La pizza toscana di don Mario per i profughi cristiani iracheni di Amman

“Noi li aiutiamo anche economicamente, dall’Italia vengono in tanti a fare volontariato e con il patriarcato latino di Gerusalemme cerchiamo di dare speranza a queste persone un po’ dimenticate". Una sera da Mar Yousef's pizza

ristorante italiano pizza amman 

C'è un ristorante ad Amman in cui si mangia bene, si spende poco e l'atmosfera è allegra. Ma sulle guide turistiche non esiste. Lasciandosi alle spalle il traffico del centro, l’antico teatro romano e il suk Jara, salendo verso uno dei quartieri più vivaci, si arriva a una stradina che ospita un centro di cucina italiana che sforna pizza, ma anche primi piatti e dolci e serve un pecorino che ha poco da invidiare a quello sardo. Dopo cena si può fumare un narghilè fruttato nei tavoli all’aperto, facendo quattro chiacchiere con i tavoli vicini e i camerieri.

Perché oltre al buon cibo e alla spesa più che ragionevole in una città altrimenti abbastanza cara, quello che attrae di Mar Yousef's pizza, questo il nome, è il clima di amicizia che si respira. Qui i camerieri e molti cuochi sono profughi iracheni cristiani, fuggiti dai bombardamenti e dalle persecuzioni che imparano l’arte della pizza direttamente da chef venuti dall’Italia, imparano un mestiere e cercano di rifarsi una vita.

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Mar Yousef's pizza, Amman, Giordania

Le due stanzone e il patio all’aperto, rallegrati da lanterne colorate, infatti, in realtà sono una parrocchia cattolica, nella cui sacrestia don Mario, toscano doc che da anni ha dedicato la sua esistenza al martoriato Medio Oriente, accoglie e aiuta questa piccola comunità di profughi. La Pasqua qui si celebrerà la prossima settimana perché i cattolici giordani, unici al mondo, festeggiano insieme agli ortodossi. Per i pranzi della Pasqua e della Pasquetta, dunque, c’è in programma un menu tradizionale, con il pecorino star della tavola e una nuova iniziativa ‘#adottaunapecora’ che ha già evitato una brutta fine a 18 pecore, che ora sono nel gregge della comunità cooperativa di Adir.

Alto, dal viso mite ma con un vocione che trascina e con un sorriso contagioso, don Mario Cornioli ha lasciato da quattro anni Betlemme per guidare la parrocchia di San Giuseppe a Jabal Amman, uno dei sette colli della capitale giordana. In un paese che da anni ospita milioni di profughi palestinesi e ora siriani, quella dei cristiani iracheni è una piccola tragedia nella tragedia. Perseguitati da anni in patria, fuggiti dalla guerra, pochi si occupano di loro in una regione a forte prevalenza islamica.

Una persecuzione silente, poco raccontata dai media, che ha portato il milione e mezzo di cristiani, di antica lingua aramaica, colti e da sempre ai vertici della classe dirigente irachena, a ridursi a 150.000 persone esuli in patria, senza presente e senza futuro. 

Don Mario li accoglie, ascolta le loro drammatiche storie e li sprona a ripartire. “Il cameriere che vi ha servito questa sera – racconta subito dopo aver messo a tavola un gruppo di italiani durante la visita di Sergio Mattarella in Giordania – è scappato con i genitori e ha visto suo padre morirgli tra le braccia”.

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Mar Yousef's pizza, Amman, Giordania

Ma tra i tavoli del ristorante non c’è tempo per rimuginare più di tanto. Bisogna cucinare gli spaghetti al sugo di pesce che uno chef stellato ha insegnato nell’ultimo mese, bisogna imparare a servire in fretta coordinati dai giovani studenti della scuola alberghiera umbra venuti ad Amman con il programma scuola-lavoro. Poi si sparecchia e a sera tardi si raccolgono un po’ di mance.

“Noi li aiutiamo anche economicamente, dall’Italia vengono in tanti a fare volontariato e con il patriarcato latino di Gerusalemme cerchiamo di dare speranza a queste persone un po’ dimenticate. La presenza cristiana qui può aiutare la pace, crediamo molto alla convivenza dateci una mano, noi ci lavoriamo molto”, sorride don Mario. Tutti i profughi iracheni vogliono andare via dal Medio Oriente; il loro sogno sono Australia, Canada, Stati uniti, quasi nessuno vuole andare in Europa. 

Alla periferia della capitale le tende dei beduini, con i loro dromedari, sorgono a poche centinaia di metri dai grattacieli scintillanti, mentre la strana storia del paese, ex protettorato britannico, è simboleggiata dalla melodia ritmata delle cornamuse scozzesi suonate da giordani con la kefiah nella banda dell'esercito nazionale. Un paese di confine, terra di accoglienza, di passaggio e di grande equilibrio. Da qui partiranno ancora in tanti per cercare una vita normale. Qualcuno, grazie alla pizza e a tanta buona volontà, potrà ricominciare per non far morire una tradizione millenaria, quella degli antichi cristiani iracheni.



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