Cosa sono i movimenti secondari dei migranti e perché all'Italia non piacciono

Non li vuole il premier Conte, che lo ha detto a Bruxelles, dove il 7 ci sarà un vertice europeo per decidere le regole degli spostamenti dei richiedenti asilo 

Cosa sono i movimenti secondari dei migranti e perché all'Italia non piacciono

I "movimenti secondari", tema al centro del summit sui migranti convocato per domenica a Bruxelles, sono gli spostamenti dei richiedenti asilo tra i vari Stati dell'Ue. Il termine è legato al principio del Regolamento di Dublino secondo cui una domanda di asilo dovrebbe essere lavorata da un solo Stato membro.

La proposta di riforma di Dublino che si è arenata a inizio giugno si proponeva di aumentare le responsabilità per i Paesi alle frontiere esterne come l'Italia, cristallizzando il principio per cui un richiedente asilo non possa influenzare la determinazione dello Stato membro competente della propria domanda. Il testo prevedeva obblighi e sanzioni a carico del richiedente asilo che si sposta dallo Stato in cui arriva a un altro.

Francia e Germania hanno chiesto accordi bilaterali per facilitare il trasferimento nei Paesi di primo ingresso dei richiedenti asilo che si muovano nell'Ue. Il presidente francese, Emmanuel Macron, ha auspicato che "quelli che sono registrati nel primo Paese della zona Schengen possano essere ripresi il più presto possibile nel Paese in cui sono stati registrati". Il ministero dell'Interno tedesco ha minacciato di respingere alla frontiera i richiedenti asilo che si siano già registrati in un altro Paese Ue.


L'Italia, da parte sua, ovviamente ha interesse a non finire ingabbiata in un sistema che aumenterebbe a dismisura le domande di asilo a cui deve far fronte quale Paese di primo approdo di gran parte dei richiedenti asilo.
"Movimento secondario", tra l'altro, dovrebbe essere un termine neutro nel diritto umanitario, ma i governi lo usano sempre più come sinonimo di quello negativo di "movimento irregolare", con cui l'Alto commissariato per i rifugiati si riferisce ai profughi che lasciano il Paese di primo asilo per motivi economici o comunque non legati alla loro protezione. 



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