Le lezioni che la Polonia ha imparato e che l'Europa non può ignorare 

Le lezioni che la Polonia ha imparato e che l'Europa non può ignorare 

I polacchi conoscono l’atteggiamento della Russia zarista e sovietica e temono, a ragione, quella contemporanea di Putin. Perciò guardano oltre oceano alla potenza degli Stati Uniti per contenere l’ennesima spinta espansionista del Cremlino

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© Michal Fludra / NurPhoto / NurPhoto via AFP 
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AGI - Otto von Bismarck sosteneva che chi teneva la Boemia teneva l’Europa. Ma solo perché era nato venti anni dopo l’ultima e definitiva spartizione che aveva cancellato la Polonia dalla cartina d’Europa (la sua Prussia ne aveva inghiottito un’ampia porzione), e morirà sedici anni prima che diventasse un campo di battaglia tra Germania e Russia, nel definitivo ripudio della sua Ostpolitik.

La Polonia rinata nel 1918 tornerà cruciale nel 1939, ancora una volta nello scomodo ruolo di vaso di coccio tra i due vasi di ferro degli eterni nemici, destinata a essere nuovamente smembrata nella provvisoria alleanza tra III Reich di Hitler e Urss di Stalin. La politica dell’equidistanza di Varsavia naufragherà nel protocollo segreto del Patto Ribbentrop-Molotov e nell’abbandono da parte di Francia e Inghilterra che si erano impegnate a difenderne l’integrità e l’indipendenza.

La Polonia post caduta del Muro di Berlino, filoccidentale ed euroatlantica, le dure lezioni del passato le ha dovute imparare per forza di cose, e oggi che si ritrova nevralgica sotto i venti di guerra che spirano sull’Ucraina dalla Russia, guarda più a Washington che a Bruxelles. Difficile darle torto.

L’Europa le ha rimproverato un subitaneo attivismo pro-Kiev e un allineamento agli Stati Uniti nel tenere a bada Vladimir Putin, e quasi con fastidio le ha riconosciuto lo straordinario slancio di solidarietà nell’accoglienza di milioni di profughi dopo che negli ultimi anni si era spesa nella narrazione sul diniego all’immigrazione incontrollata, non mancando neppure di sdegnarsi per la chiusura della frontiera con la Bielorussia davanti alla quale Aljaksandr Lukashenko aveva riversato frotte di disperati desiderosi di entrare in UE con la cinica politica dei prezzi stracciati e delle agevolazioni di ogni tipo, tanto per saggiare provocatoriamente la permeabilità.

Comprendere la centralità odierna della Polonia non può prescindere dal conoscerne la storia e nell’analizzare il presente. Chi fa leva sui facili “ismi” tanto di moda e tanto strabusati (sovranismo, nazionalismo, tanto per stare ai primi), ignora che in 123 anni di spartizione tra Austria, Prussia e Russia (1772, 1793 e 1795), il senso religioso (cattolicesimo) e quello di appartenenza culturale sono stati i baluardi da preservare a tutti i costi da tutti i tentativi di sradicamento e cancellazione da parte di ortodossia, protestantesimo, germanizzazione e russificazione con chiusure delle università e divieto di utilizzo pubblico del polacco.

Il Paese della prima costituzione moderna d’Europa (3 maggio 1795) si aggrappò alla lingua, alla letteratura, alla musica, in attesa della faticosissima rinascita politica dopo l’illusione napoleonica e le tante rivoluzioni soffocate nel sangue, ai versi di Adam Mickiewicz e ai virtuosismi di Fryderyk Chopin prima delle legioni del Maresciallo Józef Piłsudski. Quando nel 1945 la Polonia devastata e dissanguata (sei milioni di morti sui 35 milioni di abitanti del 1939) venne spostata verso occidente per soddisfare gli appetiti di Stalin, pur non essendosi mai arresa né alla Wehrmacht né all’Armata Rossa, venne trattata ancora peggio di un Paese sconfitto.

Aveva subito distruzioni sistematiche di strutture, infrastrutture e intere città, come Varsavia rasa al suolo dai genieri di Hitler per cancellarla dalla faccia della terra, poiché aveva “osato” ribellarsi nel 1944 all’Herrenvolk. Aveva subito deportazioni nei lager costruiti sul suo territorio e nei gulag della lontana Siberia e la decimazione della sua classe dirigente (22.000 ufficiali a Katyn con le loro famiglie, professionisti, uomini di fede), aveva sopportato lo spietato razzismo etnico del nazismo e quello sociale del comunismo dopo aver perso l’integrità e l’indipendenza per difendere le quali Francia e Gran Bretagna erano entrate (a malincuore) in guerra, aveva patito il crollo del 50% del PIL che non aveva eguali in Europa.

Il ritorno al mondo libero e l’ingresso nell’UE nel 2004 ha riportato la Polonia a un ruolo da protagonista (il 4° Paese più grande dopo la Brexit), ingigantito dalla guerra scatenata da Putin contro l’Ucraina, con qualche riserva sullo strapotere economico della Germania che condiziona la politica continentale. Varsavia ha archiviato in men che non si dica le vecchie e sanguinose frizioni nel periodo tra i due conflitti mondiali, ha teso la mano alla nazione aggredita e si è spesa per l’aiuto militare, perorando la causa dell'invio di carri armati Leopard e dei jet da combattimento, droni, missili e munizioni.

In Polonia conoscono storicamente sulla pelle l’atteggiamento della Russia zarista e sovietica e temono a ragione quella contemporanea di Putin, e per questo guardano oltre oceano alla potenza degli Stati Uniti per contenere l’ennesima spinta espansionista del Cremlino, che dopo gli atti di forza in Georgia e in Crimea, ha scatenato un conflitto a rischio di contagio nel Donbass. A un passo dal cuore geografico dell’Europa, che è proprio la Polonia.     

* Marco Patricelli -  È autore della prima biografia in Europa del capitano di cavalleria Witold Pilecki, volontario ad Auschwitz per riferire al mondo gli orrori del lager, e dei saggi sulla storia polacca "Le lance di cartone - Come la Polonia portò l'Europa alla guerra" (Utet) e "Morire per Danzica". Insignito in Polonia dalla Presidenza del Consiglio del titolo di "Bene Merito", dal presidente della Repubblica della Croce di ufficiale al merito per la cultura e dall'Istituto nazionale per la memoria del riconoscimento internazionale !"Testimone della storia".