Silvia rapita, XVIII giorno. Sequestrata da criminali comuni

Tommy Simmons, fondatore di Amref Italia, intervistato dall'Agi spiega perché la volontaria italiana non può essere nelle mani dei terroristi di al Shabaab

Silvia rapita, XVIII giorno. Sequestrata da criminali comuni
 Foto: Facebook 
   Silvia Costanza Romano 

Sul rapimento di Silvia Romano, avvenuto in Kenya, si susseguono molte voci, spesso incontrollate, senza fondamento, ma di fatti, finora, molto pochi. Per capire il contesto dove è stata rapita la giovane cooperante, Agi ha raggiunto a Nairobi, capitale del Kenya, Tommy Simmons, fondatore di Amref Italia, che vive in quel paese da quarant’anni. Simmons è un profondo conoscitore del Paese e di quelle zone.

Rapita in una zona tranquilla da criminali comuni

"L’area in cui è stata rapita la giovane italiana - ci spiega Simmons - è abbastanza tranquilla. Sicuramente non è percorsa da bande di terroristi legati ai gruppi somali di al Shabaab. Quella strada, da Nairobi, fino alla costa, che passa attraverso il parco Tsavo, l’ho percorsa moltissime volte, sia per lavoro, sia con la famiglia per andare in vacanze e devo dire che ci ripasserei domani senza pensarci due volte”.

Una zona nella quale nessuno poteva prevedere quello che poi si è verificato. Sembra chiaro quindi che gli autori del sequestro sono dei criminali “comuni”, anche perché, secondo Simmons, se i “terroristi avessero voluto fare un’azione dimostrativa, sicuramente avrebbero scelto la costa e non le zone interne, dove abitano comunità estremamente povere. Il rapimento deve essere stato messo in atto da pastori armati per motivi non ancora chiari, forse per denaro o per faide interne”.

L’area, quella del rapimento, che è a sud del fiume Tana, è abitata da pochi agricoltori e da pastori, “gente che vive in zone marginali, aride. Contadini poveri - spiega - che lottano con la scarsità di acqua e le scarse piogge per coltivare quel poco che producono. Sono zone in cui le tensioni tra pastori e contadini, che si contendono la poca acqua che c’è, sono all’ordine del giorno”.

Non in mano ai terroristi di al Shabaab

Di diversa natura, invece, è la zona a nord del fiume Tana, per semplificare, dove operano i terroristi di al Shabaab, quell’area della foresta di Boni, un’area molto “calda”, verso la Somalia. "Quest’area è davvero pericolosa, ma anche la presenza dell’esercito è molto forte. I controlli sono stringenti. Nei posti di blocco di Garsen, sulla strada che porta a Lamu, i controlli sono minuziosi, i passeggeri devono scendere tutti dalle auto o dai pulmini - racconta Simmons -  Spesso su quella strada ci si muove in convoglio".

"E’ indubbiamente una zona più a rischio. Ma anche il ponte sul fiume Tana è controllatissimo dall’esercito. E’ vero che si può attraversare il fiume in altri punti, ma i pericoli sono maggiori. Per capirci: in linea d’aria, dalla zona dove si pensa sia Silvia, per raggiungere questa zona, ci sono tra gli 80 e i 100 chilometri di nulla. Occorre camminare giorno e notte, con un ostaggio non abituato a quelle fatiche, senza acqua, o poca, e senza cibo. I rapitori dovrebbero continuamente nascondersi".

La polizia, che sta attivamente cercando la cooperante italiana, è convinta che i rapitori abbiamo trovato una zona tranquilla dove nascondersi, magari vicino a Garsen, dove alcuni testimoni avrebbero visto Silvia viva, in attesa di capire cosa fare.



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