Trump o Biden? La Cina valuta il male minore, "ma nessuna tregua"

Trump o Biden? La Cina valuta il male minore, "ma nessuna tregua"

Pechino non vuole essere trascinata nella competizione e dichiara di non avere alcun interesse a interferire nelle elezioni americane

Cina Usa 2020 Donald Trump Joe Biden

Cina

AGI - Donald Trump o Joe Biden: il rebus delle presidenziali negli Stati Uniti coinvolge in pieno il controverso rapporto con la Cina nello scontro tra i due candidati alla Casa Bianca. Pechino non vuole essere trascinata nella competizione e dichiara di non avere alcun interesse a interferire nelle elezioni americane. 

L’interesse per la sfida non traspare neanche dalle dichiarazioni ufficiali, ma il corso delle relazioni con gli Stati Uniti, oggi al punto già basso degli ultimi quaranta anni, sarà determinato, almeno in parte, da chi uscirà vincitore dall’appuntamento del 3 novembre. 

Dai suoi principali organi di stampa, Pechino non ha mai nascosto la propria irritazione per essere nel mirino dei due contendenti. “E’ una trama già attesa che le elezioni presidenziali creeranno chiacchiere su una minaccia cinese per sottolineare il bisogno di “proteggere i vantaggi statunitensi. E’ stato così dai tempi della Guerra Fredda”, scriveva prima dei dibattiti televisivi tra i due candidati il Quotidiano del Popolo.

Il discorso di Xi Jinping 

“La Cina non rinuncerà ai suoi vantaggi per giocare al gioco delle elezioni Usa”, prosegue l’articolo dell’organo di stampa del Partito Comunista Cinese. “I politici americani dovrebbero smettere di trascinare la Cina nelle loro questioni interne”.

Per rimarcare implicitamente la distanza dalle elezioni negli Stati Uniti e, magari, lanciare contemporaneamente un primo messaggio a chiunque esca vincitore della sfida elettorale a stelle e strisce, il presidente cinese, Xi Jinping, terrà un discorso all’inaugurazione della terza edizione della China International Import Expo di Shanghai il 4 novembre, proprio mentre i riflettori saranno puntati sull’esito del voto.     Difficile, in ogni caso, che Pechino faccia affidamento sulle elezioni presidenziali Usa per un cambio di rotta nelle relazioni con Washington: l’eventuale vittoria dell’ex vice presidente democratico potrebbe portare a un abbassamento dei toni, oggi altissimi, ma non a una vera e propria tregua tra le due sponde del Pacifico, secondo esperti e analisti sentiti dall’AGI.    

“Mentre ci si avvicinava alle elezioni del 2016”, ricorda Paul Haenle, direttore del Carnegie-Tsinghua Center e direttore per la Cina nel Consiglio di Sicurezza Nazionale Usa sotto i presidenti George W. Bush e Barack Obama, “molti cinesi erano giunti alla conclusione che Trump sarebbe stato meglio per la Cina e per le relazioni tra Cina e Stati Uniti perché sarebbe stato orientato al commercio, non avrebbe prestato attenzione alle questioni dei diritti umani ed era un uomo d’affari di successo.

Quattro anni dopo, penso sia corretto dire che Trump non è stato quello che molti cinesi speravano che fosse”. Nei primi quattro anni del tycoon nello Studio Ovale, Cina e Stati Uniti si sono divise su praticamente ogni aspetto della loro relazione: commercio, tecnologia, diritti umani, la pandemia, le questioni di Hong Kong e di Taiwan, le accuse di spionaggio che arrivano a colpire sia i media che le sedi diplomatiche, e l’approccio di Pechino al Mare Cinese Meridionale.

Continui screzi hanno logorato negli ultimi tre anni il rapporto tra le due grandi economie mondiali: Pechino, e in particolare il presidente Xi Jinping, parla da tempo di “turbolenze” a livello internazionale e di cambiamenti accelerati dalla pandemia. In quasi ogni occasione pubblica, senza nominare direttamente gli Usa, Xi ha citato crescenti “incertezze” nel panorama internazionale e l’aumento del protezionismo e dell’unilateralismo tra i rischi del presente. Nulla lascia pensare, almeno dalle sue parole, che l’atmosfera possa subire cambiamenti nel breve periodo.

Nè Trump, nè Biden: linguaggi e strategie 

“Non c’è un candidato favorito, ma ci sono molte opinioni su quale candidato possa essere il meno peggio per la Cina”, commenta Rana Mitter. “Se Trump dovesse essere rieletto, sarà ovviamente molto, molto duro con la Cina.

Contemporaneamente, siccome sta distruggendo l’ordine internazionale in diversi modi, darà anche alla Cina molte opportunità per cercare di rimodellare l’ordine internazionale a sua immagine. Con Biden, si pensa che anch’egli sarà duro con la Cina, ma più convenzionale nella diplomazia, e la Cina sa come trattare con lui”.

Nessuna illusione, però, sulla possibilità che un Joe Biden presidente possa essere una scelta a priori migliore per Pechino rispetto a un nuovo mandato a Trump. “Se dovesse vincere Biden”, prosegue il direttore dello University of Oxford China Centre, “penso che vedremo ancora un linguaggio duro con la Cina. Penso che il cambiamento a cui potremmo assistere sarà in termini di strategia”, con una Casa Bianca in grado di raccogliere più alleati di Trump in Occidente e di utilizzare gli strumenti a disposizione per aumentare il sostegno agli Stati Uniti in Asia. 

“Anche con un Biden presidente, non prevedo un ritorno all’era pre-Trump nelle politiche tra Cina e Usa, ma penso che vedremmo un team Biden abbandonare quel tipo di retorica ostile, sconsiderata e razzista e la demagogia che abbiamo visto con Trump”, è la valutazione di Haenle, e vedremo “una rinnovata attenzione a equilibrare gli elementi cooperativi e competitivi della cooperazione”. Un ritorno al passato appare, però, pressoché impossibile. 

Il rischio: errori di valutazione 

La freddezza dei rapporti tra le due grandi economie si nota, forse, più nei dettagli che nelle dichiarazioni, spesso stizzite, dei portavoce della diplomazia cinese o nei duri comunicati del Dipartimento di Stato Usa.

In una nota insolitamente breve (meno di una riga, in caratteri cinesi) il ministero degli Esteri ha reso noto l’ultimo contatto tra il ministro Wang Yi, e l’ambasciatore statunitense uscente, Terry Branstad, che sarebbe tornato in Iowa di lì a pochi giorni. “Il 30 settembre 2020, il consigliere di Stato e ministro degli Esteri Wang Yi ha accettato una chiamata di addio dell’ambasciatore degli Stati Uniti in Cina, Terry Branstad”.

Con un gelo tale, il rischio, allora, è quello di commettere errori di valutazione da entrambe le parti. “Se Trump dovesse vincere ancora c’è il pericolo che entrambe le parti si valutino in modo sbagliato, e il rischio è più grande di quello che si potrebbe verificare con una vittoria di Biden”, prosegue Mitter.

“La ragione è che c’è un atteggiamento rispetto alla Cina nell’amministrazione Trump che è molto ostile, e anche una politica non coerente. Ci sono personaggi come il segretario al Tesoro, Steve Mnuchin, che ha cercato di fare accordi commerciali, e hai persone, come Mike Pompeo e altri, che spingono su valutazioni molto ostili rispetto agli obiettivi militari della Cina”.

A complicare il quadro c’è anche l’imprevedibilità di The Donald, mai apprezzata a Pechino. “Nonostante molti in Cina riconoscano che Biden potrebbe essere più efficace nel confronto con la Cina e nell’asserire gli interessi degli Stati Uniti”, afferma il direttore del Carnegie-Tsinghua Centre, “accoglierebbero con piacere la relativa stabilità e prevedibilità che un’amministrazione Biden potrebbe portare alla relazione”. 

Il decoupling e l’auto-sufficenza tecnologica 

A pochi giorni dalle presidenziali Usa, a Pechino si è celebrato il quinto plenum del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese. Il doppio obiettivo del “conclave rosso” era quello di stendere piani per lo sviluppo nel medio e nel lungo periodo (cinque e quindici anni) alla luce della situazione attuale e, in particolare di quella con gli Stati Uniti: le preoccupazioni di Pechino sono emerse chiaramente dalle parole degli stessi dirigenti del Pcc che hanno parlato ai giornalisti al termine della plenaria, in un evento più unico che raro, come sottolineato anche dagli stessi media cinesi.

Mentre il resto del mondo, e soprattutto l’Occidente, è alle prese con la seconda ondata di contagi e il rischio di nuove chiusure, i dirigenti del Pcc hanno discusso un piano sulle misure da prendere per una nuova fase di sviluppo, che dovrà portare alla realizzazione di un “moderno Paese socialista” entro il 2035.

Il percorso è accidentato. Per raggiungere l’obiettivo, ha dichiarato Han Wenxiu, vice direttore della Commissione Centrale per gli Affari Economici e Finanziari del Pcc, “serve un ambiente esterno stabile, ed è difficile a causa di fattori di destabilizzazione. La globalizzazione economica sta affrontando contraccolpi”. 

Un disaccoppiamento delle economie di Cina e Stati Uniti, il de-coupling, è per Pechino “irrealistico”, ma occorre fare piani che prevedano l’autosufficienza nei settori prioritari per il futuro del Paese, a partire dalla tecnologia, a cui è stato dedicato - per la prima volta in assoluto - un capitolo a parte nelle strategie di sviluppo del Paese.

“Non chiuderemo la porta al mondo nella corsa all’innovazione e terremo sempre una prospettiva globale”, ha scandito il ministro della Scienza e della Tecnologia, Wang Zhigang, al termine del plenum. “Cercheremo l’auto-sufficienza tecnologica perché non possiamo affidarci all’estero per le tecnologie chiave”.

In presenza di fattori destabilizzanti sia interni che esterni, ha commentato Ning Jizhe, vice direttore delle Commissione Nazionale per lo Sviluppo e le Riforme, l’agenzia di pianificazione economica del governo, Pechino cercherà di coniugare sviluppo e sicurezza nei prossimi anni “per affrontare tutti i tipi di rischi”. 

Una nuova guerra fredda? 

Pechino accusa regolarmente Washington di pregiudizio ideologico e di avere assunto una mentalità da Guerra Fredda, e si propone come difensore dell’ordine internazionale, in contrapposizione agli Usa. La retorica si è alzata da entrambe le parti e la sfiducia reciproca appare ormai evidente. C’è il rischio che il rapporto tra le due grandi economie arrivi a una sorta di punto di non ritorno? “Il rischio è reale, ma è basso”, riprende lo studioso di Oxford.

“L’esito più probabile è che le relazioni tra le due parti diventino faticose e, per alcuni versi, molto molto diffidenti da entrambe le parti, fino all'ostilità.

Temo”, è l’opinione di Mitter, “che le possibilità di una relazione cordiale siano basse, ma penso che questi scontri siano così distruttivi per entrambe le parti che Cina e Usa capiscano che sia molto più probabile una serie di piccoli incidenti che continuano fare salire la temperatura, ma mai oltre il punto di ebollizione. Vedo questo come lo scenario più probabile nei prossimi anni: sarà molto agitato, ma non credo che vedremo uno scontro”.

La Cina di Xi è un rivale strategico per gli Stati Uniti e chi uscirà vincitore dalla sfida elettorale dovrà fare i conti con la minaccia di lungo corso di Pechino al ruolo di superpotenza di Washington. “Naturalmente Cina e Stati Uniti possono coesistere in maniera meno antagonistica di oggi, ma ci deve essere un impegno con la Cina basato su quello che la Cina realmente è e fa, piuttosto che su quello che volgiamo che la Cina sia”, commenta Fraser Howie, analista indipendente specializzato nel sistema finanziario cinese e co-autore di “Red capitalism: the fragile financial foundations of China’s extraordinary rise”.

Il dialogo è tutt’altro che facile per Howie, che prevede forti limiti dovuti all’approccio della Cina a livello internazionale (“gioca su regole diverse”) e nuove sanzioni inflitte a funzionari e imprese cinesi.

L’eventuale ritorno a un rapporto più sereno tra Cina e Stati Uniti, avverte infine Haenle, non dipenderà solo da chi uscirà vincitore nella corsa per la Casa Bianca. “Non può esserci un dialogo costruttivo senza una maggiore volontà da parte della Cina di assumersi la sua parte di responsabilità per il deterioramento delle relazioni a oggi”.

Pechino deve essere più attiva nel prendere l’iniziativa per affrontare i problemi che colpiscono il rapporto con gli Stati Uniti perché, in ultima analisi, è la conclusione del direttore del Carnegie-Tsinghua Center, “occorrono due mani per applaudire”.