Tutti i giornalisti finiti in carcere nel mondo. Il drammatico rapporto Cpj

Al primo dicembre 2018, secondo l’organizzazione statunitense, 251 cronisti si trovano dietro le sbarre in diverse zone dei cinque continenti. Il terzo dato più alto di sempre. Turchia, Cina ed Egitto i tre Paesi col più alto numero di reporter dietro le sbarre

Tutti i giornalisti finiti in carcere nel mondo. Il drammatico rapporto Cpj
 Afp
 Kyaw Soe Oo, giornalista della Reuters arrestato a settembre in Myanmar mentre stava lavorando su un'inchiesta sul massacro dei musulmani Rohingya 

Turchia, Cina ed Egitto: sono questi i Paesi dove è incarcerata la maggior parte di giornalisti nel mondo. Lo rivela il rapporto annuale pubblicato dal Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj) di New York. Al primo dicembre 2018, secondo l’organizzazione statunitense, 251 cronisti si trovano dietro le sbarre in tutto il mondo. Il dato, il terzo più alto di sempre ma in calo del 4% rispetto agli ultimi due anni, non tiene conto dei reporter arrestati e poi rilasciati durante l’anno che sta finendo.

Fonte: Cpj


Quarantasei degli incarcerati sono freelance, cioè cronisti non legati in maniera esclusiva a una testata. Tra gli altri spiccano una manciata di realtà editoriali che hanno il maggior numero di giornalisti con le manette ai polsi: dieci di Zaman in Turchia, nove di Uighurbiz in Cina, sei di Majzooban-e-Noor in Iran e cinque a testa per l’agenzia di stampa Dicle e Özgürlükçü Demokrasi, sempre in Turchia. Ecco le loro storie.

Contro i curdi e Gülen: la stretta di Erdogan sul Bosforo

Nelle carceri turche ci sono 68 giornalisti, più di ogni altro Paese. Molti di loro sono finiti nel mirino delle purghe del presidente Recep Tayyip Erdoğan dopo il fallito colpo di Stato del luglio 2016. Proprio in seguito a quel coup il suo governo decretò la chiusura di circa 150 tra giornali, televisioni, radio e siti Internet di informazione. Tra questi c’è Zaman – in italiano “Tempo” - il quotidiano più letto della Turchia con una diffusione che sfiorava il milione di copie nel 2014. Nato nel 1986, Zaman era la voce di opposizione più forte: secondo il governo era legato a Hizmet, il movimento fondato da Fethullah Gülen, il predicatore in esilio negli Stati Uniti accusato da Erdoğan di essere la mente dietro al golpe dell’estate 2016. Già prima di quella notte del 15 luglio, in verità, Zaman era finito nel mirino del governo. Il 4 marzo dello stesso anno era stato commissariato sempre per legami con Gülen.

Tra i giornalisti in carcere ci sono anche dieci cronisti di due realtà editoriali vicine ai curdi turchi, cioè la popolazione che vive nei pressi del confine tra il sud-est della Turchia e la Siria: Dicle e Özgürlükçü Demokrasi. La prima era un’agenzia di stampa, il secondo “un quotidiano pro-curdo che il governo ha prima controllato e alla fine ha chiuso”, ricorda il Cpj. “Diversi giornalisti affiliati al giornale sono detenuti con l'accusa di sostenere il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk)”.

Il caso Pkk

Facciamo un passo indietro per spiegare di che cosa si tratta: il Pkk è un’organizzazione militare nata alla fine degli anni ‘70 in Turchia; Ankara, Usa, Ue e Nato la considerano di matrice terroristica, ma non l’Onu. Il Pkk lotta contro le discriminazioni subite dal governo turco e rivendica uno Stato proprio che raggruppi tutti i curdi (circa 25-30 milioni di persone che vivono anche in Iraq e Iran, oltre a Turchia e Siria): il Kurdistan appunto.

Proteste in Myanmar (AFP)


Se il Pkk è il braccio armato dei curdi (alcune sue frange si sono rese responsabili di sanguinosi attentati), in Turchia ci sono anche alcuni partiti politici filo-curdi come il Partito Democratico dei Popoli (Hdp) recentemente entrato in Parlamento. Il suo leader, Selahattin Demirtas, si trova però in carcere dal 2016 con l’accusa di terrorismo, nonostante la Corte europea dei diritti dell'uomo abbia intimato Ankara di rilasciarlo. Un arresto che dimostra come finiscano dietro le sbarre non soltanto terroristi ma anche gli oppositori del regime, politici e giornalisti compresi. Come ha scritto l’Espresso lo scorso anno, “la lotta ai terroristi, che per il governo sono indistintamente i jihadisti dell’Isis, il Pkk e i curdi siriani dell’Unità di Protezione Popolare Ypg, è la motivazione ufficiale per arresti e repressioni”.

I cinesi musulmani: il caso degli uiguri

Dietro alla Turchia, nella classifica dei Paesi che detengono il maggior numero di giornalisti, c’è la Cina: sono in 47 dietro le sbarre. Tra loro nove reporter di Uighurbiz, un sito Internet vicino agli uiguri, la minoranza musulmana cinese di lingua turca. Questa popolazione conta circa dieci milioni di persone concentrate soprattutto nella regione settentrionale dello Xinjiang (o Turkestan orientale) in cui abita anche l’etnia maggioritaria della Cina, gli han. Da aprile 2017 – riporta il sito Internet di Radio Free Asia - il governo cinese ha avviato alcuni progetti definiti “di rieducazione” nei confronti degli uiguri accusati di “nutrire opinioni estremiste e politicamente scorrette”. Tradotto, diverse da quelle dettate dal Partito Comunista di Xi Jinping.

Il piano, secondo alcune fonti, riguarderebbe un milione di persone, cioè il 10% della popolazione uigura. Secondo l’Uyghur Human Rights Projects (Uhrp) si tratta di “campi di internamento di massa”, una posizione condivisa anche dalle Nazioni Unite che, lo scorso agosto, aveva invitato la Cina a interrompere le operazioni.

Majzooban-e-Noor, il sito iraniano dei dervisci Gonabadi​

In Iran, infine, sei giornalisti del sito Internet Majzooban-e-Noor si trovano in carcere. La testata, ancora raggiungibile online, si definisce il sito d’informazione dei dervisci Gonabadi di Nematollahi, uno degli ordini sufisti che contano più membri nel Paese (sono circa quattro milioni). Per capire la questione occorre spiegare che cos’è il sufismo, chi sono i sufi e per quali motivi siano oggetto di persecuzione in Iran.

Il sufismo, intesa come dottrina di perfezionamento spirituale e di conoscenza di sé stessi, nasce prima dell’Islam e di qualsiasi altra religione. Intorno alla metà del VII secolo d.C., con la conquista islamica dell’Iran, il sufismo viene avvicinato a una concezione religiosa. Di ordini sufisti, in Iran, ce ne sono molti: uno di questi è quello Nematollahi, a sua volta diviso in alcuni rami tra cui i dervisci Gonabadi. Secondo alcuni, la persecuzione dei dervisci risale agli anni della Rivoluzione Islamica in Iran (1978-1979): “Nei confronti dei dervisci c’è stato un apartheid religioso – si legge in un report datato 2011 dell’International Organisation to preserve Human Rights in Iran e pubblicato sul sito dell’Europarlamento -, da parte dei musulmani figli della rivoluzione, nonostante anche gli stessi dervisci fossero musulmani”. Il motivo? “L’intolleranza verso ogni diversità etnica o religiosa in Iran” e la “leadership dell’ayatollah Ali Khamenei interpretato come Imam”.

Secondo Al Jazeera, invece, nei primi anni post-rivoluzione i dervisci “godettero di una discreta tolleranza”. Almeno fino all’elezione di Mahmud Ahmadinejad a presidente dell’Iran, nel 2005. Quel che è certo è che le tensioni tra i Gonabadi e le autorità iraniane sono andati crescendo negli ultimi tempi: a febbraio 2018 i dervisci hanno manifestato a Teheran contro l’arresto del proprio leader Nematollah Riahi, una situazione sfociata in scontri di piazza culminati con la morte di alcuni agenti e l’arresto di centinaia di dervisci. Manette che, nelle settimane successive, sono scattate anche per i giornalisti di Majzooban accusati di riportare quanto accaduto e di scrivere che negli scontri erano morti anche alcuni manifestanti dervisci.



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