioni. È vero però che Siae non offre dettagli sulla ripartizione di questi proventi.