La rivolta anti-Merkel interna al Ppe

Un dramma in tre atti, al cui centro sta proprio la Cdu di Angela Merkel. che mai come adesso ha avuto la prova tangibile dei limiti del suo potere, e le manovre intorno allo "Spitzenkandidat" dei popolari, il bavarese Weber

rivolta merkel germania ppe
SINA SCHULDT / DPA / DPA PICTURE-ALLIANCE
Weber - Merkel

Berlino, andata e ritorno: è germogliata, si è sviluppata e si è chiusa in Germania con Ursula von der Leyen nuova presidente della Commissione Ue la rivolta in casa Ppe che ha contribuito in modo determinante al fallimento del "piano Merkel" sulle nomine europee, ossia il cosiddetto "pacchetto Osaka" che prevedeva il socialista Frans Timmermans alla Commissione Ue e il popolare Manfred Weber alla presidenza dell'Europarlamento.

Un dramma in tre atti, al cui centro sta proprio la Cdu di Angela Merkel. che mai come adesso ha avuto la prova tangibile dei limiti del suo potere, e le manovre intorno allo "Spitzenkandidat" dei popolari, appunto il bavarese Weber. Le prime avvisaglie si sono avute alla vigilia del vertice Ue, quando il segretario generale dei cristiano-democratici, Paul Ziemiak, aveva ribadito la fedeltà a quest'ultimo, che la cancelliera aveva già sacrificato in nome di un accordo che cercava di armonizzare le ambizioni del gruppo socialista con quelle del presidente francese Emmanuel Macron.

Oggi è la leader della Cdu, Annegret Kramp-Karrenbauer - arrivata sulla poltrona che fu di Kohl e Adenauer dopo 18 anni di regno merkeliano - "a sperare di arrivare ad una situazione in cui si riconosca la vittoria del Ppe", modo elegante per dire che la linea fino a quel punto portata avanti dalla cancelliera sarebbe sinonimo di un sconfitta dei popolari. È proprio quello che è stato interpretato come l'ennesimo "machiavellismo" della cancelliera ad aver scatenato la rabbia dei Popolari.

Da una parte - oltre ai 4 di Visegrad - sono stati l'irlandese Leo Varadkar, il bulgaro Bojko Borisov e il lettone Arturs Karins a tuonare il loro no a Timmermans, certo, ma dall'altra il fuoco amico è soffiato potente da Berlino a da Monaco, regno dei cristiano-sociali bavaresi di cui Weber è uno degli esponenti più in vista. Il ragionamento è semplice, e si è ripetuto come un mantra negli ultimi due giorni: per mesi e per mesi facciamo campagne per Manfred Weber e per l'orgoglio Ppe piazzandoci comunque primi alle Europee, e alla fine con un colpo d'ala lasciamo la Commissione ai socialisti? Un tradimento, né più né meno.

 

Sull'altare europeo sono riemersi antichi rancori che in casa Cdu-Csu vengono covati da anni nei confronti della Merkel e che paradossalmente rischiano di avere come vittima collaterale proprio lo "Spitzenkandidat" popolare. Prima erano le tante fughe in avanti della cancelliera in ambiti tradizionalmente socialdemocratici ad avere spiazzato i conservatori tedeschi - dall'addio al nucleare alle nozze gay - poi stata la "politica delle porte aperte" ai tempi della crisi dei migranti del 2015, infine l'accusa di aver "lasciato scoperto il fianco destro" all'Afd, quando nel 2017 per la prima volta l'ultradestra tedesca ha fatto il suo ingresso al Bundestag.

Come notano in molti in queste ore a Berlino, i nodi vengono tutti al pettine. Per cui non stupisce che il governatore bavarese Markus Soeder, della Csu, insista ancora oggi affermando che "è Weber il più adatto a fare il presidente della Commissione Ue", anche se non è gradito a Macron. Toni simili dall'europarlamentare Cdu Daniel Caspary: "Noi sosteniamo Weber".

Significativo, da questo punto di vista, l'editoriale della Welt, giornale tradizionalmente conservatore vicino all'anima profonda della Cdu: "Merkel ha lasciato cadere Weber senza troppa pena, proteggendo invece il socialista Timmermans. Ma così facendo la cancelliera ha aizzato contro se stessa il Ppe. Che aveva puntato su di lei e che adesso si sente tradito". E ancora. Per il quotidiano tedesco "è incomprensibile" perché Merkel abbia scelto questa linea "che non è nell'interesse della Germania". Concludendo, la cancelliera si è giocata gran pare del suo credito con il caso Weber.

 

Ovviamente nella vicenda ha avuto un peso non secondario la questione dei rapporti con Viktor Orban e il suo partito, Fidesz, prima minacciato di espulsione e poi solo "congelato" dal Ppe per i suoi attacchi anti-Ue, per non finire di regalare voti alla compagine sovranista. Weber, che in passato si era mostrato molto dialogante nei confronti del premier ungherese, ha cambiato rotta a 180 gradi durante la campagna elettorale: Orban non ha gradito. Pertanto non stupisce, ancora una volta, che il portavoce del premier di Budapest, Zoltan Kovacs, oggi sia stato tra i primi ad assicurare il proprio sostegno a Ursula von der Leyen come nuova presidente della Commissione. 



Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it