Guerra dei consolati tra Usa e Cina: Pechino chiude Chengdu 

 Guerra dei consolati tra Usa e Cina: Pechino chiude Chengdu 

Stop alla rappresentanza americana nel sud-ovest del Paese. L'ambasciata americana: "Addio, ci mancherete per sempre"

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AGI - Il consolato degli Stati Uniti nella città cinese di Chengdu ha ammainato all'alba la bandiera stella e strisce: la cerimonia si è svolta qualche ora prima che scadesse il termine temporale per la chiusura della legazione, ordinato da Pechino lo scorso venerdì come risposta alla chiusura del consolato cinese a Houston. E ora le relazioni tra Cina e Usa sono a un minimo storico.

A oltre 35 anni dalla sua apertura, la rappresentanza americana nella città sud-occidentale capoluogo della provincia del Sichuan a quindi chiuso i battenti. I marines hanno consegnato la bandiera al console generale, Jim Mullinax. Quattro ore dopo funzionari cinesi hanno preso possesso della struttura, davanti a una folla che scattava foto e sventolava bandierine cinesi. Un uomo ha anche fatto risuonare l'inno cinese sul telefonino, ma non ci sono stati incidenti.

Gli agenti avevano già coperto l'insegna del consolato sulla parete esterna con una grande placca bianca. Poco prima, i dipendenti avevano lasciato i locali a piedi: alcuni portavano una borsa e altri spingevano le biciclette a mano. La sera prima, un autobus con le finestre oscurate aveva lasciato il complesso diplomatico sotto i fischi della gente presente.

Sulla tv di Stato si sono viste anche le immagini di persone che trasportavano enormi sacchi di spazzatura neri ammassandoli in uno dei cortili interni, alle spalle della piscina del consolato, come a indicare che tutto il mondo e' Paese: gli americani come i cinesi, che avrebbero bruciato i documenti nella legazione a Houston.

Annunciando la chiusura della legazione lo scorso venerdì, il ministero aveva dato 72 ore di tempo allo staff per lasciarlo, lo stesso lasso di termine fissato da Washington per Houston. Il consolato americano a Chengdu era stato aperto nel 1985 dall'allora presidente Ronald Reagan e vi lavoravano circa 200 persone (150 dei quali impiegati locali): era un importante avamposto diplomatico che copriva un'ampia fascia del Paese, tra cui anche il Tibet.

Non è noto quanti funzionari statunitensi fossero attualmente nella legazione perché Washington li aveva evacuati all'inizio della pandemia di coronavirus. Oltre all'ambasciata a Pechino, gli Stati Uniti hanno ora quattro consolati nella Cina continentale (Canton, Shanghai, Shenyang, Wuhan) e uno nel territorio autonomo di Hong Kong.

La crisi è solo l'ultimo capitolo nella crescente tensione tra le due potenze mondiali: lo scambio di accuse per l'origine e la gestione del coronavirus si e' inserita sullo sfondo della guerra tecnologica e commerciale e si e' accompagnata, più di recente, alle accuse di Washington per la nuova legge sulla sicurezza di Hong Kong o per la situazione dei diritti umani delle minoranze musulmane nello Xinjiang.

Nei giorni scorsi, il segretario di Stato, Mike Pompeo, aveva lanciato un nuovo affondo, sollecitando la creazione di un'alleanza occidentale: "Come ha chiarito il presidente Trump, abbiamo bisogno di una strategia che protegga l'economia americana e il nostro modo di vivere. Il mondo libero deve trionfare su questa nuova tirannia".

I rapporti dunque sono a un minimo storico tanto che la stampa ufficiale cinese ha reagito con un appello alle aziende perché si preparino a un peggioramento delle relazioni o invitato addirittura al rinforzo dell'arsenale nucleare del gigante asiatico. L'agenzia di stampa statale Xinhua ha anche riferito di una riunione, domenica scorsa, in cui esperti cinesi e stranieri hanno avvertito che le relazioni correranno "un pericolo estremo" nei prossimi tre mesi, fino alle elezioni presidenziali statunitensi a novembre.

"L'amministrazione Trump probabilmente lancerà altri attacchi per costringere la Cina a rispondere", ha scritto la Xinhua, perché "cercherà di distrarre l'opinione pubblica interna dalla sua gestione del coronavirus e dagli altri problemi nel Paese" per aumentare le sue possibilità di rielezione. Non sarà un caso che Pechino si stia preparando. Nei giorni scorsi ha posto la guardia costiera sotto il diretto controllo della Commissione militare centrale: un segnale forse che Pechino ritiene che possa verificarsi un qualche tipo di incidente, non certo una guerra ma un conflitto, nel Mar Cinese Meridionale.