In Iran la protesta perde intensità. Pasdaran pronti a intervenire

Sono proseguiti, pur con meno violenza, gli scontri innescati dal caro benzina. Il numero delle vittime non è ancora chiaro. Nel frattempo spuntano rivelazioni sulla forte influenza di Teheran nella politica irachena

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La protesta degli iraniani contro l'aumento del prezzo della benzina e il suo razionamento è più fievole dei giorni scorsi, ma il malcontento resta: a pagarne il prezzo potrebbe essere il governo di Hassan Rohani, più debole nel tradizionale scontro tra moderati e conservatori nel sistema politico della Repubblica Islamica, mentre sembrano essere i pasdaran ad avere il controllo della politica della sicurezza sia nel paese che all'esterno, in Iraq.

Resta in vigore il blocco di Internet e in alcune città continuano le manifestazioni che - secondo quanto riporta Al Arabiya - si sono diffuse in 22 delle 31 province del Paese. Scontri sono avvenuti anche a Teheran, e hanno visto protagonista la milizia governativa Basiji, legata ai Guardiani della Rivoluzione, il corpo di élite militare e finanziaria centro dell'ortodossia khomeinista. Se la Bbc cita fonti ufficiali, ma anonime, che parlano di 12 morti nel fine settimana, la rete per i diritti umani del Kurdistan (Khrn), una Ong fondata in Francia nel 2014, fornisce una cifra superiore da una "fonte affidabile" secondo cui nell'ospedale Emam Reza a Kermanshah, nell'ovest del Paese, vi sono "almeno 16 persone uccise e un centinaio ferite".

"Alcuni (di loro) sono stati colpiti direttamente dai proiettili (sparati) dalle forze di sicurezza", ha scritto l'Ong su Twitter. "Oggi il quadro è calmo per l'80 per cento rispetto a ieri. Naturalmente, ci sono problemi minori, che domani o dopo non avremo", ha riferito il portavoce del governo, Ali Rabiei, nella sua conferenza stampa settimanale. "Fortunatamente i limiti sono stati rapidamente fissati e la popolazione ha preso le distanze dai facinorosi".

Rabiei ha aggiunto che in alcuni casi i manifestanti hanno usato armi da fuoco e hanno attaccato le forze di sicurezza, prendendo gli agenti in ostaggio o uccidendoli. Per i Mujaheddin del Popolo Iraniano, il partito di opposizione al regime di Teheran che ha basi fuori dal paese, il bilancio delle vittime è di almeno 61 morti in dieci città. 

PASDARAN PRONTI AD "AZIONI RISOLUTE"

I Pasdaran hanno avvertito i manifestanti di essere pronti a prendere azioni "azioni risolute" contro i manifestanti, e consolidano alleanze in parlamento, che convoca Rohani in aula perché chiarisca quello che è stato descritta come un "deterioramento delle condizioni economiche nazionali e cattiva gestione esecutiva".

Il regime, come da copione in casi di sommosse interne, ha accusato gli Stati Uniti di interferire nei suoi affari interni. "Gli Usa vi ascoltano, vi sostengono, sono con voi", aveva assicurato il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, rivolgendosi su Twitter ai manifestanti iraniani. "È curioso che gli Usa mostrino solidarietà con quello stesso popolo che subisce la pressione del terrorismo economico americano", si legge in una nota del ministero degli Esteri iraniano, in cui il riferimento è alle sanzioni reintrodotte da Washington dopo il ritiro unilaterale dall'accordo sul nucleare iraniano, del 2015, e che stanno strangolando Teheran, che però mostra di non voler arretrare sul fronte dell'arricchimento dell'uranio: l'Iran, fa sapere dall'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea) nel suo ultimo rapporto, ha superato la quota prevista di scorte di acqua pesante nell'accordo sul nucleare.

"Il 16 novembre 2019, l'Iran ha informato l'Agenzia che il suo stock di acqua pesante aveva superato le 130 tonnellate. Il giorno successivo l'Agenzia ha verificato che l'impianto di produzione di acqua pesante (Hwpp) era in funzione e che lo stock di acqua pesante dell'Iran era di 131,5 tonnellate", si legge nel rapporto rilanciato dai media. In seguito all'uscita unilaterale degli Usa dall'accordo internazionale sul nucleare del 2015, Teheran ha intrapreso un percorso di disimpegno dall'intesa, riprendendo l'arricchimento dell'uranio.

GIOCO DI SPIE A BAGHDAD

La Repubblica Islamica non cede terreno neanche nella politica estera, in particolare oltre confine. Documenti segreti, trafugati negli archivi dell'intelligence iraniana, testimoniano l'influenza di Teheran in Iraq: li pubblicano il New York Times e The Intercept, a testimonianza della "vasta sfera di influenza" che l'Iran esercita sul Paese vicino.

Tra il 2014 e il 2015 spie iraniane operative in Iraq hanno infiltrato ogni aspetto della vita politica, economica e religiosa del Paese, scrive il quotidiano della Grande Mela: un lavoro scrupoloso da parte delle spie iraniane per cooptare le leadership locali, pagare agenti iracheni al servizio degli Stati Uniti per fare il doppio gioco ed infiltrare ogni aspetto della vita politica, economica e religiosa dell'Iraq.

Le centinaia di pagine di documenti trapelati offrono uno sguardo inedito dall'interno del regime iraniano, dando prova di come "l'Iraq sia caduto sotto l'influenza dell'Iran a partire dall'invasione americana del 2003 e abbia trasformato il Paese in un punto di passaggio del potere iraniano, collegando il dominio geografico della Repubblica islamica dalle rive del Golfo Persico fino al Mar Mediterraneo".

Dall'Iran Cable si evince come gli interessi iraniani e statunitensi siano stati "spesso sorprendentemente allineati" nel conflitto iracheno, dopo l'invasione dai militari Usa nel 2003; che le spie iraniane hanno potuto sorvegliare le attività Usa in Iraq (il regime era allora "convinto che l'Iran sarebbe stata la prossima nazione invasa, inserita nell'apposito elenco stilato da Washington"). Infine, ma non ultimo per importanza, la presenza di spie iraniane in Iraq aveva come obiettivo di impedire lo sgretolamento del Paese, in particolare la formazione di un Kurdistan indipendente che "era considerata una minaccia alla stabilità regionale, all'integrità territoriale dell'Iran", ma anche con l'intento di "impedire una guerra settaria per proteggere gli sciiti".

Tuttavia, sottolineano gli autori dell'inchiesta, i file raccontano, in realtà, un capitolo cruciale di una storia molto più grande: la devastazione dell'Iraq successiva all'invasione Usa ha dato all'Iran un'occasione d'oro per costruire a Baghdad "un ordine politico e sociale più favorevole agli interessi" di Teheran. Anche se Washington ha continuato ad esercitare una certa influenza anche dopo il ritiro formale delle sue truppe nel 2011, in realtà è stato l'Iran con le sue spie "a pilotare la politica irachena, delineare le strutture di potere e 'far crescere' i leader rimasti al potere fino ad oggi" a Baghdad.



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