Cosa significa per Trump la vittoria di un oscuro democratico in Pennsylvania

A metà ottobre le elezioni di metà mandato. E i Repubblicani, dal giorno dell'insediamento di Trump, hanno perso il governatore della Virginia, poi un senatore in Alabama, ed infine un rappresentante alla periferia di Filadelfia

Cosa significa per Trump la vittoria di un oscuro democratico in Pennsylvania
Foto: Drew Angerer / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / AFP 
  Sostenitore di Conor Lamb

Giovane, bello e telegenico il neoeletto rappresentante del diciottesimo distretto della Pennsylvania al Congresso americano ha tutte le caratteristiche per ridare speranza al Partito Democratico in vista delle elezioni di metà mandato, che si terranno a ottobre.

La vittoria di Conor Lamb, poi, è il terzo appuntamento elettorale di livello nazionale in un anno da cui l’immagine di Donald Trump esce ammaccata, a dispetto dei suoi tweet e dei suoi risultati sul fronte dell’economia. I Repubblicani, dal giorno del suo insediamento, hanno perso il governatore della Virginia, poi un senatore in Alabama, ed oggi un rappresentante alla periferia di Filadelfia.

I tempi non sono dei migliori, soprattutto se si considera che in Florida, Missouri e Wisconsin se ne sono andati anche 39 seggi nelle assemblee legislative statali. E nel partito uscito umiliato dalla sconfitta di Hillary inizia a serpeggiare un senso di fiduciosa attesa per quello che potrebbe concretizzarsi anche dopo la prossima tornata elettorale. Ciò a cui tutti pensano, e nessuno osa nominare: la nascita di un Congresso a maggioranza democratica che possa votare l’impeachment del Presidente.

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 Foto: Drew Angerer / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / AFP
 Conor Lamb

Peccato che la stessa elezione di Lamb, un cattolico praticante chiamato a sostituire un repubblicano dimessosi per aver spinto l’amante ad abortire nonostante il suo essere un pro-life professo, abbia in sé una serie di elementi che inducono ad una riflessione meno entusiastica. Basta vedere il testo del tweet con cui Lamb ha annunciato la vittoria, definendosi “un marine, un procuratore, un patriota”. Di solito sono i repubblicani a parlare così. Questo democratico, poi, è anche un difensore della causa della libera vendita delle armi.

Siamo di fronte ad un caso di mimesi politica? Certo, il vincitore del giorno è lontanissimo da Bernie Sanders e dal suo socialismo modello Vermont, così come è difficilissimo catalogarlo tra gli amici di Hillary. Ma – paradosso nel paradosso – è proprio perché ha delle connotazioni quasi socialdemocratiche che è andato a pescare consensi in un bacino elettorale che, un anno e mezzo fa, ha dato fiducia a Trump con un margine di 20 punti rispetto alla Clinton.

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Foto: Drew Angerer / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / AFP
  Conor Lamb

Il 18mo Distretto della Pennsylvania, infatti, corrisponde ad una serie di quartieri alla periferia di Filadelfia, ed ai loro dintorni, dove vivono quasi esclusivamente bianchi conservatori delle classi medie e medio-basse. Proprio quelli che hanno ceduto in un recente passato alle lusinghe del “buy American, hire American”.

Come ha fatto, allora, il candidato democratico a prevalere? Ha riscoperto che i cattolici come lui e gli operai come i suoi potenziali elettori, una volta insieme, andavano a formare quel blocco politico e sociale che, plasmato da Franklin Delano Roosevelt negli anni ’30 del Novecento, assicurò al suo partito l’egemonia della politica americana per tutta l’era del New Deal e anche oltre, fino all’arrivo di Nixon. Ecco allora che Lamb si è messo a corteggiare i sindacati, invece di indicarli come la marcia indietro imposta al rombante motore dello sviluppo economico.

I sindacati, da parte loro, hanno risposto prontamente all’abbraccio anche perché il suo oppositore, tale Rick Saccone, aveva la comunicativa più o meno di un palo della luce. E così facendo, in Pennsylvania il Partito dell’Asinello, inebriato e sviato un anno fa dal clintonismo di ritorno, ha riscoperto le sue radici, fatte di ragionamenti sulla difesa delle pensioni, dialogo con le parti sociali e, perché no, qualche dispetto ai padroni delle ferriere.

Quanto alle elezioni di metà mandato, si vedrà. Di solito il presidente in carica le perde. Capitò anche a Clinton nel ’94 e a Obama nel 2010. Per non dire di Roosevelt nel ’38. Fu una vera batosta.



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