"​Let's Make Hong Kong Great Again", l'appello dei giovani a Trump

Nella città lo scenario che si è presentato oggi è quello dei sei mesi appena trascorsi. Proteste in piazza, rabbia diffusa e scontri con la polizia. È un messaggio agli Usa affinché intervengano

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PHILIP FONG / AFP
Hong Kong

Scontri, lacrimogeni, rabbia e tensione. Se Pechino credeva che il successo dei candidati filo-democratici bastasse a rasserenare il clima a Hong Kong, si sbagliava: un settimana dopo quell'appuntamento lo scenario che si è presentato oggi e' quello dei sei mesi appena trascorsi, segnati dalla ribellione nata dal rifiuto della legge sull'estradizione e sfociata in una richiesta sempre piu' forte di distanza dalla Cina.

I manifestanti sono tornati a marciare per le strade dell'ex colonia britannica inneggiando a Donald Trump, e sventolando cartelli in cui si chiedeva al presidente americano aiuto per "liberare Hong Kong".

Un gruppo di giovani vestiti di nero si è radunato davanti al consolato Usa per ringraziare Washington del sostegno dimostrato con la legge per la tutela dei diritti umani a Hong Kong firmata da Trump la settimana scorsa. In mano, bandiere a stelle e strisce e cartelli con scritto "Let's Make Hong Kong Great Again", lo slogan usato dal magnate Usa nella campagna elettorale del 2016.

Nel quartiere di Tsim Sha Tsui, invece, la situazione è degenerata dopo che i manifestanti hanno abbandonato il percorso autorizzato e hanno invaso le strade circostanti. "Il governo non ci ascolta, siamo pieni di rabbia", ha affermato Chen, uno studente ventenne, che, come altri suoi colleghi e amici, aveva cominciato a manifestare pacificamente ma deviando dal percorso autorizzato dal governo.

A quel punto sono volati i gas lacrimogeni e gli spruzzi di spray al peperoncino mentre dall'altra parte sono state lanciate quelle che la polizia ha definito "bombe fumogene". Almeno una persona è stata arrestata.

La Cina, intanto, deve continuare ad affrontare anche la pressione internazionale. Pechino ha reagito al commento di dell'Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, che di recente aveva sostenuto la necessità di un'indagine indipendente sulla presunta brutalita' della polizia accusandola di "violenza radicale".

Bachelet "sbaglia e interferisce negli affari interni della Cina, violando la carta dell'Onu", ha affermato la missione permanente della Cina al palazzo di vetro. "È giunto il momento di ascoltare direttamente le persone di tutti i ceti sociali, di lavorare insieme con sincera determinazione per affrontare le loro preoccupazioni e le loro lamentele. I giovani, in particolare, hanno bisogno di essere ascoltati", aveva scritto l'ex presidente cileno in un articolo sul South China Morning Post. Il contenuto dell'articolo, ha reagito il governo cinese, "consegue il solo risultato di incoraggiare i teppisti a commettere altre violenze".



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