Gli immunologi: imparare dai pipistrelli per sviluppare vaccini e cure 

Gli immunologi: imparare dai pipistrelli per sviluppare vaccini e cure 

Gli esperti interpellati dal Financial Times: i coronavirus sono presenti nei pipistrelli da migliaia di milioni di anni, mentre il Covid è passato all’uomo solo recentemente. Basare gli studi sul sistema immunitario dei mammiferi volanti non significa soltanto capire come fanno a resistere al virus ma trovare risposte a una serie di domande di vitale importanza

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© NATALIA SELIVERSTOVA / SPUTNIK  - Pipistrello Pteropus (Afp) 

AGI – Studiare come i pipistrelli riescono a controllare il virus è cruciale per capire come inganna, invece, il sistema immunitario degli umani, spingendoci ad imitare i mammiferi notturni e sviluppando vaccini o farmaci davvero efficaci. Potrebbe essere questa la svolta nella lotta alla pandemia di Covid-19, potenziando ricerche scientifiche e mediche incentrate sull’immunologia, per arrivare a soluzioni farmacologiche in grado di prevenirlo e curarlo. A suggerirlo sono docenti, immunologi e medici intervistati dal Financial Times, tra cui Bernard Crespi, professore di Biologia evoluzionista all’Università Simon Fraser in Canada e Catherine Blish, immunologa virale all’Università di Stanford.

Sin dall’inizio della pandemia che si è diffusa nei mercati di Wuhan, in Cina, i pipistrelli sono stati identificati come i diretti responsabili del passaggio del nuovo coronavirus all’uomo. Tanto per cominciare sono mammiferi che come gli umani vivono in vasti gruppi, a strettissimo contatto con i loro simili, oltre al fatto che in volo veicolano germi contagiosi e la loro longevità consente ai virus di persistere per anni in un individuo. L’unica differenza, a vantaggio dei mammiferi notturni, è che il loro notevole sistema immunitario riesce a domare e tollerare molti virus che, quando colpiscono gli umani diventano più virulenti, causando crisi sanitarie complesse e lunghe, come sta succedendo col Covid-19 e in passato con Ebola, Marburg e Nipah.

Punto di partenza del ragionamento: i coronavirus sono presenti nei pipistrelli da migliaia di milioni di anni, mentre il Sars-Cov-2 è passato all’uomo solo recentemente. Basare gli studi sul sistema immunitario dei mammiferi volanti non significa soltanto capire come fanno a resistere al virus ma trovare risposte a una serie di domande di vitale importanza: la rapidità della risposta a un agente patogeno, il riconoscimento da parte delle cellule a un precedente contagio, lo sviluppo dei giusti anticorpi e in quantità sufficiente.  Finora si è capito che il punto di forza dei pipistrelli risiede nel loro sistema immunitario innato in grado di produrre ingenti quantità di interferoni, molecole che hanno un ruolo chiave nell’attivazione di ampie risposte immunitarie e nell’impedire ai virus di replicarsi.

Questi interferoni sono contenuti, ad esempio, nelle terapie contro la sclerosi multipla. Nel caso del Sars-Cov-2, “il virus è riuscito ad evolversi e diffondersi dal momento in cui ha sovvertito gli interferoni, commettendo un attacco furtivo che spegne i sistemi utilizzati dal corpo per capire che è stato infetto” ha riferito Crespi. L’altra risposta incredibilmente sviluppata dai pipistrelli è quella di scatenare forti innalzamenti della temperatura corporea due volte al giorno, rendendo così il proprio organismo meno ospitale ai germi. Studi nei pazienti più gravemente colpiti dal Covid-19 hanno invece dimostrato un meccanismo opposto: il loro corpo ha risposto troppo tardi all’infezione, scatenando uno sbarramento indiscriminato di interferoni e altre molecole, tra cui le citochine, che avrebbero dovuto indicare alle cellule del sistema immunitario la presenza di agenti patogeni. 

Gli scienziati hanno anche cominciato a studiare la diversità quasi miracolosa delle cellule immunitarie generate da un processo di ricombinazione genetica chiamato V (D) J, in cui il corpo unisce tre diversi componenti per formare recettori in grado di affrontare nuovi virus. In base alle condizioni del proprio sistema immunitario e al numero di antigeni con i quali è entrato in contatto nel corso della vita, ogni individuo è potenzialmente in grado di produrre tra 10 e 100 milioni di diverse cellule T e B.  Sul nodo di una possibile seconda infezione da Covid-19 da parte dello stesso paziente, gli scienziati hanno riscontrato che la reinfezione è stata provocata da una cellula del virus rimasta nel corpo del paziente. Hanno, inoltre, identificato almeno 24 mutazioni tra il primo e il secondo episodio oltre al fatto che il sistema immunitario riconosce il virus più facilmente e riesce a combatterlo con maggior successo.

Un’altra buona notizia riferita dagli scienziati al Financial Times potrebbe essere la capacità innata del sistema immunitario umano a proteggere l’individuo dal Covid-19 senza averlo contratto prima. Ad entrare in gioco sarebbero sempre le cellule T che conservano nella loro memoria informazioni correlate ad altre forme di coronavirus già in circolazione da secoli o millenni e che difficilmente hanno provocato simtomi peggiori di un raffreddore. Ma su questo fronte servono ulteriori ricerche.  

Di conseguenza al momento, concludono ricercatori ed immunologi, un vaccino sicuro ed efficace rappresenta la miglior immunità possibile rispetto a quella di gregge. Tuttavia la prima generazione di vaccini rischia solo di garantirci sintomi più lievi ma non basterebbe ad evitare una infezione. Per giunta il Sars-Cov-2 sta mutando, si sta adattando al suo ospite umano – più lentamente rispetto all’influenza, ma più velocemente rispetto ad altri virus – diventando probabilmente più contagioso, più facile da riconoscere da parte del sistema immunitario e quindi più facile da combattere. Sul medio-lungo termine diventerebbe meno contagioso e meno virulente, trasformandosi in nient'altro che un banale raffreddore. 

Questo malfunzionamento scatena una risposta infiammatoria eccessiva, inondando il paziente con anticorpi e cellule del sangue che distruggono i tessuti umani senza arrestare l'infezione. Concretamente tra le cure e i test che finora hanno dato esito positivo nell’uomo c’è l’inalazione di beta interferoni, in grado di ridurre il rischio di danni polmonari pesanti e di evitare un cortocircuito del sistema umanitario, ovvero una sua risposta dannosa. L’altro filone delle ricerche si è incentrato sul potenziamento dell’immunità innata per attivare una difesa rapida in grado di riconoscere e bloccare l’infezione da Sars-Cov-2 e altri agenti patogeni. I due ricettori chiave di questo meccanismo d’allarme sono le Cellule T e B – che producono relativi anticorpi – i cui ricettori riconoscono gli antigeni e attaccano il virus.