La "sindrome di Mulan" che muove i giovani leader della protesta di Hong Kong

Già arrestati e condannati, ammanettati nuovamente ieri, hanno preso sulle spalle nell’ex colonia britannica il compito dei padri, stanchi e vecchi come quello dell'eroina cinese

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KOKI KATAOKA / YOMIURI / THE YOMIURI SHIMBUN

“Voglio che mi si comperi un cavallo e una sella per andare in guerra al posto di mio padre!”: con queste parole Mulan, fragile ragazzina, si veste da soldato e combatte in dieci anni cento battaglie contro i barbari sostituendosi al papà stanco e vecchio. Come ogni classico, soprattutto in Cina, la ballata di Mulan (scritta nel VI secolo) è cosa senza tempo.

Agnes Chow, 22 anni; Joshua Wong, 22 anni; Andy Chan, 28 anni: sono giovanissimi tre dei leader delle proteste di Hong Kong che ancor più giovani, durante la Rivoluzione degli Ombrelli del 2014, assunsero ruoli di primo piano nella generazione che rivendica democrazia e indipendenza. Già arrestati e condannati, ammanettati nuovamente ieri, due di loro rilasciati su cauzione, hanno preso sulle spalle nell’ex colonia britannica il compito dei padri, stanchi e vecchi come quello di Mulan, e stanno combattendo al posto loro.

Era nel dna di una cultura perché forse nel mondo, sicuramente in Cina, nihil novi sub sole. La storia è imitazione di cose già successe. Una generazione nata molto dopo la repressione pechinese di piazza Tien’anmen dell’89; dopo o poco prima dell’handover del ’97, che restituì alla Cina l’ex scoglio acquisito dagli inglesi con la prima Guerra dell’Oppio. 

Una generazione che studia all’università, rappresentabile nell’archetipo del nerd o dell’aspirante carrierista nel marketing, scopre improvvisamente l’impegno politico e si trascina dietro una fetta della metropoli più straordinaria del mondo, ponte fra due universi: Asia e occidente, scrittura ideografica e lingua inglese, mix di culture e di economie che hanno reciproco bisogno ma continuano a litigare (ultima puntata, la guerra dei dazi fra Stati Uniti e Cina).

I loro padri non conobbero mai la democrazia nel senso occidentale: l’ultima parola, nella Hong Kong coloniale, la teneva il governatore di sua maestà fino all’ultimo, Chris Patten, che con l’accordo sino-britannico e per sua personale convinzione depositò le aspirazioni elettorali e rappresentative della popolazione come uova di drago sotto uno strato di cenere sottile, che doveva durare cinquant’anni – quanto la vita predefinita della Basic Law di Hong Kong – ma che ben prima del 2047 è stata dispersa dal soffio dei giovanissimi.

Hong Kong negli ultimi decenni insegnava finanza ai mercati e cinema non solo a Hollywood ma a Pechino; quando i mainlanders non potevano ancora andarci liberamente in gita, Hong Kong portava nella Repubblica Popolare il canto-pop; quei ragazzi hanno dovuto imparare a scuola il cinese ufficiale (ossia il putonghua o mandarino), ma la loro rivolta parla l’idioma cantonese dei genitori, che è spesso slang e come tutti i dialetti si plasma sulle mode e le generazioni deviando da un decennio all’altro.

Hanno vissuto in una libertà che i coetanei oltre confine si sognavano, ma si è progressivamente erosa con il gocciolamento della linfa del regime pechinese fino all’ultimo episodio, che ha fatto detonare a giugno scorso le proteste: l’extradition bill, con cui la Repubblica Popolare Cinese avrebbe potuto andarsi a prendere a Hong Kong ogni presunto dissidente: un Joshua Wong, un Agnes Chow, uno delle centinaia di migliaia che come loro hanno vestito in queste dodici settimane la maglietta nera diventata simbolo, il caschetto e la mascherina affrontando i lacrimogeni della polizia ma soprattutto il mito del poliziotto hongkonghese duro e patetico e narrato al cinema il quale potrebbe essere loro padre o fratello o essi stessi.

I genitori nati sotto la colonia britannica, cresciuti nella regione amministrativa speciale tornata alla Cina però autonoma, incerti sulla propria identità (cinesi non del tutto, occidentali un po’, liberi ma senza suffragio universale, insomma: hongkonghesi) non avevano la forza di attrezzarsi con ombrelli e elmetto, slogan e mascherine per le rivolte in strada. Come Mulan sono stati loro, i figli, a mettersi al posto dei padri – volenti o nolenti che fossero – e a sfidare il drago rosso.

La beffa è che l’attrice che impersonerà Mulan nel remake in uscita nella primavera 2020, Liu Yifei, ha preso le parti della polizia di Hong Kong. E i ragazzi hanno fatto sapere che boicotteranno il film, accontentandosi della Mulan d’animazione disneyana del 1998, uscito quando Joshua e Agnes avevano due anni e l’handover uno.

Mulan, l’eroina, ha invece dal sesto secolo sempre la stessa età e si è incorporata mille volte nei suoi coetanei: il Movimento del 4 maggio 1919, che proiettò la Cina nella contemporaneità, nacque e si sviluppò tra gli studenti. Malgrado le repressioni, la legge marziale e migliaia di arresti alla fine fece un’onda che nessuno più fermò. A Pechino, dove la memoria è ottima, ciò ricordano benissimo.

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