Perché Trump vuole comprare la Groenlandia

Intervista a Marzio G. Mian, giornalista esperto dell'Artico e fondatore, insieme ad altri colleghi internazionali, del The Arctic Times Project

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PATRICK PLEUL / ZB / dpa Picture-Alliance
 
Groenlandia 

La proposta del presidente americano, Donald Trump, di valutare l'acquisto della Groenlandia "non è una provocazione, né tantomeno una boutade elettorale ma fa parte della strategia d'espansione americana adottata sin dalla seconda metà dell'Ottocento e ora rafforzata in chiave anti-Cina e anti-Russia".

Lo spiega all'Agi, Marzio G. Mian, giornalista esperto dell'Artico e fondatore, insieme ad altri colleghi internazionali, del The Arctic Times Project. "Già a inizio Ottocento gli Stati Uniti acquistarono la Louisiana francese e poi, nel 1867, fecero il grande colpo versando circa 150 milioni di dollari (in valore attuale) allo Zar, che era in crisi dopo la Guerra di Crimea, per impadronirsi dell'Alaska", ha ricordato Mian, "l'anno dopo, il segretario al Tesoro incaricò il giovane ingegnere minerario Benjamin Pierce di avviare perizie per valutare l'acquisizione di Islanda e Groenlandia".

Non se ne fece nulla ma dopo la Seconda Guerra mondiale il presidente Harry Truman - che aveva compreso l'importanza strategica del territorio in funzione bellica - offrì alla Danimarca 100 milioni di dollari, ma la proposta fu respinta. Oggi la Groenlandia torna a essere allettante per Washington grazie in primis al cambiamento climatico che ha reso l'isola più grande del mondo, con una superficie di oltre 2,1 milioni di chilometri quadrati, molto più vivibile e sfruttabile, non solo militarmente ma anche economicamente. "è il nuovo 'nuovo mondo', una terra di opportunità che molti vogliono sfruttare, a partire dalla Cina e dalla Russia che rispetto agli Stati Uniti sono molto più avanti nell'espansione nell'Artico", spiega Mian, autore del libro "Artico: La battaglia per il Grande Nord".

"Il Grande nord è sempre più abitabile, è pieno di ricchezza e quasi disabitato: ora gli Stati hanno molta fretta di sfruttare le opportunità minerarie e geopolitiche". Grazie a un trattato tra gli Stati Uniti e la Danimarca, la Groenlandia, che tecnicamente fa parte del Nord America, è già sotto l'influenza americana: qui si trova la base militare Usa più a nord, Thule Air Base, a soli 1.200 chilometri dal Circolo polare.

Ma la Cina avanza con una velocità che turba non poco la Casa Bianca, in piena guerra commerciale con Pechino. "La Cina ha già ottenuto la concessione di alcune miniere cruciali, tra queste quella di Kvanefjeld, vicino a Narsaq (la più grande miniera di uranio a cielo aperto al mondo) e la miniera di zinco di Citronefjord, nell'estremo nord dell'isola".

Pechino punta a "via della Seta polare" nell'ambito della sua Belt and Road Initiative infrastrutturale per collegare la Cina all'Europa attraverso l'Oceano Artico. Dalla sua, sottolinea Mian, "ha già un rapporto privilegiato con gli Inuit, la popolazione della Groenlandia (56 mila anime in tutto), che da anni vive profondi disaccordi con il regno della Danimarca. I circa 500 milioni di euro che arrivano ogni anno da Copenaghen per il welfare non sono sufficienti.

"La Cina era riuscita a ottenere dal governo locale anche l'approvazione per la costruzione di tre aeroporti, bloccata poi dalla Danimarca sotto pressione degli Usa. Pechino sta attuando in Groenlandia la stessa politica d'investimenti portata avanti in Africa". Nel quadro si inseriscono inoltre gli interessi russi che "dall'Artico ha il 60% delle proprie ricchezze".

Ora Trump cerca di recuperare il ritardo accumulato negli anni nella corsa polare artica, attraverso anche le missioni di diversi funzionari in Danimarca che anticipano la sua visita in programma per settembre. "I rompighiaccio sono ritenuti un'unità di misura della potenza artica. Gli Stati Uniti ne hanno due, la Cina ne ha sei e la Russia oltre quaranta". 



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